«Bella» disse lui. «Ancora bella.»
Non era un complimento. Era una constatazione. Lidia sentì il calore salirle al volto. Non per vergogna. Per piacere.
Le mani scesero. Trovarono l'elastico delle mutande. Le abbassarono lentamente, facendole scivolare lungo le cosce, le ginocchia, le caviglie. Lidia sollevò un piede, poi l'altro, e le mutande caddero a terra. Era nuda. Completamente nuda. In piedi, bendata, in mezzo a una stanza che non vedeva.
Lui si allontanò. Lidia sentì i passi che si spostavano, poi il silenzio. Non sapeva dove fosse. Non sapeva cosa stesse facendo. Aspettò. Il cuore batteva forte. La pelle era coperta di pelle d'oca, ma non per il freddo. Era l'attesa. Era la consapevolezza di essere completamente esposta, senza possibilità di coprirsi, senza possibilità di fuggire.
Poi le mani tornarono. La presero per un braccio, con delicatezza ma con fermezza. La guidarono attraverso la stanza. Lidia camminò alla cieca, i piedi nudi sul tappeto spesso, le gambe che tremavano appena. Non sapeva dove stesse andando. Si lasciò guidare.
La fecero sedere. Sentì sotto di sé il velluto di una poltrona, morbido e freddo. Lo schienale era alto, le braccia erano larghe. Lidia si appoggiò, cercando una posizione comoda. Ma non fece in tempo a trovarla.
Lui le prese il braccio destro e lo appoggiò sul bracciolo. Poi sentì qualcosa stringere il polso. Non una corda ruvida. Qualcosa di morbido, forse una fascia di seta, o un laccio di cuoio. Il nodo si strinse, non troppo, ma abbastanza da tenerla ferma. La stessa cosa fece con il braccio sinistro.
Lidia sentì le braccia bloccate lungo i braccioli. Non poteva alzarle. Non poteva coprirsi. Non poteva fare nulla.
Poi lui le prese le gambe. Le aprì, lentamente, ma con decisione. Lidia sentì le ginocchia divaricarsi, i muscoli dell'interno coscia che si tendevano. Le caviglie furono appoggiate ai braccioli inferiori della poltrona, o forse a qualcosa che lui aveva preparato. Sentì un altro nodo stringersi intorno alle caviglie. Le gambe erano aperte. Completamente aperte. Il seno, il ventre, la figa, tutto esposto a uno sguardo che non poteva vedere.
Lui si fermò. Lidia sentì il silenzio farsi più denso. Non sapeva se fosse ancora lì. Non sapeva se fosse solo. Aspettò.
E in quel momento, mentre le corde le stringevano i polsi e le caviglie, Lidia sentì qualcosa che non si aspettava. Non paura. Non vergogna. Sollievo.
Ecco. Adesso non devo più fare niente.
Non doveva più decidere se aprire le gambe. Erano già aperte. Non doveva più decidere se alzare le braccia. Erano già legate. Non doveva più scegliere nulla. Era solo un corpo, offerto, esposto, immobilizzato. E per la prima volta in quella sera, sentì il respiro farsi più lento, più profondo. Il corpo si abbandonò contro il velluto della poltrona. La testa si appoggiò allo schienale. Le gambe, già aperte, si aprirono ancora di più, come se volessero accogliere quello che sarebbe arrivato.
Non era una prigione. Era una liberazione. La benda sugli occhi, i nodi ai polsi e alle caviglie, la poltrona che la teneva ferma: tutto contribuiva a toglierle l'onere della volontà. Non doveva più essere Lidia. Non doveva più essere la professoressa, la madre, la moglie. Era solo un corpo. E il corpo non decideva. Il corpo subiva. E subire, per Lidia, era la forma più alta di piacere.
Sul divano, nella realtà, Lidia sentì le sue gambe aprirsi davvero. Le mani, che fino a quel momento si erano mosse lente sotto i pantaloni del pigiama, si fermarono un istante. Poi ripresero, più decise. Il corpo seguiva la fantasia. Le spalle si appoggiarono allo schienale del divano come se fossero contro il velluto della poltrona. La testa cadde all'indietro. Le gambe si aprirono. E la mano, quella mano che nella fantasia era legata, nella realtà era libera di muoversi, di premere, di cercare.
Ma Lidia non voleva muoversi. Voleva aspettare. Voleva sentire il silenzio. Voleva che le mani arrivassero. Tutte le mani. Come nella fantasia.
