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Erotika
L'Attesa e la Penombra
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Racconto22 min di lettura

L'Attesa e la Penombra

lidia capasso
3 ore fa · 20 letture · 0

Si passò una mano sul ventre, sopra il pigiama. Il tessuto era ancora un po' umido, dove la maglietta si era alzata. Le dita indugiarono un istante sull'ombelico, poi scesero appena, fino all'elastico dei pantaloni. Sentì ancora il calore. Sentì ancora l'umidità. Non si lavò. Non voleva lavarsi. Voleva tenere quell'odore addosso, come un segreto che nessuno avrebbe mai scoperto. Come una seconda pelle.

Si tirò giù l'orlo della maglietta. Si sistemò i capelli. Prese il bicchiere d'acqua che aveva lasciato in cucina, lo portò in salotto, bevve un sorso. Poi si sedette di nuovo, le gambe raccolte sotto di sé, come all'inizio della serata. Ma le gambe erano ancora un po' aperte. Le cosce ancora un po' umide. Il pigiama ancora un po' bagnato.

Guardò l'orologio a pendolo. Mezzanotte e venti. Anna era in ritardo di poco. Non era niente. Non era la prima volta. Ma Lidia sentì un'ombra di preoccupazione, sottile, immediata, che le stringeva lo stomaco. Non era paura. Era il ritorno delle maschere. Era la madre che si chiedeva dove fosse la figlia. Era la moglie che controllava che tutto fosse al suo posto. Era la professoressa che domani avrebbe dovuto spiegare Leopardi a trenta ragazzi.

Si alzò. Andò in cucina. Si versò un altro bicchiere d'acqua. Lo bevve in piedi, appoggiata al piano di marmo. Il marmo era freddo sotto le mani. Il frigorifero ronzava. Fuori, dalla finestra socchiusa, arrivava il rumore lontano di una macchina che passava. La città era ancora sveglia, ma la casa no. La casa dormiva.

Poi sentì le chiavi nella toppa.

Il cuore le fece un salto. Non per la paura. Per il ritorno alla realtà. Per la fine di quella sera. Per l'inizio di un'altra, qualunque cosa fosse.

La porta d'ingresso si aprì. Anna entrò, con il passo leggero di chi cerca di non fare rumore. Si tolse le scarpe nell'ingresso, le posò con cura. Appese il cappotto. Poi vide la luce in cucina.

«Mamma? Sei ancora sveglia?»

Lidia uscì dalla cucina. «Sì, amore. Ti stavo aspettando.»

Anna la guardò. Era vestita con un abito corto, nero, e un paio di sandali con il tacco. I capelli erano sciolti, un po' scompigliati dalla sera. Il trucco era ancora intatto, ma gli occhi erano stanchi, come succede dopo una serata lunga.

«Non dovevi. Ti avevo detto di non aspettarmi.»

«Lo so. Ma non avevo sonno.»

Anna sorrise. Si avvicinò e le diede un bacio sulla guancia. Lidia sentì l'odore della sua pelle, un misto di profumo, sudore e fumo. Un odore di giovinezza. Un odore che conosceva, che aveva sentito mille volte, ma che stasera le sembrò diverso. Più intenso. Più vivo. E per un istante, mentre il viso di sua figlia era contro il suo, Lidia sentì salire dalle proprie dita l'odore del suo stesso piacere. Un odore che Anna non poteva sentire, ma che Lidia sentiva forte, come se le mani le bruciassero. Le tenne basse, lungo i fianchi. Non voleva che Anna le vedesse. Non voleva che Anna le annusasse.

«Com'è andata?» chiese Lidia.

«Bene. Siamo stati in un locale nuovo, in centro. Musica bella, gente simpatica. Ho visto anche Giulia, ti ricordi? Quella del liceo.»

«Sì, me la ricordo. Come sta?»

«Bene. Si è laureata, lavora in uno studio di architettura.»

«Che bello.»

