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Erotika
L'Istitutrice Magica · Cap. 1
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Capitolo 1 di 4 17 min di lettura

Ditalino dolce e segreto

Il destino e forse la leggerezza di una madre porta la giovane Nicolè (nelle fiaba la Principessa) tra le mani sapienti della magica istitutrice trasgressiva e bisex.

Giovanna Esse
7 mesi fa · 1.1k letture · 1

Ma, come per incanto, anche quelle ore, passavano spensierate: era bello studiare se il premio era un sorriso della fata, faceva del suo meglio per collezionare buoni voti, pur di non interrompere quel connubio felice.

La Fata di Ferro si dimostrò, per lei, la migliore delle amiche.Bellissima, grande, prosperosa … indossava sempre vestiti colorati e sgargianti: un vero e proprio inno alla gioia.Aveva mille abiti, tutti troppo corti per nascondere le sue grosse gambe, burrose; tutti troppo stretti per contenere, accuratamente, i seni gonfi o le natiche tonde, che sembravano formare il sedere di una micia, mollemente ingrossato da una gravidanza.Nella casa della Fata tutto era a sua disposizione e lei non doveva far altro che essere felice.L’aiutava nelle sue scelte, condivideva le sue idee, la consigliava di volta in volta, con l’esperienza che aveva accumulato negli anni, Alba non trovava mai da obiettare ai suoi pareri sussurrati ... anzi. Potremmo dire, piuttosto, che pendeva dalle sue labbra.Ma la cosa più importante è che la Fata del Ferro le donava tutta la sua attenzione, incondizionatamente.Nulla in quelle ore era più importante della principessa.Il centro dell’universo per la Fata di Ferro era Alba e tutto ciò che lei diceva era importante, unico e prezioso.Stava in famiglia con piacere ma il mondo delle Fiabe l’attendeva, quotidianamente, e non vedeva l'ora di poter ritornare in quella casa, alla fine del sentiero, tra le buganvillee e gli oleandri: colorati e velenosi.

Ogni giorno la principessina si sentiva più grande e più forte, ogni giorno correva verso nuove esperienze. Celato nel suo cuore di piccola peccatrice, aveva anche un segreto, inconfessabile ma sublime: una delle cose che l’attraeva della Fata era il suo corpo; sarebbe rimasta ore a rimirarlo.Già quell’unico incantamento sarebbe bastato a rendere quelle visite improcrastinabili.Lei era bellissima e, per la gioia di Alba, molto distratta.Quando sedevano al tavolino delle ghiottonerie, spesso accavallava le lunghe e grandi gambe, senza curarsi del camice che si alzava e che, salendo … andava sempre più su ad ogni movimento della giunonica fata, mettendo in mostra le calze … sempre diverse ... sempre di nuovi colori.Quelle che le piacevano di più erano le nere.Le calze nere sembravano sempre di una misura più piccola, la seta era tesa sulla pelle, rendendola appetitosa, mentre lo sguardo, ipnotizzato da quella visione, cercava il punto dove il nero deciso dell’orlo merlettato, liberava, con uno sbuffo lievissimo, la carne rosea e chiara della Fata di Ferro.

Anche quando lei si sedeva su un basso puff, sgranocchiando cannellini e lacrime d’amore, era facile che Alba riuscisse a carpire un’immagine delle sue mutandine, schiacciate tra le cosce.La fata si sedeva lì, poi andava e veniva per sfaccendare; lo faceva per non rubare spazio ad Alba a cui, da principessa qual’era, aveva riservato il posto d’onore sul divano.Ad Alba non dispiaceva nemmeno il suo gironzolare per casa alla ricerca di un granello di polvere vigliacco o di uno dei tanti oggetti che, in quella casa fatata, avevano la strana tendenza a cadere negli angoli più nascosti.

Da quando aveva scoperto che la fata, per ritrovare gli oggetti, si metteva carponi mostrandole inavvertitamente il fondoschiena oppure le poppe gloriose, Alba, pur essendo affettuosa e servizievole, non si offriva mai spontaneamente come volontaria “nel cercare”, ma lasciava che la donna facesse tutto il lavoro da sola.

