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Memorie dal convento: Ofelia · Cap. 5
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Capitolo 5 di 5 11 min di lettura

Amore e dolore

Nulla ferma l'atto sacrificale della piccola Ofelia che trasporterà nella sofferenza anche l'ingenuo marito cornuto.

Giovanna Esse
2 anni fa · 362 letture · 0

Il Padrone indurì la lunga lingua e le penetrò l’ano, dovette premere, perchè la sua giovane vittima non era mai stata inculata, prima. Con Sam, il suo vecchio padrone, non c’era mai stata l’opportunità per un rapporto così complicato e Mimmo, suo marito, non ci aveva mai neppure provato.

Gino leccava e succhiava, soprattutto le grandi labbra, gliele faceva vibrare con la bocca, facendo sì che quel tremore intimo si espandesse attraverso la sua schiena e i suoi nervi. Ogni tanto, a mano aperta, le somministrava dei sonori ceffoni sul sedere, tanto che dopo circa dieci minuti di trattamento le due chiappe erano di fuoco, ma Ofelia non emise un lamento. Ricordava gli schiaffi di Sam e ripensava a quanto li avesse solo immaginati, per tanto tempo.

Capì che Gino la desiderava a ogni momento di più; ora, passato l’effetto sorpresa, il maschio era più che deciso ad approfittare della sua giovane vittima. Non aveva fretta, non fremeva, non pensava assolutamente a cercare una copula, per esprimersi in un orgasmo veloce... Gino voleva molto, voleva tutto!

Per riposare il culetto, le ordino di sedersi sulle sue gambe, ma poi le ordinò di distendersi, cercando di tenersi con le mani al comodino, così piegata all’indietro, la sua vulva depilata a mo’ di adolescente, era esposta e gonfia, sotto la pancia pronunciata. Gino la colpì forte, con uno schiaffo cattivo, in pieno pube. Il dolore inaspettato le esplose dentro, facendole torcere le budella. Non se l’aspettava, non era mai stata colpita lì. Ma l’uomo picchiò ancora, indifferente ai suoi mugolii di dolore; quelle botte le fecero un effetto tremendo, perse controllo sui muscoli e le venne voglia di evacuare, e si trattenne a stento, ma non trattenne un pochino di pipì: le scappò e bagnò i pantaloni di Gino, che invece di prendere provvedimenti, continuò a percuotere la sua vagina metodicamente.

Quando smise, lasciò che Ofelia scivolasse per terra, indifferente. Lei restò immobile, si bagnò il fianco sulle gocce di orina che giacevano sul pavimento; le tempie pulsavano, e le lacrime le scendevano dagli occhi, senza controllo.

Dopo una decina di minuti, Gino venne fuori dal bagno: adesso era nudo e con l’asta eretta.

«Alzati e levati tutto» ordinò, e le lanciò un asciugamani pulito. Ofelia ascoltò il suo comando; si era abbastanza ripresa e le era tornata la “foja” di obbedire ciecamente al suo aguzzino.

Da una busta anonima, Gino tirò fuori una bacchetta di bambù e una piccola frusta, era chiaro che avevano solo iniziato. Ofelia chiese di andare nel bagno, Gino acconsentì ma forse sarebbe stato meglio se non lo avesse fatto...

Appena la poveretta, seduta sul water, iniziò a liberarsi, entrò in bagno e, piazzato davanti a lei, le mise il pene in bocca. Non pretese granché, ma la ragazza sudava freddo dalla vergogna, mentre eseguiva tutte le umilianti operazioni, che avrebbe dovuto fare in solitudine e privacy. Ma, l’uomo, indifferente non mollava, glielo tenne pressato in bocca, sempre, anche quando passò dalla tazza al bidet, quando si asciugò... lo tolse solo per permetterle di tornare, tutta nuda, in camera da letto. Lì, le fece subito sperimentare una nuova e dolorosa punizione: Ofelia era sul letto, sulla schiena, Predator, invece, in piedi, le teneva con la sinistra i piedini in alto, affinché le gambe rimanessero tese. Tra le mani la bacchetta flessibile, pronta a colpire in punti inaspettati: infatti la “beccò” per trenta volte, davanti e dietro le ginocchia. Un dolore tremendo, penetrante. La ragazza non gridava ma soffiava dal naso o gonfiava le gote, prima di sbuffare fuori tutto il male.

