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Erotika
L'Attesa e la Penombra
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Racconto22 min di lettura

L'Attesa e la Penombra

lidia capasso
2 ore fa · 16 letture · 0

Sul divano, il corpo reagì. Lidia sentì i muscoli delle cosce tendersi, il ventre contrarsi. La mano destra, quella sotto i pantaloni, si spostò. Le dita sfiorarono l'ano, lo premettero appena, senza entrare. Era un gesto istintivo, quasi involontario. Ma bastò a farle capire che il corpo stava seguendo la fantasia fino in fondo. Il bruciore immaginato diventò un formicolio reale. Lidia gemette piano, contro il cuscino.

Nella fantasia, il cazzo nel culo iniziò a muoversi. Lento all'inizio, poi più deciso. Lidia sentiva ogni spinta come se fosse la prima. Sentiva il cazzo che entrava e usciva, che la riempiva, che la usava. Non sapeva chi fosse. Non le importava. Era un corpo. Era un buco. Era quello che voleva essere.

Poi sentì un altro cazzo. Qualcuno le prese la testa, le aprì la bocca, e la penetrò di nuovo. Ora aveva due cazzi dentro di sé. Uno in bocca, uno nel culo. Due uomini la usavano contemporaneamente, senza coordinarsi, senza parlare. Lidia non poteva respirare, non poteva pensare. Era solo un corpo, un contenitore, un buco caldo. E le piaceva. Le piaceva da impazzire.

Il cazzo nel culo accelerò. Le spinte si fecero più rapide, più profonde. Lidia sentiva l'orgasmo salire, lento, potente. Non era un orgasmo come gli altri. Era un orgasmo diverso. Era l'orgasmo di chi non ha più controllo, di chi non ha più volontà, di chi è solo un corpo usato da tanti.

L'uomo venne dentro di lei. Lidia sentì il getto caldo, denso, che la riempiva. Poi si ritirò. Ma non ci fu pausa. Un altro cazzo prese il suo posto. Un altro uomo la penetrò. Stavolta in figa. Un'altra mano le afferrò i capelli. Un'altra bocca le succhiò il seno. Lidia perse il conto. Non sapeva più quanti fossero. Non sapeva più chi fossero. Sapeva solo che la stavano usando, che la stavano riempiendo, che la stavano prendendo.

Gli uomini si alternavano. Chi la prendeva in bocca, chi in figa, chi nel culo. Chi le veniva dentro, chi fuori. Chi le sborrava sul seno, chi sul viso, chi sulla schiena. Lidia non aveva più controllo su nulla. Non poteva chiudere le gambe, non poteva girare la testa, non poteva fermare le mani che la toccavano. Era un corpo condiviso, un contenitore per la brama di tutti. E più la usavano, più voleva essere usata.

Nella realtà, Lidia sentì l'orgasmo avvicinarsi. Le dita lavoravano più veloci, il respiro si faceva più corto, il corpo si tendeva. Le gambe erano aperte, la schiena inarcata, la testa contro lo schienale del divano. Sentiva il bruciore immaginario nel culo, il calore nella figa, il sapore del seme in gola. Tutto si mescolava. Tutto si confondeva.

Poi l'orgasmo arrivò. Non fu un'onda. Fu un'esplosione. Partì dal basso ventre e si sparse per tutto il corpo, come un fuoco che non si poteva spegnere. Lidia affondò la faccia nel cuscino e urlò. Ma l'urlo non uscì. Rimase strozzato nella stoffa, soffocato, inghiottito dal tessuto ruvido che le premeva contro la bocca. Sentì la voce morirle in gola, il fiato bloccarsi, il corpo tremare contro il divano mentre l'orgasmo la attraversava. Non poteva fare rumore. Non doveva fare rumore. Luca dormiva nella stanza accanto, Carolina poco distante. E lei era lì, con la faccia nel cuscino, a soffocare il proprio piacere nella stoffa, mentre la figa pulsava intorno alle sue dita e le gambe si tendevano contro i cuscini.

L'orgasmo fu violento, lungo, interminabile. Il corpo tremò, la schiena si inarcò, le gambe si aprirono ancora di più. E mentre veniva, nella fantasia gli uomini continuavano a usarla, a riempirla, a sborrarle addosso. Il silenzio della casa fu l'unica cosa che le impedì di gridare davvero.

