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Erotika
L'Istitutrice Magica · Cap. 2
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Capitolo 2 di 4 16 min di lettura

Calze da troietta

La Principessina assaggia il miele del piacere, diventa sfrontata e sfida la Fata, non immagine quale stregoneria potente si può sprigionare dal sesso.

Giovanna Esse
8 mesi fa · 745 letture · 0

Ormai il ghiaccio era rotto e la Fata di Ferro non teneva più stretti per se i suoi segreti.

Anzi, burrosa e languida, aveva deciso di darsi alla principessa Alba, anima e corpo.

Ad Alba non sembrava vero.

Il pomeriggio facevano una merendina e chiacchieravano del più e del meno, come due amiche del cuore. Poi si dedicavano ai compiti, perché una vera principessa deve essere in gamba, la fata glielo ricordava tutti i giorni.

Poi arrivava il premio.

Il premio era: la confidenza ... l'intimità...

La fata, rassegnata, si donava completamente a lei, perché soddisfacesse la sua lussuria e i suoi sentimenti lascivi … di giovane curiosa e impertinente.

Allora la screanzata si sedeva accanto a lei.

Spesso si servivano di un piccolo plaid con una fantasia scozzese, in quei casi Alba gioiva ancora di più.

Spesso guardavano la televisione, nelle lunghe serate invernali: la Fata in carne si piazzava sul divano e seguiva con finta attenzione qualsiasi programma, pur di starle vicino, altre volte la donna le leggeva delle storie oppure le parlava della sua gioventù. Le loro gambe celate sotto la coperta iniziavano a strusciarsi... il rumore del feltro che frusciava, eccitava entrambe.

Ad Alba non mancava mai la scusa adatta: ora per lo spasso, ora per la paura … ogni pretesto era buono per stringersi a fianco della Fata di Ferro.

Allora, specialmente se protette dal plaid di lana, le piccole mani sottili cominciavano a frugare.

La ragazza abbracciava la donna, in cerca d’affetto e ne esplorava ogni rotondità, ogni curva.

Le dita affusolate vagavano sul cotone del camice, a volte perdendosi tra le roselline sul fondo nero, altre, cogliendo le margherite, prepotentemente sparse; e più la Fata taceva, più quelle mani si prendevano delle confidenze.

Dapprima voleva accarezzarla con delicatezza e disinteresse: carezze distratte, occasionali, come se nascessero spontaneamente e senza scopo.

Ma poi l’eccitazione aumentava e con essa il parossismo, i movimenti diventavano sempre più rabbiosi, sconnessi, convulsi … quelle mani “possedevano”, letteralmente, il corpo della grossa fata.

Alba le toccava i fianchi abbondanti, poi strisciava serpeggiando fino alla pancia di lei, che era generosa e morbida, allora di piatto si infilava sotto la carne e carezzava l’inguine.

Poi tornava su … cercava le mammelle e tirava, e premeva, e giocava con il seno abbondante.

I capezzoli si sentivano al tatto, gonfi e costipati sotto la veste, pressati nel reggipetto.

Poi le dita esploravano il collo, la nuca, titillavano i lobi …

La fata moriva lentamente di languore.

Il cuore impazziva e piccole gocce di perla le cingevano la fronte.

Il plaid faceva da complice.

Allora la ragazza diceva di aver caldo. Da sotto la coltre, faceva scivolare via, dalle gambe di gazzella, la gonna, e restava solo in mutandine e calzettoni.

La carne nuda cercava di nuovo il contatto, scostava il cotone, strusciava sulla seta e trovava infine la pelle dell’altra.

E quando la carne delle due s’incontrava, per entrambe era il tripudio.

Quel desiderio era tanto più grande quanto più era proibito e sofferto.

Il silenzio falso della fata faceva fremere la giovane principessa. Ogni attimo temeva di essere scoperta e quindi allontanata, scacciata.

Sapeva che stava approfittando di tutte le magie della Fata di Ferro, ma non riusciva a trattenersi!

Doveva bere a quella fonte.

Ogni sera si riprometteva di resistere a quella sete ma, il pomeriggio successivo, i suoi buoni propositi capitolavano e si rituffava in quel corpo arrendevole, morbido, materno … che gioie provava e quanto si bagnava il suo fiore nascosto!

Tornava a casa con le mutandine in fiamme per la lussuria.