Il silenzio durò un istante, forse due. Poi Lidia sentì un respiro. Poi un altro. Poi le mani.
Il primo respiro fu tiepido, vicino all'orecchio. Poi un altro, più lontano. Poi un terzo, alle spalle. Lidia non sapeva quanti fossero. Non poteva contarli. Non poteva vederli. Sapeva solo che erano più di uno, più di due, forse più di cinque. Erano respiri diversi, odori diversi, presenze diverse. Erano tutti lì per lei.
La prima mano le sfiorò il collo. Era una mano grande, calda, con il palmo ruvido. Le accarezzò la gola, lentamente, come se stesse misurando la sua vulnerabilità. Poi scese. Sfiorò la clavicola, la spalla, il seno. Si fermò sul capezzolo, lo prese tra due dita, lo strinse appena. Lidia sentì un brivido partirle dalla nuca e scenderle lungo la schiena.
Sul divano, il corpo rispose. Le spalle si irrigidirono appena, il respiro si fece più corto. La mano destra, quella sotto i pantaloni del pigiama, si fermò un istante, come se stesse aspettando. Poi riprese, più lenta, più misurata. Lidia non voleva correre. Voleva sentire ogni passaggio.
Una seconda mano arrivò da sinistra. Le accarezzò il fianco, il ventre, l'ombelico. Si fermò sul pube, sfiorò le labbra chiuse, indugiò un istante, poi scese più giù. Le dita si aprirono la piega, la esplorarono lentamente. Lidia sentì l'umidità che già la ricopriva, il calore che saliva. Non poteva chiudere le gambe. Non poteva allontanare quella mano. Non voleva.
Nella realtà, le sue gambe si aprirono davvero, appena. Il pigiama scivolò lungo l'interno coscia. L'aria fresca della stanza le accarezzò la pelle scoperta, e per un istante Lidia sentì il contrasto tra il calore della fantasia e il freddo della sera. Le piacque. Le piacque sentire il corpo reale rispondere a quello immaginato.
Una terza mano le prese il seno sinistro, lo strinse con più forza. Una quarta le accarezzò l'interno coscia, risalendo lentamente verso la figa. Una quinta le sfiorò la bocca, le labbra, la lingua. Lidia la prese tra i denti, la leccò, la succhiò. Non sapeva di chi fosse. Non le importava.
Le mani erano ovunque. Le stringevano i fianchi, le carezzavano le cosce, le premevano il ventre. Qualcuno le infilò due dita dentro, senza preavviso. Lidia gemette. Non era un gemito di dolore. Era un gemito di pienezza. Le dita entravano e uscivano, lente, profonde, mentre altre mani continuavano a esplorarla, a stringerla, a prenderla.
Poi sentì qualcosa di più. Non una mano. Un corpo. Qualcuno si avvicinò, le prese la testa tra le mani, e le mise il cazzo in bocca. Lidia non lo vide. Non vide il viso, non vide il corpo. Sentì solo il sapore, il calore, la durezza. Lo prese in bocca, lo succhiò, lo sentì scivolare in gola. La mano che le teneva la testa era ferma, decisa. Non le permetteva di ritirarsi. Non voleva ritirarsi.
Mentre la bocca era occupata, altre mani continuavano a lavorare sulla figa. Qualcuno le infilò tre dita, qualcun altro premette il pollice sul clitoride. Lidia sentiva il piacere salire, confuso, disordinato, ma inarrestabile. Non c'era un ritmo. Non c'era un ordine. C'erano solo mani, dita, cazzi, respiri.
Il primo uomo venne in bocca. Lidia sentì il getto caldo, denso, amaro. Deglutì. Non poteva fare altrimenti. La mano che le teneva la testa non la lasciava andare. Poi il cazzo uscì dalla sua bocca e un altro prese il suo posto. Ma stavolta non fu la bocca. Fu il culo.
Lidia sentì le mani che le sollevavano i fianchi, che la spostavano appena sulla poltrona. Sentì qualcosa premere contro l'ano. Non era un dito. Era un cazzo. Era già duro, già bagnato. Premette. Lidia sentì la resistenza, lo stiramento. Poi la cedevolezza. Il cazzo entrò. Lentamente, ma senza pause. Ogni centimetro era una fitta, un bruciore, una pienezza. Lidia strinse i denti. Non gridò. Non voleva gridare. Voleva sentirlo. Voleva sentire tutto.
