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Un’estate all’improvviso
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Racconto24 min di lettura

Un’estate all’improvviso

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
4 mesi fa · 934 letture · 0

Il vicino osserva.

Qui si cuoce, quindi ci spostiamo dentro.

Si sente la voce dello speaker di Ferrovie dello Stato, fredda come il marmo della sala d’aspetto. La voce della divinità elettrica conosce solo orari e mai pietà.

“Si informano i signori viaggiatori che la circolazione tra Pesaro e Ancona è sospesa per l’investimento di una persona.”

Il mio vicino mastica il filtro della sigaretta: “Siamo rimasti a piedi. Me ne vado al bar, se vuoi venire...”

Lo speaker nel mio cervello dice:
– È più sensato sdraiarsi a prendere il sole sui binari.

Sui monitor il conteggio dei minuti di ritardo scompare e appare la scritta: INDETERMINATO.

Il cemento riflette il sole. Stiamo andando verso il bar, sudando, sprecando più liquidi di quanti sia logico anche in questo calore assurdo. Il collo della sua maglietta è zuppo. Le scapole spingono il tessuto mentre apre la porta di vetro.

Come entriamo io crollo sulla sedia. C’è un bancone nero, il resto è tutto grigio, rimbalza solo la musica ipnotica delle slot-machine che segna il tempo dei disperati. Un uomo sta giocando, ha gli occhi fissi sui rulli che girano, e un altro strofina compulsivamente una monetina su un gratta e vinci.

Solo un pazzo potrebbe uscire là fuori adesso, sono le tre. E solo un pazzo potrebbe bere alcol con questo sole, ma noi lo facciamo. Io ordino il vino e lui la grappa.

Lo speaker nel mio cranio dice:
– Se li metti insieme vomiti.

Mi liscio la maglietta tre volte. Le mani mi scendono sul seno e sulla pancia. Controllo l'ombelico: mi brucia per il piercing fresco di due giorni, ho un cerchio rosso in mezzo alla pelle scura. Lui sta fissando il brillio dello zircone come una gazza-ladra.

Arriva il barista. Tic. I bicchieri toccano il ferro lucido del tavolino.

Hanno attaccato a parlare tra di loro. Le parole gli schizzano fuori veloci. Per me restano solo una striscia di consonanti senza senso, però capisco che si conoscono. Non è vero che è di passaggio, come mi aveva detto sulla panchina.

Il commentatore nella mia testa dice:
– Non ce ne frega niente.

Infatti.

Gli incollo gli occhi in faccia e mi torna in mente quello che mi dicono certe volte mia madre e le mie amiche: che in alcuni giorni dovrei uscire con gli occhiali da sole per come guardo. Perché i miei occhi non filtrano niente.

Il cielo del pomeriggio sfuma dall’azzurro al rosso, al blu scuro del crepuscolo. Diresti che è di carta. Non mi sembra di essere solo io a guardare per caso. Lui tiene il bicchiere stretto come se qualcuno potesse portarglielo via. A una certa loro si sono messi a giocare e ora le carte ingombrano tutto il tavolino, insieme al posacenere. Non si dovrebbe fumare nei locali, ma il barista ha detto che siccome siamo tre gatti si può fare.

Io alzo il vino. Ogni volta che il vetro passa davanti al viso, lo ritrovo dall’altra parte: i suoi occhi restano lì, fermi, come se non si fossero mai mossi.

Osserva oltre il vetro del mio bicchiere. È il terzo.

“Perché mi guardi così?”

Non gli rispondo, preferisco riprendere e sudare. E poi non è che tutto sia proprio al posto giusto adesso, dopo tutto questo caldo e il vino. E questa attesa.

“Vuoi sapere se la pistola ce l’ho ancora addosso?”

Il barista giocatore ha i capelli bianchi, parla prima di me.

“Eh...”

Mi piego verso di lui che mi tira da un braccio: “Non c’ha niente addosso questo. Manco il cazzo gli trovi addosso a un ubriaco.”

Sento la risata salire prima ancora che esca. Mi vibra in gola, mi piega la bocca. Vedo arrivare lo stesso riso addosso a loro.

Mi asciugo il collo col palmo, dico: “Non hai aria condizionata qui dentro?”

“Ce l’ho, ma non mi funziona bene e tanto se l’accendo ci piglia un colpo.”

La stazione tace. Non passa una mosca.

Lo speaker nella mia testa dice:
– Dovresti andare a cercare un’alternativa al treno.

Entra qualcuno da fuori, mi pare un cameriere.

Il barista gli chiede: “La stazione è ripartita?”

“No. Tutto fermo.”

