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Il Posto Dove Tornare
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Racconto13 min di lettura

Il Posto Dove Tornare

lidia capasso
4 ore fa · 15 letture · 0


«Apriti bene» disse lui. «E guardami.»


Lidia alzò gli occhi. Lo vide dall'alto, il mento reclinato sul petto, lo sguardo che la fissava senza alcuna tenerezza. Non c'era piacere in quegli occhi, non c'era desiderio: c'era la soddisfazione di chi sta usando un attrezzo e vuole che funzioni. Lidia sentì una fitta di umiliazione così intensa da trasformarsi in piacere, e la bocca le si aprì da sola.

Sul divano, il corpo seguì. La schiena si inarcò ancora, le spalle si curvarono fino a farle male, e la mano destra, quella sotto i leggings, accelerò il ritmo. Le dita premevano contro il cotone delle mutandine, scivolavano lungo le pieghe, trovavano l'umidità che ormai aveva inzuppato la stoffa. Il respiro le si rompeva contro il cuscino.


«O cazzo...» mormorò, la voce impastata dalla stoffa. Non era un gemito costruito: era una parola che le usciva da sola, come un sospiro, come una bestemmia di piacere.


Nella fantasia, lui non la lasciò andare fino in fondo. Dopo qualche minuto le afferrò i capelli e le tirò indietro la testa, con uno strattone secco. Lidia ansimò, la bocca ancora aperta, e lui la guardò con un mezzo sorriso che non arrivava agli occhi.


«Adesso basta» disse. «Apri la bocca e stai ferma. Voglio solo svuotarmi le palle.»


Lidia obbedì. Non c'era nulla di romantico in quel gesto, nulla di intimo. Era un uomo che usava la sua bocca come un buco qualsiasi, senza guardarla negli occhi, senza dirle una parola gentile. Sentì il cazzo che pulsava contro la lingua, sentì il sapore amaro che le riempiva la gola, e deglutì senza pensarci, come si fa con una cosa che si è fatta mille volte. Lui si svuotò in bocca con un grugnito breve, senza cerimonie, poi si tirò indietro e si richiuse i pantaloni con un gesto sbrigativo.


«Girati» disse. «Mettiti a novanta sul sedile.»


Lidia obbedì. Si girò goffamente nello spazio angusto dell'auto, le ginocchia che urtavano contro il cambio, le mani che cercavano un appiglio sul sedile di finta pelle. Si trovò con il sedere sollevato, la gonna ormai arrotolata intorno alla vita, le mutandine abbassate fino alle ginocchia da un gesto rapido di lui. L'aria fredda dell'abitacolo le mordeva la pelle scoperta, e lei sentiva lo sguardo dell'uomo che la esaminava da dietro, senza fretta, come si esamina un taglio di carne al banco.


«Guarda che culo» disse lui. «Per una della tua età, niente male.»


Lidia non rispose. Non c'era niente da rispondere. Si limitò a stare ferma, con la faccia premuta contro il sedile, e ad aspettare. Non era la prima volta che un uomo le parlava così. Non era la prima volta che si trovava in una posizione del genere, con il sedere in aria e uno sconosciuto dietro di lei. Era abituata. Sapeva che cosa aspettarsi, e sapeva che non doveva aspettarsi nulla di più.

Lui le posò una mano sulla schiena e la spinse giù, come si fa con una vacca. Poi sentì il peso del suo corpo che premeva contro il suo, e la punta del cazzo che le premeva contro la figa. Non c'erano preliminari. Non c'erano carezze. Solo la pressione, lenta e inesorabile, che la apriva.


«Prendilo» ordinò lui. «E non fare storie.»


E Lidia lo prese. Sentì il cazzo che entrava nella figa fino in fondo, con un'unica spinta secca, e il dolore si mescolò al piacere in una maniera che conosceva bene. Non era il sesso tenero e complicato del matrimonio. Non era il sesso giocoso delle sue fantasie solitarie. Era un atto semplice, brutale, animale. Era un uomo che la usava per svuotarsi, e lei che si lasciava usare perché era quello che aveva scelto di essere, in quel momento, in quel posto.

Sul divano, Lidia spinse le dita più a fondo. Le mutandine erano ormai un groviglio bagnato, e lei le spostò di lato con un gesto impaziente. Sentì la pelle nuda, il calore, l'umidità che le copriva le dita. Il ritmo della mano seguiva il ritmo della fantasia: ogni spinta dell'uomo nell'auto corrispondeva a una pressione più profonda delle sue dita, ogni parola volgare che le arrivava nella mente corrispondeva a un respiro più rotto contro il cuscino.


