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Erotika
Lo chalet · Cap. 3
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Capitolo 3 di 3 24 min di lettura

Lo chalet 3 Io, mio marito e i nostri figli

Il trasferimento d'ufficio a Reggio Calabria dovrebbe pesarmi molto; ma mio marito e i miei figli si danno da fare per alleggerirmi il peso della punizione; mi viene incontro anche un ragazzzo del posto buon conoscitore di luoghi e di persone.

geniodirazza
1 anno fa · 320 letture · 0

Franco descrive a suo fratello, ed a me; ma lui questo non lo sa!, come la donna non ha atteso di andare sul letto a fare l’amore; si è appoggiata coi seni al tavolo della cucina ed ha lasciato che lui le abbassasse fino alle caviglie il pantalone; Franco ricorda che ha un sedere strepitoso, la bella calabrese, e che lo ha percorso in lungo e in largo con le mani, con la lingua, perfino coi denti; che le ha ammorbidito l’ano con leccate lunghe ed intense, facendo penetrare la lingua fin nel canale rettale, oltre lo sfintere che ha trovato stranamente rilassato, come se per quel sentiero fossero passate torme di asini e lo avessero dilatato fino a renderlo un tunnel ferroviario.

Mentre sono all’apice dell’eccitazione per il racconto elaborato e raffinato di Franco che è un grande affabulatore, quando racconta, all’improvviso mi viene il sospetto che le stesse cose ora le stia dicendo di me Onofrio, che effettivamente più volte mi ha a lungo leccato ed ammorbidito l’ano prima di piantarvi la sua mazza enorme.

So bene che le conseguenze di questo, come ora racconta mio figlio, sono il fulcro dei timori di Enzo che gli impediscono di avvicinarmi e di propormi di fare sesso, eventualmente anche analmente, che a lui piace molto; mi dico con convinzione che appena lo incontro in privato, devo incantonarlo ed obbligarlo a possedermi, almeno per verificare fino a che punto i suoi, e miei, timori hanno ragione d’essere.

Franco va avanti per un bel po’, col racconto delle sue performance con la bella professoressa d’inglese; mi stanco di ascoltarlo, esco sul terrazzo e blocco inevitabilmente il racconto; mi rendo conto però che forse la convivenza forzata in uno spazio così ristretto diventa problematica, visto anche che a pochi chilometri, raggiungibile in autobus, c’è un appartamento già fermato a mio nome che posso occupare in qualsiasi momento.

Il mattino seguente, d’accordo coi figli, mi trasferisco in città e li lascio liberi di gestirsi le due camere del bungalow come meglio gli aggrada; in autobus raggiungerò il villaggio ogni volta che ne avrò voglia e comunque staremo insieme a pranzo, a cena, quando potremo; capiscono che miro soprattutto a lasciarli liberi e mi accompagnano in città, dove mi do da fare per sistemarmi al meglio; ormai mancano solo pochi giorni poi ci sarà la seduta plenaria in cui dovrò affrontare la particolare situazione determinatasi.

Quest’ultima considerazione mi tiene assai agitata e nel tardo pomeriggio mi rendo conto che senza uno dei miei sedativi leggeri, presumibilmente rischio la notte in bianco; ne approfitto per sperimentare il percorso coi mezzi pubblici di trasporto e in meno di mezz’ora sono al villaggio; mi sono informata sull’ora dell’ultima corsa per il ritorno e mi hanno assicurato che, alla peggio, il servizio di taxi è efficiente, veloce ed anche economico.

Vado al bungalow, convinta di trovarlo vuoto, ma appena varcata la soglia avverto voci quasi lamentose che provengono dalla camera con il letto grande, quella destinata a me con Enzo; mi avvicino cauta e spio dalla fessura lasciata dalla porta non serrata; lo spettacolo che mi si presenta mi lascia stordita per un lunghissimo attimo in cui perdo il senso delle cose.

Al centro del mio letto sono inginocchiati mio figlio Franco ed una bella ragazza decisamente calabrese, nei tratti marcati e nel vestito; sono carponi uno dietro l’altra e lui si sta dedicando ad una saporitissima leccata, tra ano e vulva, non riesco a valutare bene; la cosa che mi stordisce è la dimensione della mazza di mio figlio; non raggiunge le dimensioni spropositate di Onofrio ma supera di molto quelle di suo padre, del quale sembra però avere ereditato il garbo e la serenità dell’approccio al sesso.