Nella fantasia, l'ultimo uomo si ritirò. Lidia sentì i passi che si allontanavano, i respiri che si facevano più lontani. Poi più nulla. Rimase sola, legata alla poltrona, bendata. Il corpo era ancora caldo. Il seme le colava dalla figa, dal culo, dalla bocca, dal viso. Era ovunque. Sulle cosce, sul ventre, sul seno, nei capelli. Non sapeva quanti fossero stati. Non sapeva chi fossero. Non voleva saperlo.

Sentì un bruciore. Non forte. Un bruciore sordo, profondo, che veniva da dentro. Dalla figa, dal culo. Era il bruciore di chi è stato usato troppo, troppo a lungo, troppo duramente. Ma non le importava. Anzi, le piaceva. Era il segno che era stata usata. Era il segno che era stata riempita. Era il segno che era stata, per un'ora, solo un corpo.

Nella realtà, Lidia rimase sul divano, immobile. Il respiro tornava lentamente. La faccia era ancora premuta contro il cuscino, la bocca ancora aperta contro la stoffa. La mano era sotto i pantaloni del pigiama, le dita ancora umide. Il corpo era madido di sudore. La stanza era tornata silenziosa. Solo il frigorifero, il pendolo, e il respiro di Luca che dormiva nella stanza accanto.

Aprì gli occhi. Guardò il soffitto. La casa era immobile. La casa era la sua. E lei era ancora lì, sul divano, con il pigiama azzurro e le dita bagnate. Sentiva ancora il bruciore immaginario. Sentiva ancora il seme immaginario che le colava addosso. Ma era solo nella sua testa. Solo nella sua testa.

Si tirò su lentamente. Si sistemò i pantaloni del pigiama. Si passò una mano tra i capelli. Poi si alzò. Le gambe tremavano appena. Andò in bagno. Aprì il rubinetto. Si sciacquò le mani, lentamente, sentendo l'acqua fredda scivolare tra le dita. Si guardò allo specchio. Il viso era stanco, ordinario, quello di sempre. I capelli erano scompigliati, gli occhi lucidi. Ma era il suo viso. Era la sua faccia di tutti i giorni. Quella che i colleghi vedevano a scuola, che le figlie vedevano a cena, che Luca vedeva la mattina prima di uscire.

Poi alzò le mani. Le avvicinò al naso. L'odore era ancora lì. Caldo, intenso, inconfondibile. L'odore del suo stesso piacere, delle sue dita, della sua figa. Un odore che nessuno avrebbe mai sentito, che nessuno avrebbe mai sospettato. Un odore che apparteneva solo a lei, a quella parte di sé che viveva nell'ombra. Lo sentì ancora per un istante, poi abbassò le mani. Si asciugò. Uscì dal bagno.

Tornò in salotto. Si sedette sul divano e prese il libro che aveva lasciato giorni prima. Provò a leggere, ma le parole scorrevano sotto i suoi occhi, nere sul bianco, senza entrare: la sua testa era ancora nella casa dell'amico, sulla poltrona di velluto, con le gambe aperte e i nodi ai polsi. Sentiva ancora il bruciore, un calore sordo e profondo che veniva da dentro e non se ne andava. Sentiva ancora l'odore sulle dita, caldo e inconfondibile, e il sapore immaginario del seme in gola, amaro e denso. Il corpo era tornato a essere il suo, ma la memoria della carne restava.


Chiuse il libro e lo posò sul tavolino, accanto al tablet spento. Si guardò intorno: il salotto era immobile, familiare, ordinato. Il parquet tirato a cera rifletteva la luce bassa della lampada, l'enciclopedia nella libreria di noce era al suo posto, il ripiano di cristallo immacolato. Tutto era come doveva essere. Tutto come sempre.


Eppure qualcosa era cambiato. Non nella stanza, ma in lei. In quel corpo che fino a poco prima era stato solo un contenitore, un buco caldo, un oggetto a disposizione di una stanza piena di uomini. Ora era di nuovo la professoressa, la moglie, la madre. Ma dentro, da qualche parte, restava l'altra: quella che aveva cercato il bruciore, che si era lasciata riempire, e che per un'ora era stata felice di non dover essere nessuno.

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