«...cazzo sì... cazzo come sto godendo...» disse, e la voce le uscì più chiara, più forte, come se la stanza vuota le rimandasse indietro il suo stesso piacere.


«Ti piace, eh?» 


diceva lui nella fantasia.



 «Ti piace fare la puttana a cinquant'anni. Ti piace sentirti riempire la figa da uno sconosciuto su un'auto sporca.»


«Sì» rispondeva Lidia nella sua testa. «Sì, mi piace.»


E mentre lo diceva, il corpo reale rispondeva. I muscoli delle cosce si tendevano, il ventre si contraeva, e la mano lavorava sempre più veloce, sempre più decisa. La stanza intorno a lei era scomparsa: non c'erano più il frigorifero, il pendolo, la luce grigiastra. C'era solo l'auto, il sedile, l'uomo che la prendeva da dietro, e il piacere che montava dentro di lei come un'onda.

L'uomo accelerò. Le mani gli stringevano i fianchi con forza, le dita che affondavano nella carne morbida, e le sue spinte si facevano più rapide, più profonde. Lidia sentiva il rumore dei loro corpi che si scontravano, il sudore che le colava lungo la schiena, il respiro di lui che le arrivava caldo sulla nuca.


«Adesso vengo» disse lui. «E tu stai zitta e prendi tutto.»


E Lidia stette zitta. Nella fantasia, sentì il cazzo che pulsava dentro di lei, sentì il calore che la riempiva, sentì l'uomo che si svuotava dentro la sua figa con un grugnito rauco. Nella realtà, sentì il proprio corpo che si tendeva come una corda, i muscoli che si contraevano, il piacere che esplodeva in una serie di contrazioni violente, e la bocca che si apriva in un gemito che affondava nel cuscino.

Poi il silenzio. Il respiro che rallentava, la fronte ancora premuta contro la stoffa ruvida del cuscino, le dita ancora umide, immobili sotto i leggings. La stanza tornò a poco a poco: il ronzio del frigorifero, il ticchettio del pendolo, la luce grigiastra che tagliava il soffitto. Lidia riaprì gli occhi nella penombra del salotto borghese, e la prima cosa che pensò, con una lucidità che non aveva nulla di moralistico, nulla di colpevole, fu:


Che troia che sono.


Non era una condanna. Era una constatazione. Era il riconoscimento di una parte di sé che non aveva bisogno di essere spiegata, né giustificata, né nascosta. Era semplicemente vera. E per la prima volta, in quel pomeriggio vuoto, Lidia sentì che andava bene così.

Dopo il silenzio, dopo il respiro che rallenta, dopo la fronte ancora premuta contro il cuscino e le dita ancora umide, Lidia non si muove subito. Resta lì, in quella posizione, con i leggings abbassati e la maglietta storta, e ascolta la casa che riprende i suoi rumori: il frigorifero, il pendolo, il ronzio lontano di una lavatrice in un appartamento vicino.

Poi si tira su. Lentamente. Si ricompone, si sistema la maglietta, passa una mano tra i capelli. Si guarda intorno come se vedesse il salotto per la prima volta: il parquet tirato a cera, l'enciclopedia, il tavolino di cristallo. Tutto è rimasto al suo posto. Tutto è ancora troppo pulito, troppo fermo. Ma dentro di lei qualcosa si è mosso, e non tornerà più indietro.

Raccoglie il saggio da terra, lo posa sul tavolino. Si alza, va in bagno, si lava le mani e la faccia. Si guarda allo specchio. Cinquantacinque anni, una cattedra, un matrimonio, due figlie. Eppure, nello specchio, non vede solo la professoressa. Vede anche l'altra. Quella che, un'ora fa, era sul marciapiede di periferia sotto la pioggia, con una gonna corta e un seno esposto al freddo. Quella che ha preso un cazzo in bocca e si è fatta riempire la figa da uno sconosciuto su un'auto sporca. Quella che ha detto «che troia che sono» senza provare vergogna.

Sorride. Un sorriso piccolo, appena accennato, che non è compiaciuto né ironico. È il sorriso di chi sa.

Poi sente il rumore delle chiavi nella toppa. La porta d'ingresso si apre. È sua figlia, o suo marito, o chissà chi. Lidia esce dal bagno con la faccia di sempre, la voce di sempre, il sorriso di sempre. «Ciao, amore. Come è andata?»

E mentre parla, mentre ascolta, mentre riprende in mano il suo ruolo di moglie e madre, dentro di sé tiene stretto il segreto. Non come un peso. Come un posto dove tornare.

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lidia capasso

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