La sta accarezzando con dolcezza su tutta la schiena, soffermandosi di preferenza sulle anche e sulle natiche; su indicazione di lei, sposta le mani sul seno, carnale, intenso, da vera mammifera da letto, e la accarezza un poco per prendere tra due dita i capezzoli, ciascuno in una mano, e strofinarli goduriosamente, mentre le sussurra qualcosa e le fa sentire la mazza ben piantata nel varco tra le natiche, forse a strofinare da dietro il clitoride.

Mi fermo incantata e mi sorprendo a guardarli con interesse morboso; la mano mi scivola naturalmente tra le cosce, supera il leggero velo del vestitino e afferra la vulva con tutto il perizoma che è già uno straccetto intriso al massimo dei miei umori; infilo un dito di lato e mi penetro in vagina; la trovo più stretta e ricettiva di quanto immaginassi; comincio a volare con la fantasia e, mentre guardo Franco che infila di forza la sua mazza tremenda nel retto della ragazza, lasciandomi con l’interrogativo se si possa penetrare un foro apparentemente così piccolo con una bestia enorme, mi vengono alla mente, al cuore, alla vagina, le copule più belle che io ricordi con mio marito.

Il mio orgasmo è da urlo nella giungla, ma devo scioglierlo in un lungo, libidinoso sospiro d’amore; quando alzo gli occhi, mi accorgo che mio figlio, dallo specchio, incrocia il mio sguardo; sicuramente mi ha visto e intensifica l’assalto a lei che lo supplica di spaccarle tutto, di entrare in ogni anfratto, in ogni buco; scappo via quasi spaventata, vado in bagno, raccolgo il mio sedativo ed esco alla chetichella.

All’aria fresca, cerco di recuperare un minimo di ‘normalità’ respirando profondamente; il dubbio adesso è se tornare a stare da sola in un appartamento vuoto e sconosciuto o decidere di cenare lì, al ristorante, dove oltretutto siamo d’accordo che tutto viene caricato su un solo conto, di competenza di mio marito che, per quello che ne so, deve avere interessi anche nella proprietà del villaggio.

Decido per una cena a base di pesce e vado ad occupare un tavolo, proprio vicino ad una lunga tavolata dove poco dopo arriva una torma di giovani tra i diciotto e i vent’anni, molto rumorosi e giocherelloni ma decisamente corretti; uno di loro mi chiede se mi disturba la loro vivacità e se sono sola o voglio accodarmi al loro chiassoso convivio; gli dico che sto aspettando persone, perché spero di vedere comparire i miei figli, prima o poi; e lui, intraprendente e deciso, si viene a sedere davanti a me come fossimo ad una cena tête-à-tête; gli sorrido comprensiva e gli faccio presente che è più piccolo dei miei ospiti, vale a dire i miei figli; mi obietta provocatorio.

“E se mi facessi adottare?”

“Sono in ritardo per le adozioni … “

“Mamma che ci fai qui?”

Claudio è apparso all’improvviso alle mie spalle ed è in compagnia di una bella ragazza che va a salutare, baciandolo su una guancia, il ragazzo di fronte a me; le presentazioni chiariscono che Nicla, la ragazza che sta con Claudio, al momento, è cugina di Nicola, il giovane intraprendente; chiarito che Claudio è il secondo dei miei figli, credo di avere liquidato il corteggiatore troppo giovane, ma sembra insistere, mentre intanto gli altri ragazzi hanno proposto, e realizzato, di unire il mio tavolo al loro e di fare spazio anche a Claudio e a Nicla.

Quasi istintivamente, mi viene da dire a Nicola che, più che un reggino, mi sembra un sibarita; si risente, perché non conosce il termine e lo confonde con sodomita; un ragazzo del gruppo, Leonida, gli precisa le cose e salta fuori un discorso quasi surreale sulla ricchezza del territorio e sulla scarsa conoscenza che gli abitanti ne hanno, ma anche sugli entusiasmi dei giovani per le ‘forestiere’ e sulla scarsa attenzione alla loro donne; forse colpisco nel vivo quando dico a Nicola.

“Neanche mi conosci e già ti prepari a cenare tête-à-tête; eppure potrei essere tua madre; hai mai pensato che tua madre sarebbe felice se una sera la portassi almeno a mangiare una pizza? Sai quanto soffre una donna a vedersi trascurata da persone amate che poi sbavano dietro una sconosciuta?”

Rimane basito, non sa che dire; gli viene in soccorso Leonida che precisa che effettivamente quel comportamento non è solo da buzzurri meridionali, ma da maschi tout court come dimostrano tante reazioni che spingono le donne all’adulterio; il discorso sembra farsi spigoloso, anche per la presenza nel gruppo di un nutrito numero di ragazze agguerrite.

Prima di andare avanti…

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