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Erotika
Lo chalet · Cap. 1
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Capitolo 1 di 3 18 min di lettura

Lo chalet 1

Mi lascio andare a uno stupido capriccio e tradisco mio marito. Stupidamente, mi faccio scoprire e lui mi ricambia, ma il brutto è che devo trasfrerirmi e, senza di lui, me la vedo nera.

geniodirazza
1 anno fa · 489 letture · 0

Come ha lucidamente pronosticato il mio nuovo amante, dopo qualche settimana di vita ordinaria, con le copule ‘matrimoniali’ che Enzo mi concede, mi comincia a sorgere una sorta di ‘prurito di vagina’ che mi porta con la mente ai momenti di estasi che ho vissuto al motel; qualche dubbio mi nasce dal fatto che, nelle sue pratiche sessuali di natura completamente opposta, ma altrettanto belle e desiderabili, Enzo si è chiaramente reso conto che i miei fori risultano particolarmente dilatati.

Lui dice slabbrati o spanati, ma è lui stesso ad attribuirli ad un rilassamento dei tessuti dovuto forse all’età che avanza, alla stanchezza o a chissà a quali altri elementi; per fortuna non si fa mai venire in mente di parlarne col mio ginecologo che invece ha notato le dilatazioni, ci ha pesantemente scherzato e mi ha raccomandato di stare attenta a non fare errori perché mio marito non è un tipo tenero e certe cose non le perdonerebbe; l’unica risposta che mi viene è che i deboli si vendicano, i forti perdonano e i saggi dimenticano; ritengo mio marito troppo forte e saggio per accanirsi su un’ipotesi di tradimento.

Decido quindi di portarmi l’amante allo chalet e di usarlo come rifugio amoroso per le mie ‘piccole trasgressioni’ che in qualche parte della mia coscienza mi auguro poche e di breve durata; utilizzando il percorso alternativo, riesco a raggiungere in macchina il nostro chalet, parcheggio in garage per non dare nell’occhio e mi porto Onofrio nella camera da letto, quella dove da sempre ho fatto l’amore, non sesso, amore, con mio marito.

Sento di profanare un altare quando lui mi spoglia e mi sbatte sul letto per penetrarmi con violenza aggressiva e brutale; proprio quella violenza e quella brutalità finiscono per essere le connotazioni che mi spingono a ripetere l’esperienza ancora tre volte, sempre evitando qualunque contatto con la sorveglianza; per due volte, tutto si svolge all’insegna della massima serenità, esattamente come la prima volta che siamo venuti qui allo chalet per fare l’amore.

Come nei rituali propri di tutte le relazioni, a cominciare dal matrimonio, siamo immediatamente entrati nella spirale della routine che ci porta a fare le stesse cose, che certamente non hanno perso mordente, visto che passa almeno un mese tra un  incontro e l’altro, ma che giocano già sul meccanismo della prevedibilità e del deja vu, per cui le emozioni di libidine che hanno animato i primi due incontri si sono affievoliti, annacquati e sono diventati prevedibili.

La mazza che violentava vagina a utero, ano, sfintere e retto, ormai è un sesso nerboruto, duro e forte che ancora mi stimola e mi eccita; ma, paradossalmente, cominciano a mancarmi le attenzioni delicate e preziose di mio marito ai lobi delle orecchie, i baci caldi e intensi sugli occhi che diventano sensibili all’eccitazione, le dita che scivolano delicatamente sul profilo del viso, che disegnano sensualmente la curva di un’anca.

Trovarsi, appena entrata nella camera da letto, spinta subito in ginocchio davanti al sesso gonfio e ritto come un obelisco ancora mi sollecita passione e desiderio; ma vederlo tirar via perché è già il momento di rompermi la vulva con la bestia dura comincia a turbarmi; e glielo dico, ma lui è così convinto di sé che non riesce ad accettare nessun altro punto di vista; a me piace infinitamente sentirmi le grandi labbra leccate con devozione fino a farle grondare umori d’orgasmo.

Quando però lui si interrompe di colpo per girarmi e sbattermelo nel retto per il gusto di farmelo sentire palpitante nell’intestino, la mia capacità di devozione viene meno e divento una macchina da sesso, quando non sospetto di essere solo una bambola gonfiabile; insomma, il passaggio dall’amore al sesso violento non è facile per me; sono attratta dalla violenza bruta con cui mi tratta quasi da prostituta; ma al tempo stesso provo nostalgia per la bambola di porcellana che Enzo curava sul nostro letto.