Il pomeriggio era freddo, nonostante la primavera fosse appena arrivata.

Nicòle arrivò con le guance e le ginocchia arrossate e il piccolo naso ghiacciato.

La sua figura slanciata emerse superbamente, tra i giochi di luce degli specchi della porta.

Flora restò abbagliata ancora una volta dalla sua leggiadria.

Era martedì. La ragazza era mancata due giorni, anzi quasi tre, e la donna si rese conto di quanto la amava.

Padrona del mondo, Nicòle si spogliò del soprabito e tolse la sciarpa bianca.

Poi tolse il cappello di lana lasciando scorrere sulle spalle i capelli d’oro.

Inondò, poi, la casa di sorrisi e parole senza senso …

Niente scuola per domani, niente compiti oggi … stabilì, spadroneggiando, che era il pomeriggio adatto per guardare “Il dottor Zivago”.

Flora avrebbe voluto piangere, ma non lo fece, né si oppose alle richieste della giovane … l’attendeva da troppo, per non esaudire i desideri della sua piccola “tiranna”.

Iniziò a sentire le farfalle nello stomaco, mentre con la mente pregustava le carezze che bramava da tanto. Le loro mani avrebbero danzato con le dita, intrecciandosi e respingendosi, come ballerine su un palco.

Non riusciva a porre freno al suo desiderio, né a quello della ragazza.

Ma erano in stallo … non poteva continuare così … la donna adulta decise di rompere gli indugi:

‐ Vai a fare pipì allora – disse Flora – altrimenti dopo ti seccherà alzarti. – le sorrise – io intanto vado a preparare il tè. –

‐ Si, Badrone! – la prese in giro Nicòle.

Mentre Flora armeggiava in cucina, la giovane che si attardava nel bagno, gridò:

‐ Ho una sorpresa, la vuoi vedere? –

‐ Ho, hooo! – rilanciò Flora – difficilmente le “tue” sorprese promettono niente di buono per il mio "destino"! –

‐ E invece si, guardami! – uscì dal bagno e si mise in mostra per l’amica.

Aveva indosso solo lo spesso maglione a coste. Sotto invece dei calzettoni indossava dei collant neri e velati.

Flora ebbe un sobbalzo, nonostante la ragazza tenesse le cosce serrate, era evidente che non indossava le mutandine.

‐ E guarda, ora! – disse Nicòle, con un sorriso che sapeva di giovanile impertinenza. Divaricò i piedi allargando le gambe. Aveva squarciate grossolanamente le collant con le dita, proprio tra le gambe, così le calze facevano da cornice a quello spettacolo mozzafiato.

‐ E’ una mia invenzione! – disse la sgualdrina – Ti piace? –

Non attese risposta; tanto sapeva bene che non sarebbe arrivata.

La bocca di Flora si era spalancata per lo stupore, ma la povera donna non riusciva a proferire una sola parola.

‐ Queste sono più calde, starò comodissima … e senza le mutandine, posso fare la pipì più facilmente. – alzò gli occhi e fissò Flora con aria spavalda, gli occhi di cerbiatta la sfidarono senza pudore.

Flora riuscì a distrarre la sua attenzione da quello spettacolo. Col respiro affannoso finse di borbottare qualcosa sui giovani, voltandosi per nascondere il rossore del suo volto, eccitata.

La donna si dedicò tenacemente a filtrare il te e lo versò caldo nelle due tazze preferite, poi senza una parola si ritirò di sopra in camera.

Nicòle si era già sistemata sul divano, accogliente come un'alcova.

Il film era appena partito. Dalle scale spiò Flora che tornava in salotto. Si era cambiata: ora indossava una lunga camicia da notte stretta ai seni, in stile impero e che sotto si svasava leggermente … sul davanti aveva i bottoni.

La ragazza notò che la donna non aveva più le calze. Avrà caldo, pensò tra sé e provò piacere a quella vista.

Quel pomeriggio la Fata di Ferro aveva indossato una veste leggera con i bottoni sul davanti.

Come sempre, in silenzio, si sedette accanto ad Alba. Dopo pochi minuti la principessa si raggomitolò al suo fianco; come sempre, iniziò ad assaporare l'atmosfera voluttuosa che si creava tra loro. Chiuse gli occhi ed aspirò il profumo fresco sulla sua carne delicata.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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