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Un’estate all’improvviso
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Racconto24 min di lettura

Un’estate all’improvviso

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
4 mesi fa · 934 letture · 0

“Anche io potrei farti fare otto mesi per questo,” dico.

“Potresti ma tanto ti ritrovo subito. La strada già la so.”

La sa?

“L'ho visto qui.”

Il suo dito batte sulla mia carta d'identità, come ci è arrivata sul comodino?

Lo speaker nella testa dice: – Sei un cervello pieno di lume, davvero. Sei andata a farti la doccia e gli hai lasciato lì borsa, portafoglio e documenti.

Finalmente torna a scoparmi.

Questo tizio ce l’ha con quella che vuole il mantenimento, con tutte le donne del mondo, e sta usando il mio corpo come raddrizzatore di torti. Ogni spinta mi pare un vaffanculo piantato dentro. Le ovaie premono, stanno diventando acini d’uva sotto un torchio. Nel buio del mio cervello, lo speaker ha ripreso la preghiera:

– Padre Bacco, rispetto a te nessun dio è più generoso. Ti ringrazio per aver accolto la supplica. Ora, per favore, concedi il riposo.

Forse Bacco è andato a dormire. Anche gli dèi staccano il turno a una cert’ora.

Quest’uomo mi sta frantumando.

Io affondo la faccia nel cuscino, ma diventa sempre più profondo e così anche il buio.

– Padre Bacco, non lasciare che le mie ovaie diventino poltiglia!

Il calore mi sale dal ventre come dal fondo di una bottiglia, veramente. L’utero si contrae in una serie di riflessi. Il suo getto tiepido mi allaga da dentro e le cose che mi stanno uscendo dalla bocca in questi secondi non sono degne di una classicista.

Nella mia testa lo speaker taglia corto:
– Non ce ne frega un cazzo.

Le pale del ventilatore continuano a vorticare e a sollevare una brezza leggera. Chiudo gli occhi e dietro le palpebre vedo il mare.

Il soffitto scompare, il letto gli va dietro inghiottito dal vortice. La coscienza si stacca di netto.

Un suono sordo accanto all’orecchio mi rimette al mondo di colpo. Gli occhi si aprono ma le pupille sono ferme, non capisco dove sono. Il mio telefono segna le 03:15.

Lui è in piedi davanti a me.

“Alzati.”

Ci provo ma mi gira la testa.

Dico: “Che succede?”

“Mi hai piantato di nuovo la tenda.”

Due mani mi afferrano per le spalle e mi spingono giù.

“Siediti.”

Appena sento il contatto del lenzuolo le gambe si rialzano da sole. È impossibile, il culo mi brucia.

“Stai giù.”

Mi siedo sul bordo, millimetrando la carne contro il tessuto.

“Succhia.”

Stringo gli occhi per mettere a fuoco quello che vedo davanti alla mia faccia. Qualcosa non mi torna.

“Che cazzo stai guardando?”

Ho capito, adesso sì. Non ne avevo mai guardato da vicino uno intero, da noi tutti gli uomini sono circoncisi.

Dico: “Il tuo, ma non sono abituata alla frutta con la buccia.”

Gli viene da ridere.

“Meglio, impara le specie diverse così vinci il dottorato dei bocchini.”

La sua carne già dura sparisce fino in fondo alla mia bocca, la sento sulla lingua. Con entrambe le mani dietro il mio collo aumenta la pressione del suo corpo contro il mio viso. Alzo e riabbasso gli occhi. Mi concentro su un punto solo, il resto sparisce.

E tutto questo nemmeno mi dispiace.

Riprendo fiato sopra di lui, il calore riempie lo spazio tra la mia schiena e il suo petto. Ma dalla pelle del bacino premuta contro il suo inguine irradia un dolore che mi paralizza.

Così è troppo dritto. Troppo profondo. Rimane fermo, piantato fino all’utero. Non posso parlare, non riesco a muovermi. Allargo le gambe più che posso, stirando i muscoli per allontanare la mia pelle ferita dalla sua. In alto le sue dita mi strizzano i capezzoli e i brividi non mi lasciano stare.

Allungo la mano per toccarmi, ma lui mi sposta il polso lontano dalla fica. Sento la sua lingua dentro un orecchio.

Ci riprovo. Allungo di nuovo le dita, ma lui mi riafferra la mano esattamente sul polso scorticato da prima. Mi scappa un grido.

“Stai ferma.”

“Dai, fammi venire.”

“Perché? Pensi di aver fatto tutto il tuo dovere di troia?”

“Sì, sì.”

“E invece no.”

La mia testa registra ma non traduce. Sollevo i fianchi.

