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Un’estate all’improvviso
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Racconto24 min di lettura

Un’estate all’improvviso

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
4 mesi fa · 934 letture · 0

E lui dice: “Idioti.”

Lo guardo con la bocca sporca di questa salsa insopportabilmente piccante

“È sempre ubriaca.”

Dico: “Ma chi?”

“Quello schifo di femmina che abita con lo zingaro qua davanti.”

Dico: “Anche a me piace bere. Specie il vino.”

“Ah, sì. C’ho fatto caso oggi pomeriggio, ma giocare non ti piace.”

“D’azzardo no.”

La donna ubriaca è uscita in strada, si sta allontanando, riesco a sentire il suo pianto che si fa sempre più flebile.

Sto ancora masticando assorta nei miei pensieri, lui conta i soldi che ha vinto oggi. Alla fine con gli ultimi spicci si è ripreso dai giri precedenti.

Tac.

Si è dato una botta da solo sul collo e si è lasciato un segno rosa e una sbafata che sembra smalto rosso-ciliegia. Sulla mano aperta ha una zanzara non tanto piccola. L’insetto in coma riprende conoscenza per un attimo prima di morire, poi lui richiude le dita, sfrega il corpicino finché diventa un impasto di nero e rosso.

“Che bella esecuzione,” dice senza guardarmi.

Dico: “Se tu sei di qui che facevi oggi alla stazione?”

“Te l’ho già detto, andavo da mia moglie.”

Non l’ha mai chiamato tutto il giorno, mi pare strano.

“Che direbbe tua moglie se sapesse che sei qui?”

“Non me ne frega un cazzo.”

“Davvero?”

I miei occhi scorrono sugli armadi, tutti ricoperti di polvere. Ci sono libri vecchi buttati sugli scaffali aperti di un comò. Un rotolo di nastro adesivo, viti di ferro e matite raccolte in un portapenne. I nostri bagagli stanno in un angolo pieno di ragnatele.

“Stai prendendo appunti?”

“Sì,” dico.

“Con chi abiti tu?”

“Da sola, sono divorziata.”

“Lavori solo i fine settimana e campi?”


Piego in quattro la carta dei kebab finiti e la butto nel cestino. Anche se questo posto è sudicio, non bisogna sporcare. Almeno c'è il ventilatore.
“Non lavoro solo nel weekend, il sabato e la domenica faccio la cameriera e il resto della settimana faccio altro. Poi potrei anche non farlo, la casa dove vivo è mia. Non mi mancano i soldi.”

Lo speaker nella mia testa dice: – Che brutta idea hai avuto a dire questo...

“Scommetto che quel pirla sta ancora pagando il mutuo della tua casa, mentre tu fai la zoccola alla stazione. Come la mia.”

“La tua cosa?”

“Mia moglie. Ma sai che faccia fa domattina quando mi vede in giardino?” Si sta alzando in piedi e mi pare che occupi sempre più spazio: “M’ha fatto fare otto mesi in carcere perché le ho messo la pistola in bocca, era venuta a dirmi col suo avvocato che devo pagare il mantenimento. Ma io la sistemo come la zanzara, le faccio fare dieci mesi all’ospedale.”

Lo sto fissando. Lui va verso il bagno.

“Oggi le ha salvato il culo quello che s'è buttato sotto al treno, ma domani tocca a lei. Così mi regalano il braccialetto che bippa se mi agito.”

“La casa dove vivo,” dico, “era mia già da prima. Nessuno paga il mutuo.”

“Tanto non ti credo. Tu sei come la mia, volete stare senza fare un cazzo tutto il giorno e avere tutti i soldi per andare a fare spesa, a fare le signore. Poi avete sempre mal di testa.”

“Fai come ti pare, ma il mio divorzio è successo perché i mal di testa se li faceva venire sempre lui. Non ci si crede, ma mio marito mi impediva anche di fargli un bocchino. Diceva: io ti ho fatto fare la principessa, ti ho baciato i piedi e tu mi vuoi baciare 'sto cazzo.”

“Parli proprio come una signora che ha i soldi e studia. È vero, non ci si crede alla voglia di cazzo che c’avete.”

Si è chiuso la porta del cesso dietro.

Sento ancora: “Vaso aperto.”

La doccia getta acqua e io studio il soffitto. Questo accappatoio è ruvido. Chissà perché mi viene in mente, ma le persone credono sempre di avere disgrazie peggiori delle tue.

Gli uomini sono convinti di aver sempre lavorato di più. Di aver fatto del loro meglio e di aver perso comunque.

