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Erotika
La fame e l'ombra
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Racconto19 min di lettura

La fame e l'ombra

LidiaC
1 ora fa · 4 letture · 0

La casa era silenziosa. Le figlie erano in camera. Luca dormiva in camera da letto. Il suo respiro era lento, regolare, e Lidia lo sentiva dalla porta socchiusa. Un respiro che conosceva da trent'anni. Un respiro che la rassicurava. Ma che, quella sera, non le bastava.

Era in salotto, sul divano, le gambe raccolte sotto di sé. Il tablet appoggiato sulle ginocchia, la lampada accesa, la luce bassa. Indossava il pigiama di cotone, morbido e consumato. La maglietta era attillata e quando si sedeva si tendeva sul seno, lasciando indovinare il peso dei capezzoli contro la stoffa. Il ventre si intravedeva sotto l'orlo corto. I pantaloni larghi si aprivano sulle cosce, e il cotone premeva appena contro il pube. In casa, con la famiglia che dormiva, il superfluo era superfluo. E la pelle, contro il cotone, era una sensazione che Lidia conosceva e che amava.

Non aveva sonno. Ma non voleva dormire. Voleva perdere tempo. Voleva fare qualcosa. Voleva non pensare. E la chat era lì: il suo spazio, il suo rifugio. Aprì l'app, entrò nella stanza anonima, e aspettò.

Non cercava nessuno. Non cercava niente. Voleva solo vedere, sentire. E mentre scorreva i nickname, uno le scrisse.

Astrale_77: «Sei connessa da dieci minuti senza aprire stanze. O ti annoi, o aspetti che qualcuno decida per te.»

Lidia lesse. E si irrigidì. Perché quel messaggio non era un saluto. Era una diagnosi. E le sembrò una violazione. Rispose con distacco.

LidiaC: «Frase a effetto. La usi con tutte?»

Astrale_77: «No. Solo con quelle che non sanno cosa vogliono. E tu non lo sai. O sbaglio?»

Lidia sentì una punta di fastidio. E rispose. Per orgoglio. Non perché volesse. Perché non poteva lasciare l'ultima parola a uno sconosciuto che la leggeva così bene. Si sistemò sul divano. Cambiò posizione. Le gambe scivolarono dal cuscino al tappeto. I piedi nudi. Le dita che si aprivano e si chiudevano. Un gesto automatico. Come se stesse pensando.

LidiaC: «Non sai niente di me.»

Astrale_77: «So che sei una donna adulta. Che non è qui per caso. E che non è qui per giocare. Il resto lo scopriremo. Se vuoi.»

Guardò lo schermo. E questa volta non rispose subito. Appoggiò il tablet sulle ginocchia. Si portò una mano ai capelli. Le dita tra le ciocche. Le sciolse. Le raccolse. Un gesto lento. Lo sguardo corse verso il corridoio buio. Le figlie dormivano. Luca dormiva. E lei era lì. Con uno sconosciuto che non le aveva chiesto niente. E che non le aveva fatto complimenti. E che, per questo, la infastidiva. E la incuriosiva.

LidiaC: «E se non volessi?»

Astrale_77: «Chiuderesti. Invece sei ancora qui. E stai ancora leggendo. E stai ancora rispondendo. Quindi, per ora, vuoi.»

Lidia prese il bicchiere d'acqua dal tavolino. Bevve un sorso. Il vetro era freddo. E il corpo, dentro, era caldo. Ma non era eccitazione. Era irritazione. Era il fastidio di essere letta così facilmente. E il fastidio, per Lidia, era una porta. Una porta che non sapeva ancora se voleva aprire.

LidiaC: «Sei sicuro di te.»

Astrale_77: «No. Sono solo attento. E tu? Perché sei qui?»

LidiaC: «Non ho sonno.»

Astrale_77: «Non è una risposta. È una scusa. Ma va bene. La accetto. Per ora.»

Lidia lesse. E per la prima volta, qualcosa si mosse. Dentro di lei. Non era il corpo. Era la testa. Perché quell'uomo non si accontentava. E le piaceva. Nonostante il fastidio. O forse proprio per il fastidio. Si passò una mano sulla coscia. Lentamente. Dal ginocchio all'anca. Un gesto distratto. Ma non troppo. E la pelle, sotto il cotone, rispose. Calda. Viva.

LidiaC: «E tu? Perché sei qui?»

Astrale_77: «Perché tu sei qui.»

Lidia sentì un calore sordo. Nella pancia. Non ancora tra le gambe. Non ancora. Solo un calore. Lento. Come un fuoco che non ha ancora trovato l'aria. E la mano, sulla coscia, si fermò. Perché non era ancora il momento. Ma il corpo voleva. E la fame era lì.

LidiaC: «Non è una risposta.»

Astrale_77: «Lo so. Ma è la verità. E tu? Sei sola?»

Lidia esitò. Lo sguardo corse oltre l'arco del corridoio, verso la porta della camera da letto dove Luca respirava nel sonno, e poi verso le stanze delle ragazze. Una bugia secca sarebbe stata banale. Una confessione, imprudente. Digitò con dita lente:

LidiaC: «Al momento sì. Qui sì.»