Gino, arrapato dalla situazione, dalla bellezza e dalla condiscendenza di Ofelia, perse del tutto la testa. Per prima cosa ripeté quei gesti che lei, come "Ragazza Manga", gli aveva confessato. La obbligò a mettersi sulle sue gambe e la sculacciò, fino a farle il culo rosso.

Poi, mentre riposava le braccia, aprì la borsa e tirò fuori un frustino, un fallo e del lubrificante gel. Ordinò a Ofelia di prendere posizione, piegata a novanta gradi. Con le calze la legò per i piedi a una sedia e si preparò; le confermò che le avrebbe somministrato cinquanta nerbate. La ragazza, chiamandolo Padrone, lo pregò di permetterle di telefonare a Mimmo: voleva che anche lui sapesse del dolore che, lui stesso, l’aveva messa in condizione di subire.

«Amore, non dire nulla, ascolta solamente...

Non hai saputo proteggermi, e sono già piena di lividi... tu non hai saputo proteggermi: Gino è terribile, sai? Mi ha quasi spezzato le ginocchia; ha appena finito di sculacciarmi di santa ragione. Oh, lui fa queste cose in maniera così offensiva, tesoro. Sta sempre col pene esposto, senza provare nessun riserbo: mi ha del tutto svergognata. Adesso sono in mezzo alla stanza e tutte le luci sono accese, vuole vedermi bene, ha detto. Ahi! Che male, mi ha colpito col frustino, è la prima e lui vuole che le conti. Ne devo prendere cinquanta, capisci? e sono tua moglie. Ahi! Due... peggio della prima.»

Il racconto in diretta di Ofelia continuò, anche quando, invasa dal dolore non riusciva più a parlare correttamente; a stento si capivano i numeri del conto, tra i singhiozzi. Si susseguivano inesorabili, sconnessi e fuori tempo. Dal telefono si sentiva perfettamente: i balbettii di Ofelia arrivavano puntuali poco dopo il freddo schiocco del colpo di frusta.

«Che male, tesoro, e che vergogna, mi vedo allo specchio,» biascicò alla fine. «Ho il culo pieno di strisce, stanno diventando bluastre... quando torno da te le faccio vedere: le ho prese tutte.» fece una lunga pausa, c’era silenzio nella stanza, si sentiva solo il suono trattenuto del suo piangere sommesso.

«Sono felice di averti al telefono, mi aiuta a sopportare. Gino mi sta aprendo le gambe, credo che, tra poco... oh si, amore mio…» dopo un secondo di silenzio, lei urlò, e il marito, sulle spine, si sentì impotente e stupido, ebbe una paura folle che alla sua donna potesse accadere qualcosa di grave, ma lei continuò, dopo pochi momenti di smarrimento. Per Mimmo era tutto nuovo, doloroso e incredibile; non aveva mai conosciuto quel mondo strano, quegli equilibri instabili, tipici, del vero sadomasochismo. Eppure, non scattava, riusciva a intuire la potenza della libidine che stava attraversando la sessualità della giovane moglie. Ne era coinvolto… invece di odiare Gino, si sentiva attratto da lui, contagiato dal mellifluo monologo di Ofelia, che raccontava tutto, adorandolo e temendolo, come un padre-padrone.

«Si era lubrificato il pene e adesso è già dentro.» mugolo addolorata «E’ entrato direttamente dietro. Cazzo! Oh, Mimmo, non immagini cosa ho sentito… e adesso: ah, come mi fa! Mi sbatte; mi offende: mi tira verso il bacino con le mani, dai fianchi. Adesso mi tiene per la pancia... mi fotte dentro il culo, siiii!

Posso venire, gioia? Anche lui sta venendo... sì, senza protezione... non serve. Ah... Mimmo mio, quanta me ne sta dando!» Mimmo, dall'altro capo, incredulo e folle, adesso piange, ma non senza masturbarsi il membro, diventare grande, che sbucava dallo spacco dei boxer.

Per la prima volta in vita sua, emise lo sperma insieme alle lacrime.

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Scritto da
Giovanna Esse

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