Sto a occhi chiusi e sento che è tornato. Lo stress di queste settimane e l’afa di questa stanza fa sì che la mia bocca ceda. La sua lingua sa ancora di alcol.
La mia tetta destra gli riempie tutta la mano, non sono mai state piccole e i suoi occhi riempiono il mio cervello.

Nella mia testa la voce metallica dice: – Non mi fai paura e non mi fotterai.

Be’, certo è un modo di dire perché le mie mutande sono sul pavimento e mi sta già fottendo.

Il mio respiro si accorcia che sembra l’ansito della barboncina dei miei vicini.

Sono sudata fradicia, il suo cazzo mi sbatte fino alla bocca dell’utero. I lampioni di fuori illuminano male, non vedo quasi niente.

Si è staccato da me all’improvviso. Il contrasto tra il sudore caldo e l’aria che si raffredda sulla pancia dura un secondo. Il tempo di sentire il materasso che si alleggerisce.

Nel buio denso sento:
Shhhhrrrt.

È il suono di un morso di nastro adesivo che si stacca dal rotolo.
Ancora Shhhrrrt.

È la stessa sensazione di un osso che cede. La sua mano mi volta la testa, adesso guardo il muro.

La plastica mi si appiccica alla pelle dei polsi che tocca la testiera. Cinque centimetri di polimero trasparente per azzerare ogni raggio di movimento. Mi sta imballando. Dico: “Mi hai preso per un mobile?”

“No, ti prendo per una troia della stazione. Sono sicuro che ho indovinato. E comunque parli troppo.”

Un giro doppio mi schiaccia le labbra contro i denti e i capelli contro la nuca. La lingua non ha più spazio per muoversi. Rimane solo il naso per respirare, l’aria che entra e esce e odora di plastica.

Dal soffitto non scende nessun miracolo, solo un ragnetto.

Lo speaker nel cranio dice: – Questo è perché hai parlato troppo anche a Bacco. Non si fanno certe preghiere: gli dèi ascoltano, sempre.

Già.

Mi arriva il rumore di una spina che si stacca dalla presa e di gomma che si arrotola. Giro appena la testa per vedere che combina. Un soffio trapassa l’aria.

Tchwak.

La gomma pizzica. Ora sento il calore lungo il fianco; abbasso la testa verso sinistra per guardare.

La pelle non ha tempo di arrossire, si fa direttamente al viola. Di nuovo rumore di plastica e una botta asciutta. Non vedo niente, ma il fianco esplode. Quando mi torna il fiato controllo il danno e stringo le cosce, più forte che posso. Ma l’odore di femmina e sudore sale comunque.

Tchwak.

Ho il fuoco liquido sotto la pelle. Le spalle mi si stringono, la schiena si inarca da sola in un riflesso involontario. Non vedo più niente, il sale mi affiora alle ciglia e mi fa bruciare gli occhi.

Le cosce mi si schiudono. Stringere la fica umida è diventato impossibile.

Dalle labbra al ventre sale una scossa ma c’è anche qualcos’altro, è insopportabile. Cerco di far vibrare le corde vocali con suoni che vengono dal fondo della gola. Mugolii che devono sembrare parole. Ma non capisce.

Mi viene vicino all’orecchio: “Ingoia. È solo saliva.”

Scuoto la testa.

Niente.

Insisto.

Allora inizio a tirare il più possibile per staccare i polsi dal ferro ma non ci riesco e lui se la ride. Alla fine libero una mano, lasciando i primi due strati, epidermide e derma, sul nastro nero. Non ho il tempo di guardare in che condizioni sta il polso, almeno riesco a poggiare i piedi a terra. Sento le fibre di quello scendiletto, ruvido come il saio di un frate.

Non dovrei farlo, non sono un animale ma non posso parlare. La sua mano mi scatta in faccia: “Dove stai scappando?”

Cortocircuito.

Le gambe si arrendono. Cedo. Il calore scivola via, liberando la pressione. Tiro dentro aria.

Non se lo aspettava.

Si sente solo il ronzio del ventilatore.

Chiudo gli occhi. L’odore di urina si mescola a quello del sesso e della gomma. Lui resta lì un attimo a guardare. Mi chiedo che cosa gli passi per la testa... si è abbassato al livello della mia fica gocciolante. Pare che stia studiando.

“Bellissimo!”

Lo guardo mentre scaraventa il tappeto in bagno, poi sbatte la porta.

“Quel pirla di sotto domattina laverà il tappeto.”

Le sue dita sono sul bordo vicino all'orecchio, stringo i denti aspettando lo strappo, ma la plastica si scolla piano, un millimetro alla volta.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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