Getta le carte sul tavolo davanti a me. Le strade di fuori sembrano appisolate. Sto a occhi chiusi, sdraiata su un fianco con la testa appoggiata contro il vetro fresco.

La voce del barista mi risveglia: “Che lavoro fai?”

“Ancora studio. Nel fine settimana faccio il tuo lavoro pure io.”

Se non ascolto almeno la mia voce mi addormenterò anche io, quindi aggiungo: “Adesso gli esami sono sospesi, sono venuta a trovare una parente.”

Il mio vicino, che ora mi rendo conto non mi ha detto come si chiama, tira fuori venti euro. Il barista si alza e porta qui altre sigarette. A uno sguardo più attento, sono tutti molto pallidi, ma il mare è qui vicino.

Forse non ci vanno.

Il barista ora beve, mi mette il bicchiere davanti ad altezza d’occhi. Mentre gli do il brindisi il mio vicino sta invadendo il mio perimetro col fianco.

Gli chiedo: “E tu che lavoro fai?”

“Lavoravo all’imballaggio mobili.”

Anche quello è da queste parti.

Il vino è frizzante, va giù come la Fanta e il mondo diventa sempre più piccolo. Le loro facce mi sembrano morte. Adesso la temperatura ha iniziato a scendere, e per fortuna. Mi sento le cosce appiccicate dal sudore ma nonostante questo il caldo non mi dà fastidio.

“Agosto mi piace molto,” dico.

Il mio vicino dice: “Anche a me. Da noi non c’è mai sole.”

Va avanti a parlare e quando mi localizza il da noi, rispondo con tutte le nozioni di storia che ho su quel posto. Veramente, conosco meglio la letteratura perché...

Lui tiene l’accendino acceso. “Sei avanti. Ma adesso stai zitta che mi fai perdere gli ultimi spicci.”

Guardo il tavolo: è rimasto un cerchio di vino sul ferro.

Il barista dice: “Che gli fai? È un signore questo.”

Rido un'altra volta. Sullo sfondo le slot continuano a suonare.

Il barista si alza per guardare un orologio da polso abbandonato sul bancone: “Io devo chiudere tra un po’, ma devo anche finire questo giro.” Si riprende le carte in mano. “Dove vai adesso?”

Parla con me?

No, forse con il mio vicino.

“Dove vai stanotte se non ripartono i treni?”

Dico: “È pieno di alberghi qui.”

“Certo. Ma se non vi muovete non trovate un cazzo, è agosto.”

Giusto.

“Volevi dormire qui fuori?”

Il mio vicino dice: “Dormiremo qua fuori. La signora ha già piantato la mia tenda.”

Fuori, oltre le vetrine spente, le luci di Via dell'acquedotto tremano, è pieno di tende e roulotte.

Il barista ride. Eppure quello là, che ormai avrà buttato ottocento euro nella slot, ride.

Che cazzo ci sarà di tanto buffo...

Tra qualche mese scoprirò in maniera del tutto fortuita che nell’angolo di mondo da cui vengono loro (e i loro cazzi) “hai piantato la mia tenda” è un modo di dire: mi hai fatto venire il cazzo duro.

Il vicino si è alzato. “Lo so io dove possiamo andare.”

Camminiamo per venti minuti. Il centro sparisce e le vetrine illuminate lasciano il posto a saracinesche chiuse. Ci fermiamo davanti a un albergo giallo, il sole ha cotto anche questo. Mi pare una pannocchia.

All'ingresso c’è un gatto e ci sono le sue ciotole. Dietro la reception, un anziano con gli occhialini poggiati sul naso legge il giornale. Alza solo gli occhi. “Ti serve qualcosa solo per stanotte?”

Fa tariffe a ore e non chiede i miei documenti. Meglio così.

L’odore di cibo per gatti è ovunque, è denso e stomachevole.

Mentre io salgo lui mi precede. Dico che vado a farmi una doccia, e la sua bocca continua a sorridere ma i suoi occhi sono bui. Lo sento dire che va a prendere cibo qua sotto, che gli è venuta fame. Quando esco dal bagno è già tornato, ha portato un kebab intriso di peperoncino, mi andrà a fuoco lo stomaco.

Mi siedo sul letto e lui dice: “Anche se ti dai da fare con le date e le regine...”

Mi guardo il petto senza ascoltarlo, non mi sono rivestita.

“L'ho visto subito che eri un vaso aperto.”

Forse doveva essere la stoccata finale. Mi pare un verso di Callimaco invece.

Fuori dalla finestra il quartiere è semibuio e silenzioso, una coppia litiga da qualche parte.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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