Anna si sedette sul divano, con un sospiro di stanchezza. Si tolse i sandali, li lasciò cadere sul tappeto. Lidia la guardò. Sua figlia. Vent'anni. Il corpo snello, le gambe lunghe, la pelle liscia. Una bellezza giovane, acerba, ancora in fiore. Una bellezza che Lidia aveva avuto, tanto tempo fa, e che ora vedeva riflessa in un'altra. Ma non provò invidia. Provò tenerezza. E qualcos'altro. Qualcosa che non riusciva a nominare. Un pensiero rapido, improvviso, che le attraversò la mente e svanì subito: chissà se anche lei, stasera, ha fatto quello che ho fatto io. Chissà se anche lei, da qualche parte, ha un odore che nessuno sente. Lo scacciò. Non era il momento. Non era mai il momento.

«Vuoi qualcosa? Un tè? Un bicchiere d'acqua?»

«No, grazie. Vado a letto, sono distrutta.»

Anna si alzò. Si avvicinò di nuovo a Lidia. La baciò sulla fronte. «Buonanotte, mamma.»

«Buonanotte, amore.»

Anna si allontanò verso la sua stanza. Lidia la seguì con lo sguardo. La vide sparire nel corridoio, sentì la porta che si chiudeva. Poi il silenzio.

Rimase sola, in salotto. Il pendolo ticchettava. Il frigorifero ronzava. La casa era di nuovo immobile.

Si sedette sul divano. Prese il libro. Lo aprì. Ma le parole non entravano. La sua testa era ancora altrove. Sentiva ancora il bruciore. Sentiva ancora l'odore delle sue dita. Sentiva ancora il sapore del seme immaginario. E sentiva anche qualcos'altro. Un desiderio sottile, che non se ne andava. Non era finito. Non era sazio. Il corpo aveva avuto il suo orgasmo, ma la mente no. La mente era ancora sulla poltrona, con le gambe aperte e le mani addosso.

Chiuse il libro. Lo posò sul tavolino. Si alzò. Andò in camera da letto. Luca dormiva ancora, il respiro regolare, una mano abbandonata sul cuscino. Lidia si infilò sotto le coperte, accanto a lui. Sentì il suo calore, il suo odore. Un odore familiare, sicuro. L'odore di casa. Ma stasera quell'odore non le bastava. Non la calmava. Le sembrava lontano, come se appartenesse a un'altra vita. A un'altra Lidia.

Luca, nel sonno, le mise un braccio intorno alla vita. Un gesto automatico, abitudinario, ma vero. La mano di lui le sfiorò il ventre, sopra il pigiama. Lidia sentì il contatto e rabbrividì. Non per il freddo. Per il calore. Perché quella mano, anche se innocente, anche se addormentata, le ricordava altre mani. Mani che l'avevano presa, stretta, usata. Mani che non conosceva. Mani che forse non avrebbe mai più sentito.

Chiuse gli occhi. Il corpo era stanco, ma la mente era ancora accesa. Pensò alla poltrona. Alle mani. Al bruciore. Al seme. Pensò a quella parte di sé che nessuno conosceva, che nessuno avrebbe mai conosciuto. E sentì che quella parte di sé non era sazia. Non era appagata. Chiedeva ancora. Chiedeva di più. Chiedeva di tornare.

Non si pentì. Non si giudicò. Non provò vergogna. Sapeva che quella parte di sé non sarebbe scomparsa. Sapeva che sarebbe tornata. Forse domani, forse tra una settimana, forse tra un mese. Non importava. Era sua. Era l'unica cosa che era veramente sua.

Si girò su un fianco, verso Luca. Sentì il suo respiro sulla nuca. La sua mano ancora sul ventre. Chiuse gli occhi. Ma prima di addormentarsi, portò la sua mano destra al viso. La annusò un'ultima volta. L'odore era ancora lì. Caldo. Intenso. Inconfondibile. Il suo odore. L'odore di quella che era stata, per un'ora, solo un corpo. Sorrise nel buio. Poi abbassò la mano.

Domani sarebbe stata di nuovo la professoressa. La moglie. La madre. Domani avrebbe spiegato Leopardi, avrebbe corretto i compiti, avrebbe preparato la cena. Domani sarebbe stata Lidia. Quella Lidia.

Ma stanotte, per un'ora, era stata un'altra. E quell'altra era ancora lì, dentro di lei, con il bruciore e l'odore e il sapore. E andava bene così. Anzi, di più. Non vedeva l'ora che tornasse.

Il sonno arrivò lento, ma arrivò. Come un'onda. Come un ricordo. Come una promessa.

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lidia capasso

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