Il silenzio delle tre del pomeriggio, in quella casa vuota, aveva il peso sordo e compatto delle cose immobili. Dalle fessure delle persiane abbassate filtravano lame di luce grigiastra che tagliavano la penombra del salotto, posandosi sul parquet tirato a cera, sui dorsi rilegati dell'enciclopedia nella libreria di noce, sulla superficie immacolata del tavolino di cristallo. Nessun rumore, se non il ronzio sommesso del frigorifero in cucina e il ticchettio metallico dell'orologio a pendolo nell'ingresso.
Lidia era sprofondata nell'angolo del divano. Indossava una maglietta di cotone sbiadita e un paio di leggings neri, morbidi ma informi. Un saggio di letteratura giaceva aperto a faccia in giù accanto alla sua coscia, abbandonato dopo poche pagine. La noia non era semplice stanchezza: era una sazietà pesante, una sensazione vischiosa che le intorpidiva i pensieri e le rendeva l'aria della stanza quasi irrespirabile. Cinquantacinque anni, una cattedra solida, un matrimonio senza crepe visibili, due figlie che ormai scivolavano verso le loro vite. Tutto era al suo posto, calibrato, pacificato. Troppo pulito. Troppo fermo.
Rimase immobile a fissare una crepa sottile sul soffitto, e fu in quell'istante di vuoto pneumatico che la mente, per puro istinto di ribellione, si staccò dal salotto.
Non ci fu alcuna carezza, nessun gesto del corpo ad anticiparlo: fu la mente a deragliare per prima, con una violenza improvvisa. La professoressa svanì in una frazione di secondo. Al suo posto comparve un marciapiede lurido alla periferia est, bagnato dalla pioggia sottile di un tardo pomeriggio invernale. Lidia si vide lì, ferma sotto il lampione guasto di una piazzola di sosta, con l'asfalto che rimandava il bagliore unto dei fari delle auto di passaggio.
Nella sua testa non c'erano cappotti pesanti né la compostezza borghese di sempre. Si immaginò con una gonna corta di cotone elasticizzato, così stretta da fasciarle senza pietà i fianchi maturi, risalendo a ogni passo lungo le cosce piene e lasciandole scoperte fino a metà gamba. Sopra, soltanto una maglietta attillata, corta, che le copriva a stento il seno generoso fermandosi poco sotto le costole. La stoffa sottile tirava sulla carne morbida, lasciando indovinare il rilievo scuro e turgido dei capezzoli intirizziti dall'umidità e aprendosi su una scollatura profonda che metteva in mostra la curva pesante del décolleté, bagnato da gocce di pioggia fine.
Nella fantasia, non c'era traccia di corteggiamento né di rispetto borghese. Lidia non era nessuno: era una puttana di strada, carne matura esposta alla vista di chiunque avesse qualche banconota spiegazzata in tasca. Una donna senza voce, senza status, ridotta alla pura funzione di attirare sguardi volgari dall'abitacolo delle auto e farsi caricare. L'idea di essere lì per essere usata, valutata come pura merce attraverso un parabrezza appannato con quel seno quasi scoperto al freddo, le accese un fuoco improvviso, bruciante, che le serrò lo stomaco prima ancora che le mani osassero muoversi.
Nella mente, la strada cominciava a muoversi. Il rollio pesante di un'auto vecchia tagliò la pioggia sottile, accostando a filo del marciapiede con le gomme che strisciavano contro il cordolo fangoso. Lidia sentiva il freddo colpirle le braccia scoperte e la maglietta tesa che le comprimeva i capezzoli duri, turgidi come due sassi sotto il cotone leggero.
Il finestrino dal lato passeggero scese giù rapido, con uno stridio secco.
Lidia si sporse subito in avanti. Piegò la schiena a novanta gradi, piantando le mani nude sul bordo della portiera umida. La maglietta cortissima cedette alla gravità: la scollatura si spalancò del tutto, lasciando cadere in avanti i seni pesanti e maturi, con le areole scure e i capezzoli rigidi a pochi centimetri dal vetro, esposti senza pudore sotto la debole luce dell'abitacolo. La gonna di cotone le risalì impietosa sul culo, tirando fino a scoprire l'attacco delle cosce.
Dall'interno le arrivò un'ondata di aria calda, un odore rancido di tabacco e dopobarba scadente, e lo sguardo torbido di uno sconosciuto che le squadrava le tette con fame famelica. Nessuna parola di contrattazione. Nessun preambolo. Solo una voce roca, autoritaria, che le sputò addosso l'ordine:
«Sali, troia.»
Non c'era rabbia in quella voce. Non c'era passione. C'era la stessa intonazione che si usa con un cane randagio a cui si getta un osso. Lidia sentì le gambe muoversi prima ancora di decidere: la portiera si aprì con uno scatto, l'aria calda e viziata dell'abitacolo le investì le cosce nude, e lei si infilò dentro con un movimento goffo, la gonna che le risaliva ancora di più sui fianchi, le cosce che si stringevano sul sedile di finta pelle fredda.