Le cose vanno bene fino all’ultimo incontro di quelli programmati; dopo, forse, volevo ripensare tutto e probabilmente cercare anche una via per uscire da una situazione per me diventata troppo pesante, anche perché qualche dubbio può avere toccato, non so come, anche i nostri figli, dei quali negli ultimi tre, quattro mesi mi sono occupata sempre meno fino quasi a dimenticarmene completamente.

Sono questi i problemi che in qualche modo mi assillano mentre mi preparo, per la quarta volta, ad entrare abusivamente nello chalet, eludendo con furbizia il controllo della portineria e della vigilanza; ma subito dopo la mazza di Onofrio che mi si staglia davanti agli occhi cancella ogni dubbio e mi trovo proiettata immediatamente nella sua dimensione di sesso e brutale violenza per il massimo piacere possibile.

Seguendo quasi un canovaccio a lungo studiato, appena entrati in camera da letto, si spoglia nudo, mi mette in ginocchio e mi sbatte in faccia la sua enorme proboscide imponendomi di succhiare; ormai prona al suo piacere lo faccio quasi devotamente e riesco a sentire la cappella che mi titilla il velopendulo mentre la lingua si sforza inutilmente di leccare l’asta; di colpo, mi fa alzare, mi sbatte letteralmente sul letto e si fionda a brucarmi la vulva azzannando il clitoride con un mio urlo di autentico dolore

Si calma e prende a succhiarlo, mordicchiandolo ogni tanto; quando sente il mio orgasmo esplodergli in bocca, mi rovescia sul letto e mi mette carponi, mi lecca un poco l’ano e, senza lubrificante e senza preparazione, mi sbatte dentro la sua sberla di sesso facendomela sentire fino allo stomaco; urlo per il dolore, quando lo sfintere viene forzato brutalmente e sto quasi piangendo mentre mi sbatte la nerchia fino in fondo.

Non ha il tempo di eiaculare, quando la porta della camera viene abbattuta ed una massa di militari in assetto di guerra si precipita dentro e ci sbatte contro il muro, nudi, ancora grondanti sperma ed umori; quello che sento è una babele di voci perentorie, di ordini urlati a squarciagola, di voci che si passano; immediatamente dopo, esplodono i flashes dei fotocronisti che sono entrati dietro ai militari.

Ultimi, entrano il direttore e il custode del centro che inutilmente si sforzano di gridare all’ufficiale in comando che c’è un equivoco e che la signora è la moglie del proprietario che si era evidentemente appartata in forma clandestina con un amante; l’ufficiale sembra il più stranito di tutti e chiede come mai non siamo registrati all’ingresso, che ci facevamo in quella camera e che relazione abbiamo con gli integralisti islamici.

Solo dopo circa un’ora e dopo che siamo finalmente riusciti a rivestirci, veniamo convocati come delinquenti nell’ufficio di direzione e si cerca di fare chiarezza, spiego allora che sono entrata dal retro perché conosco un percorso diverso dal principale e che sono venuta ad appartarmi col mio amante per una sessione d’amore; in quel momento entrano Ofelia ed Enzo, pallido in volto, la mascella contratta, sull’orlo di una crisi convulsiva; Ofelia si limita a guardare con schifo sia me che suo marito; mi rendo vagamente conto di quanto possa essere ignobile la scena di noi due davanti alle persone care di cui abbiamo tradito la fiducia e di fronte a dei rappresentanti della legge che ci trattano da malfattori.

Tocca ad Enzo chiarire che, presumibilmente, da qualche mese sua moglie e il marito di una sua collega si incontrano clandestinamente in quel suo chalet che lui ritiene assolutamente vuoto; in forza della frequentazione, io ho trovato il percorso per eludere la sorveglianza ed incontrarmi col mio ganzo; non sappiamo, io e lui, e non possiamo sapere che una settimana prima, su segnalazione della direzione, gli chalet sono stati dotati di rilevatori automatici di presenze estranee, perché la sospetta presenza di presunti attentatori islamici nella zona ha fatto individuare quegli chalets come possibili luoghi di rifugio; i meccanismi di allarme sono stati collegati ai computers ed agli smartphone dei proprietari, di modo che qualunque intrusione possa essere segnalata ai proprietari e da questi comunicata alla polizia, qualora non ci fossero elementi giustificativi.

Quel pomeriggio, appena siamo entrati nella camera da letto, l’allarme è scattato sul telefonino di Enzo che, ignorando che da mesi uso per scopi personali illeciti la struttura, ha avvertito la polizia nel timore che se ne fossero impossessati i presunti terroristi; da lì a far scattare tutto il meccanismo antiterroristico, con squadre armate e appositamente attrezzate, c’è passato poco.

Prima di andare avanti…

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