La fata aveva infinita pazienza e nulla chiedeva alla sua preziosa ospite.Per fortuna, tutti i rossori e le vampate peccaminose della giovanetta passavano inosservati, tant’è che una volta, fattasi coraggio, Alba dal gabinetto chiamò la fata con una scusa e si fece trovare seduta sul vaso, con le sottili gambe dischiuse.

Ma la Fata di Ferro non disse niente e niente notò, chiusa nella sua “casta” indifferenza.

Al contrario la principessa, per la vergogna sopravvenuta dopo l’eccitazione, non volle tornare da lei per due giorni.Ma il terzo giorno la fata chiamò … e tutto riprese come prima.

Flora credeva di impazzire, tanto la situazione era diventata insostenibile.Nonostante le promesse fatte a se stessa e alla madre di Nicòle, la presenza della ragazza era diventata troppo intrigante e opprimente per lei.Il piacere che provava a sentirsi osservata di nascosto da quella piccola troia le rimescolava il sangue nelle vene e appena la vedeva o la pensava, si ritrovava eccitata.Dal primo istante in cui Nicòle giungeva a casa, la parte più recondita di lei, iniziava a grondare di piacere.

Desiderava l’orgasmo per ore, mentre le sue guance avvampavano e i suoi seni sudavano.La voleva! Voleva sfogare sul suo corpo delicato quell’infinito desiderio …Il primo giorno che Nicòle disertò le lezioni, Flora respirò e dopo settimane di stress riprese il controllo sulla sua vita e sulla sua casa.

Era una piccola despota ... una piccola canaglia … quella sua principessa!Il secondo giorno si immalinconì. Le mancava. Voleva essere tiranneggiata ancora da quella impertinente spiona … le mancavano i suoi occhioni che le fissavano le cosce.

E si che Nicòle aveva davvero esagerato … farsi trovare nuda sul gabinetto, ancora bagnata.

Pensieri deliziosi l’avevano attraversata, come correnti galvaniche.Ma dooveva comportarsi da donna una adulta e responsabile. Doveva resistere!

Quella sera si decise e chiamò un suo amico, per dare sfogo al vulcano della sua libidine. Ma l'uomo era già impegnato; il fatto che lui non potesse raggiungerla, la rese ancora più furiosa.Si frugò nell’intimo, meccanicamente, sul suo letto, ma il piacere la rese ancora più eccitata e incapace di vincere il desiderio di Nicòle.

La sera del terzo giorno la fece finita … telefonò.‐ Ero certa che ti avesse avvisato – diceva Franca, perplessa – i giovani di oggi non hanno più nessun rispetto! ‐‐ No, lasciala stare, sono ragazzi, magari qui da me si annoia … purtroppo non ho vicini con ragazzi della sua età. La capisco … poverina! – la giustificò Flora.‐ Aspetta adesso te la chiamo, vediamo come si sente … ‐ poi Flora trepidante e impacciata udì le voci lontane di Nicòle e della madre:“ Ma che ti salta in mente? Perché non hai avvertito Flora che stavi male?” diceva la madre alla figlia e questa di rimando “ Uffa, ma io non stavo bene, pensavo che glielo avessi detto tu …” E la mamma “Sei una gran maleducata … adesso vai al telefono e scusati …” seguirono altre parole che non fu in grado di sentire.

Dopo poco arrivò Nicòle alla cornetta: ‐ Scusa! – esordì.‐ E di cosa, tesoro mio, mi dispiace se sei stata poco bene … ‐ disse raggiante Flora – ma adesso come stai? –‐ Sto bene – continuò laconica Nicòle.

Poi si sentì confabulare … ‐ dice mamma: se non disturbo, posso continuare a venire da te? –Flora non seppe dissimulare la gioia che le procurarono quelle poche parole, così con la voce rotta dalla trepidazione disse:

‐ Lo sai, Nicòle, ormai questa è casa tua … devi decidere tu, se vuoi … vedermi ancora.

‐ Si. Voglio venirci ancora … ‐ disse la giovane. Il giorno dopo, quando entrò nella casa, un profumo fragrante di torta di mele e di cannella la pervase.

Flora le venne incontro e si abbracciarono senza parlare.

Da allora però, la donna non si sedette più sul puff, ma sul divano … di fianco a Nicòle.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Scritto da
Giovanna Esse

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