Astrale_77: «"Qui sì". Risposta precisa. Quindi c'è qualcuno dall'altra parte del muro che non deve sentire.»

Lidia sentì un brivido sottile salirle lungo la spina dorsale. L'aveva centrata di nuovo. Si tirò su. Si appoggiò allo schienale del divano. Le gambe si aprirono appena. E il cotone, sui fianchi, si tese. E la pelle, sotto, rispose.

Astrale_77: «Bene. Allora continuiamo a voce bassa. Senza fretta. Va bene?»

LidiaC: «Va bene.»

Astrale_77: «Dimmi una cosa. Non la solita. Non "cosa fai nella vita". Non "quanti anni hai". Una cosa vera.»

Lidia lesse. E sorrise. Perché quell'uomo non chiedeva quello che chiedevano tutti. Non voleva sapere se era sposata. Non voleva sapere se aveva figli. Non voleva sapere cosa faceva. Voleva sapere una cosa vera. E Lidia, quella sera, voleva dire una cosa vera. O forse no. Forse voleva dire una cosa falsa. Ma vera. Perché in chat, la verità è sempre un po' falsa. E la falsità, a volte, è più vera della verità.

LidiaC: «Una cosa vera?»

Astrale_77: «Sì. Una cosa che non diresti a nessun altro. O che non diresti a voce alta.»

Lidia posò il tablet sulle ginocchia. Si guardò intorno. La casa era silenziosa. Il pendolo ticchettava. Il frigorifero ronzava. E Luca respirava. Lento. Regolare. E le figlie dormivano. E lei era lì. Con uno sconosciuto. E con una verità. Che non aveva mai detto a nessuno. O forse sì. Forse l'aveva detta. Ma non a voce alta. La gola era secca. Le dita esitavano sulla tastiera. Lo sguardo corse verso il corridoio buio. Poi scrisse.

LidiaC: «A volte mi sento sola. Anche quando non lo sono.»

Astrale_77: «Questo non è vero. È ovvio. Tutti si sentono soli. Anche quando non lo sono. Dimmi una cosa che non sia ovvia.»

Lidia lesse. E sentì una punta di fastidio. Di nuovo. Perché quell'uomo non si accontentava. E le piaceva. E la infastidiva. E la eccitava. Perché non era facile. E Lidia, quella sera, non voleva facile. Voleva difficile. Voleva qualcuno che la mettesse alla prova. E quell'uomo la stava mettendo alla prova.

LidiaC: «A volte, quando sono sola, mi piace immaginare di essere un'altra. Una che non ha responsabilità. Una che non deve decidere. Una che non deve essere niente.»

Astrale_77: «Interessante. E chi sarebbe questa "altra"?»

LidiaC: «Non lo so. Una donna diversa. Una donna che non ha paura. Una donna che non ha vergogna.»

Astrale_77: «E cosa fa questa donna?»

Lidia esitò. Un secondo. Due. Poi scrisse.

LidiaC: «Fa quello che le dicono di fare. Senza pensare. Senza decidere. Senza essere responsabile.»

Astrale_77: «Quindi ti piace obbedire.»

Lidia lesse. E sentì il corpo rispondere. Un nodo caldo allo stomaco. Il battito che accelerava. Un brivido lungo la colonna. E la maglietta. La maglietta si tendeva. E Lidia non si toccò. Non ancora. Ma il corpo voleva. E la fame era lì. E l'ombra era lì.

LidiaC: «Non ho detto questo.»

Astrale_77: «No. Ma è quello che hai scritto. E non è una cosa ovvia. È una cosa vera. E mi piace.»

Lidia lesse. E sentì un brivido. Perché quell'uomo non la giudicava. Non la correggeva. Non le diceva che era sbagliato. Diceva "mi piace". E Lidia, quella sera, voleva piacere. Voleva essere accettata. Voleva essere vista. E quell'uomo la vedeva. E la accettava. E le piaceva.

LidiaC: «E adesso?»

Astrale_77: «Adesso togliamo di mezzo le scuse. Dimmi cosa indossi.»

Lidia lesse. E sentì il fastidio. Ma anche qualcos'altro. Perché quell'uomo non chiedeva. Comandava. E Lidia, quella sera, voleva che qualcuno comandasse. Voleva non decidere. Voleva obbedire.

LidiaC: «Il pigiama.»

Astrale_77: «Com'è?»

LidiaC: «Di cotone. Morbido. La maglietta è attillata. I pantaloni sono larghi.»

Astrale_77: «E sotto?»

Lidia esitò. Un secondo. Due. Il respiro le si fece corto. E il cuore. Il cuore batteva forte. E la casa. La casa era silenziosa. Ma Lidia la sentiva. La sentiva tutta. E sapeva che Luca era a dieci metri, che le figlie erano a dieci metri; che un cigolio, un fruscio, un respiro troppo forte, e tutto sarebbe finito. Ma Lidia scrisse lo stesso.

Prima di andare avanti…

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