Lo sconosciuto non la guardò in faccia. La guardò e basta: gli occhi che scendevano dal collo al petto, dal petto alla gonna, dalla gonna alle gambe, con la lentezza di chi sta valutando se la merce vale il prezzo. Un uomo sulla cinquantina, forse più, la pelle grigiastra, le mani grandi appoggiate sul volante con le nocche sporche di grasso. Non le disse come si chiamava. Non le chiese il nome. Le posò una mano sulla coscia, senza preliminari, e la strinse con forza, come si palpa un frutto per sentire se è maturo.
«Apri le gambe»
disse, e la mano risalì lungo l'interno della coscia, infilandosi sotto la gonna con una familiarità che toglieva il fiato.
«Vediamo se vali quello che chiedi.»
L'auto partì con uno strattone. Lidia non sapeva dove stessero andando, e non le importava. Guardava fuori dal finestrino appannato, il marciapiede che scorreva via, le luci dei lampioni che si allungavano sull'asfalto bagnato, e sentiva le dita di quell'uomo che le stringevano la coscia, che le aprivano le gambe sul sedile, che le sfioravano le mutandine di cotone con la stessa cura con cui si controlla un motore. Non le importava di piacergli. Non le importava di essere gentile. L'unica cosa che contava era quella mano che la toccava come se fosse una cosa, un oggetto, un buco da usare e gettare via.
Poi la fantasia si incrinò, per un istante. Lidia sentì il cuscino del divano sotto la guancia, il tessuto ruvido che le graffiava la pelle. La sua mano destra era già sotto i leggings, le dita che premevano contro il cotone delle mutandine, e la stanza tornò per un secondo: il ronzio del frigorifero, il ticchettio del pendolo, la luce grigiastra che tagliava il soffitto. Ma non voleva tornare. Non ancora.
«Guarda che bel pezzo di carne»
mormorò l'uomo nella sua testa, e la mano le stringeva il seno attraverso la maglietta, le dita che cercavano i capezzoli e li pizzicavano fino a farle male. «Quanto hai detto che prendi? Perché per una così, a quest'ora, sul marciapiede, direi che ti conviene accontentarti.»
Lidia si sentì umiliata, e le piacque. Si sentì vecchia, e le piacque. Si sentì una donna che non aveva più nulla da difendere, nessuna reputazione, nessun ruolo, nessun nome. Era solo un corpo sul sedile di un'auto sporca, con la gonna alzata e le gambe aperte, e le dita di uno sconosciuto che la esaminavano come si esamina una vacca al mercato.
L'auto accostò in uno slargo di terra battuta, dietro un capannone dismesso. Il motore si spense. L'uomo si girò verso di lei, e per la prima volta la guardò negli occhi. Non le ordinò di spogliarsi. Allungò una mano e le abbassò la scollatura della maglietta, tirandola giù fino a far uscire un seno. La pelle chiara, l'areola scura, il capezzolo che si tendeva nel buio dell'abitacolo. Lui lo prese tra due dita, lo strinse, lo soppesò.
«Buona» disse.
Poi, senza aggiungere altro, si slacciò i pantaloni. La cerniera scese con un ronzio metallico, e lui tirò fuori il cazzo. Lo teneva in mano, semieretto, pesante, e guardava Lidia con la stessa espressione di prima, quella di chi sta valutando se ha fatto un buon affare. Non disse niente. Non ce n'era bisogno.
Le mise una mano sulla nuca e le guidò la testa in basso, verso il proprio grembo.
E fu in quel momento che il corpo di Lidia seguì la fantasia. Sul divano, le spalle si curvarono in avanti, la schiena si inarcò, e la guancia affondò nel cuscino come se stesse davvero cercando il grembo di quell'uomo. Il respiro le si comprimeva contro la stoffa, corto, irregolare, e la mano destra, quella sotto i leggings, accompagnò la discesa con un movimento più lento, più profondo, come se stesse seguendo la testa che scendeva. Sentiva il sapore del tessuto dei pantaloni, l'odore di sudore e tabacco, quell'odore forte la pressione di quelle dita che le tenevano la nuca ferma. Non oppose resistenza. Non voleva opporla.
«Brava. Così. Stai zitta e prendilo.»
E Lidia stava zitta. Nel salotto vuoto, con la faccia affondata nel cuscino e il respiro che si faceva corto, stava zitta e prendeva tutto.
Lidia non si tirò indietro. La testa le scendeva verso il grembo di quell'uomo con una lentezza che non era esitazione, ma abitudine: come se l'avesse fatto mille volte, come se quel gesto fosse l'unica cosa che sapesse fare davvero. Sentì il sapore acre della pelle, l'odore di sudore e tabacco che le riempiva le narici, e la mano di lui che le stringeva la nuca con una pressione ferma, non violenta, ma nemmeno gentile. Una mano che non chiedeva: pretendeva.
