La casa era immersa in quel silenzio particolare delle ore piccole, un silenzio che non era vuoto ma pieno di presenze assopite. Luca dormiva da almeno un'ora, il respiro pesante e regolare che filtrava dalla porta della camera da letto socchiusa. Carolina si era addormentata con il telefono ancora in mano, la luce dello schermo che si spegneva da sola nella sua stanza. Anna non era ancora rientrata. Aveva mandato un messaggio verso le dieci: "Mamma, torno dopo mezzanotte, non aspettarmi sveglia."
Lidia non aveva risposto. O meglio, aveva risposto con un cuoricino, il gesto automatico di una madre che ha imparato a dire tutto senza dire nulla.
Era seduta sul divano, le gambe raccolte sotto di sé, il tablet spento sul tavolino. Indossava il pigiama di cotone azzurro pallido, quello che teneva per le sere in cui non aspettava nessuno. La maglietta era larga, scollata, consumata dai troppi lavaggi, e lasciava scoperta la pelle chiara del collo e delle spalle. Sotto, il seno era libero, pesante, morbido. I capezzoli, ancora sodi, si disegnavano appena contro il tessuto sottile, e ogni volta che Lidia si muoveva, la stoffa li sfiorava con una carezza involontaria.
I pantaloni del pigiama erano lunghi, larghi, di cotone leggero. Ma sotto non c'era nulla. Nessun indumento intimo, nessuna barriera. Solo la pelle del ventre, delle cosce, del pube, a contatto con il tessuto morbido. Quando si sedeva, il cotone si tendeva sull'inguine e lasciava indovinare la forma delle labbra, il rilievo appena accennato del clitoride, la piega calda dove le cosce si univano.
Non stava leggendo. Non stava guardando la televisione. Non stava facendo niente. Aspettava.
Aspettava Anna, certo. Ma non era quell'attesa che le teneva la mente sveglia. Era un'altra attesa, più sottile, più profonda, che non aveva niente a che fare con la porta d'ingresso. Era l'attesa di sé stessa. Di quella parte di lei che si svegliava solo quando la casa dormiva, quando le maschere cadevano, quando nessuno poteva vederla.
Guardò l'orologio a pendolo nell'ingresso. Le undici e un quarto. Anna sarebbe rientrata dopo mezzanotte, forse all'una. Carolina e Luca dormivano. La casa era sua.
Si alzò per andare in cucina a bere un bicchiere d'acqua, sentendo il freddo scendere netto lungo la gola prima di tornare a sedersi.
Si sedette di nuovo sul divano. Ma questa volta non raccolse le gambe. Le aprì appena, i piedi nudi appoggiati sul tappeto, le ginocchia leggermente divaricate. Il pigiama era largo e scivolò sulle cosce senza stringere, risalendo lungo l'interno delle gambe fino a scoprire la pelle chiara e calda. Sentiva l'aria fresca della sera risalire lungo le cosce, fermarsi all'inguine, accarezzare la piega nascosta dove le labbra si toccavano. Il cotone, tirato dalla posizione, premeva appena contro il pube, e ogni volta che Lidia respirava, la stoffa si muoveva con lei, sfiorandola.
Si guardò. Le gambe aperte, il pigiama che risaliva, la pelle del ventre che si intravedeva sotto l'orlo della maglietta. Non si vergognò. Si piacque. Cinquantacinque anni, un corpo che aveva partorito due figlie, che aveva conosciuto il peso degli anni e la leggerezza di mille notti. Un corpo che non era più giovane, ma che era ancora suo. Ancora caldo. Ancora capace di desiderare.
Chiuse gli occhi.
Non voleva pensare a nulla di ciò che era stato. Non voleva pensare al marito che dormiva nella stanza accanto, alle figlie che crescevano, ai segreti che portava addosso come una seconda pelle. Voleva pensare a qualcosa di nuovo. Qualcosa che non avesse ancora vissuto, nemmeno nella fantasia. Qualcosa che la sorprendesse.
E l'immagine arrivò. Non un ricordo, non un uomo del passato. Un'immagine nuova, che si formò dal nulla, come se fosse stata lì ad aspettare il momento giusto per affiorare.