Sento il suo cazzo che spinge dietro, ma non posso prenderlo così, mi divincolo per togliermi. Nel silenzio lo sento sputarsi sulla mano. La sua saliva mi bagna l’interno come una lozione.

Appoggio di nuovo i fianchi sopra i suoi. Ha già riattaccato, ma almeno schizza più velocemente di quanto avevo temuto.

Se ne sta andando giù e la poca luce della luna che entra dalla finestra gli evidenzia i lineamenti. Sotto quella luce è mostruosamente bello, ma c'è una seconda frase sotto quella che penso.

I miei fianchi si ritraggono da soli un'altra volta.

“Stai ferma, non te la morsico.”

La sua lingua mi accarezza il clitoride lucido. Per fortuna rinuncia a infilare le dita in questa povera fica che ormai è tutta un dolore solo.

Il cuore accelera. Collasso.

Riesco a chiudere tutto fuori. Inspiro, espiro, e mi riaddormento tutta intera.

Apro gli occhi e sono sola. Il letto è stropicciato. Sul comodino c’è solo il cellulare, e due sigarette. La mia valigia è ancora qui.

Niente borsa.

Avevo centocinquantasette euro e trentadue centesimi lì dentro. E i documenti.

Mi alzo. Le gambe sono molli, senza forza. Vado in bagno e faccio il calcolo mentale mentre l’acqua mi scorre addosso. Tento di rimettermi le mutandine ma è impossibile sopportare la stoffa sulla pelle, quindi faccio prima e le butto nel cestino.

Scendo per uscire e anche il tizio della reception è sparito, ma per fortuna avevamo pagato ieri sera. Cammino verso la stazione con la pelle che brucia come se fossi stata al sole da mezzogiorno alle quindici e trenta senza crema.

Quel bar è ancora chiuso e la biglietteria pure, e comunque non ho soldi. Un regionale è già qui.

Meno male che trovo il capotreno sul binario.

Dico: “Mi scusi... purtroppo mi hanno rubato la borsa e ho assolutamente bisogno di tornare a casa. So che dovrei andare a fare una denuncia ma se lei potesse darmi uno strappo devo arrivare solo a...”

Si aggiusta gli occhiali. Mi guarda i capelli, so che sono elettrici, la borsa non la porto davvero, in compenso ho gli occhi rossi e le gambe che tremano. Guarda lo sfacelo che sono ancora un attimo poi dice: “Salga, tanto sono due fermate.”

Mi siedo sulla punta del sedile per non incendiare la pelle. Chiudo gli occhi mentre fuori iniziano a scorrere al contrario iniziano a scorrere al contrario i palazzi, le spiagge, l’azzurro del mare.

Centocinquantasette euro e una manciata di centesimi.

Be’, considerando che è stata una delle scopate migliori della mia vita, ho pagato poco per un servizio d’eccellenza.

Eccoci qua, non posso approfittare anche degli autobus. Mi tocca chiamare Michela per farmi venire a prendere. Sta guidando e gioca ad aprire e chiudere le stanghette degli occhiali da sole.

Click, clack. Click, clack.

Il sole traballa sulle lenti. Toglie gli occhi dalla strada per un secondo: “Troione mio, perché sei conciata così? Hai dormito alla stazione?”

“Questo è l’aspetto che hai tu quando torni dal turno del sabato sera. Stanotte Padre Bacco mi ha mandato in battaglia finalmente.”

“Mmm... speriamo che ci manda pure a me. Oggi esco, eh.”

“Hai trovato l’uomo della tua vita su Badoo?”

“No. Ma comunque esco con tale Simone stasera, e speriamo che me lo scopo perché non gliela faccio più.”

Glielo auguro di cuore. Speriamo che Simone riesca a fare contenta Michela senza tirare fuori dal cappello i tacchi a spillo.

Un figlio.
Una diagnosi psichiatrica.
O un coniglio.

Abito a due passi dalla caserma quindi prima di andare a casa andiamo a suonare ai carabinieri.

Ci apre un appuntato da misurare a metri. Pare che l’abbiamo svegliato, ci strilla: “Che volete?”

“Devo fare la denuncia di smarrimento perché ho perso tutti i documenti.”

“Vi faccio strada.”

Gli andiamo dietro. Pare un interrogatorio: Nome. Cognome. Residenza.

Ogni volta che apre la bocca alza il volume.

Michela dice piano, piano: “Quasi quasi me farei arrestà...”

Pure io.

“Il suo stato civile?”

Tossisco. “Divorziata.”

Adesso smette di urlare. Sorride, chissà perché.



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Agave Ionia

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