Una casa. Non la sua. Non una casa borghese come la sua, con il parquet tirato a cera e l'enciclopedia nella libreria di noce. Una casa diversa. Più grande, più scura, con luci basse e odore di legno e di incenso. Una casa dove qualcuno l'aveva invitata. Un amico. Un uomo di cui si fidava, ma che non conosceva fino in fondo.
La mano destra scese lungo il fianco, lenta. Le dita sfiorarono l'elastico dei pantaloni del pigiama, indugiarono un istante, poi scivolarono sotto. La pelle del ventre era calda, liscia. Il pollice disegnò un cerchio intorno all'ombelico, poi scese ancora. Le dita trovarono il pube, la piega calda, l'umidità che già cominciava a farsi strada. Non aveva fretta. Non c'era nessuno che la stava guardando, nessuno che le diceva cosa fare. Era solo lei, il divano, il silenzio della casa, e quell'immagine che cresceva nella sua testa.
La casa dell'amico. La porta che si chiudeva alle spalle. La voce che le proponeva un gioco.
Lidia sorrise nel buio. Le dita continuavano a muoversi, lente, quasi distratte. Sapeva dove stava andando. Ma non aveva fretta di arrivarci.
La casa dell'amico era esattamente come Lidia l'aveva immaginata: grande, silenziosa, con luci basse che disegnavano ombre morbide sulle pareti. C'era odore di legno e di incenso, e un tappeto spesso che copriva il pavimento del salotto. Non era una casa borghese come la sua, era un'altra cosa: Lidia non sapeva nemmeno cosa, né le importava.
L'amico non aveva un nome. Nella fantasia non ne aveva bisogno. Era un uomo di cui si fidava, ma che non conosceva fino in fondo. La voce era calma, profonda, senza fretta. Le aveva proposto il gioco con semplicità, quasi con noncuranza: "Ti fidi di me?"
Lidia aveva risposto di sì. Non aveva chiesto cosa fosse il gioco. Non voleva saperlo. Voleva solo che iniziasse.
Lui le si avvicinò. Le mani erano calde, asciutte, sicure. Le accarezzò il collo, le spalle, le braccia. Non disse nulla. Non ce n'era bisogno. Lidia sentiva il respiro farsi più corto, il cuore battere più forte. Non era paura. Era attesa. Era la stessa attesa che provava sul divano, ma più intensa, più concentrata, come se tutta la sua vita fosse racchiusa in quel momento.
Poi lui prese la fascia. Era di seta nera, liscia, fredda. Lidia la vide un istante prima che le coprisse gli occhi. Poi il buio. Il mondo scomparve. Restarono solo i suoni, gli odori, il tatto.
La fascia fu annodata dietro la nuca. Non troppo stretta, ma salda. Lidia sentì il nodo premere contro l'osso occipitale. Non avrebbe potuto toglierla da sola. Non voleva toglierla.
«Adesso ti spoglio» disse lui. «Piano. Un capo alla volta. Non ti muovere.»
Lidia non si mosse. Sentì le mani che le sfioravano i fianchi, che trovavano l'orlo della gonna e la facevano scivolare giù lungo le gambe. Il tessuto le accarezzò le cosce, le ginocchia, i polpacci, poi cadde a terra con un fruscio leggero. L'aria fresca della stanza le accarezzò la pelle scoperta. Le gambe erano nude. Le mutande erano ancora addosso, ma non per molto.
Le mani risalirono. Trovarono la camicetta. La sbottonarono lentamente, un bottone alla volta, e Lidia sentì ogni singolo movimento come se fosse una carezza. Il cotone si aprì sul petto, sullo stomaco, sull'ombelico. Poi la camicetta scivolò via dalle spalle e cadde a terra.
Rimase in reggiseno e mutande. Il reggiseno era di pizzo, nero, semplice. Le mutande erano di cotone, ma il cotone era già umido. Lidia lo sapeva. Lo sentiva. E sapeva che lui lo avrebbe sentito.
Le mani le sfiorarono il seno sopra il pizzo. I capezzoli si indurirono subito, tesi, sensibili. Lui li prese tra le dita, li strinse appena, poi sganciò il reggiseno con un gesto rapido. Il pizzo scivolò via, e il seno rimase libero, pesante, caldo. L'aria lo accarezzò, e i capezzoli si tesero ancora di più.
