LidiaC: «Niente.»
Astrale_77: «Bene. Adesso metti una mano sulla pancia. Sopra il pigiama. E dimmi cosa senti.»
Lidia rimase un istante a occhi chiusi, il respiro sospeso. Poi obbedì. La mano scivolò sulla stoffa calda del pigiama, e la pelle, sotto, rispose. Calda. Viva.
LidiaC: «Sento caldo.»
Astrale_77: «Bene. Adesso scendi. Lentamente. E dimmi quando arrivi all'elastico.»
Astrale_77: «Bene. Adesso scendi. Lentamente. E dimmi quando arrivi all'elastico.»
Lidia guardò lo schermo. L'indice e il medio scivolarono lungo il cotone morbido, superando l'orlo della maglietta fino a toccare la fascia elastica che le segnava il ventre. Il cuore le batteva contro le costole, con colpi sordi e pesanti nel silenzio del salotto.
LidiaC: «Sono sull'elastico.»
Astrale_77: «Fermati lì. Non toccarti sotto, non ancora. Chiudi gli occhi per dieci secondi e immagina una cosa sola: non sei seduta sul divano. Sei in ginocchio sul pavimento, ai miei piedi. Immaginalo adesso.»
Lidia lesse quelle righe e il respiro le si incagliò nella gola. Non le stava chiedendo di scendere davvero; le stava chiedendo di cedere nella testa, di spogliarsi della postura borghese e vedersi rimpicciolita, prona. Guardò il riflesso scuro del tavolino di cristallo, poi socchiuse gli occhi. Il contatto del tessuto leggero sulla pelle sembrava improvvisamente più ruvido.
LidiaC: «Lo sto immaginando.»
Astrale_77: «Bene. Ti ho davanti. Ho i pantaloni aperti, il cazzo duro a pochi centimetri dal tuo viso. Cosa vorresti fare?»
Lidia deglutì a vuoto. La gola era improvvisamente arida. Tra le gambe, il calore premeva contro il cotone con un'insistenza quasi dolorosa, accentuata dal ticchettio regolare del pendolo che ricordava quanto fosse vicina la camera da letto. Le dita esitarono un istante sullo schermo luminoso, poi scivolarono sui tasti con una lucidità sfacciata.
LidiaC: «Dipende da te. Vuoi che lo succhi con calma, o vuoi scoparmi la bocca come se fosse una figa?»
Dall'altra parte ci fu una pausa di qualche secondo. I tre puntini di digitazione apparvero, sparirono, poi comparve la risposta, asciutta e affilata.
Astrale_77: «La seconda. Con calma non ti lascio fare un cazzo. Voglio che la tua bocca sia solo un buco caldo e stretto dove spingere senza chiederti il permesso. E voglio che tu stia ferma a prenderti tutto finché non ti lacrimano gli occhi. È questo che sei adesso, vero?»
Lidia lesse quelle righe e sentì una scossa violenta partirle dallo stomaco e scendere dritta all'inguine. L'essere ridotta a una cavità puramente anatomica, senza grazia e senza corteggiamento, era la scintilla esatta che cercava per spegnere la mente.
LidiaC: «Sì. Solo un buco. Trattami come una puttana. Fammi sentire come lo faresti.»
Astrale_77: «Apri le labbra. Tienile aperte adesso, lì nel buio del tuo salotto. Immagina la mia mano che si chiude tra i tuoi capelli e ti tira indietro la testa. Il cazzo che entra. E che spinge. Come se fosse dentro una figa. Come se la tua bocca fosse una figa. E io la scopo. Con foga. Con violenza. Senza chiederti niente. E tu stai lì. Con la bocca aperta. E prendi. E soffochi. E non puoi respirare. E non puoi deglutire. E non puoi parlare. Perché la tua bocca è mia. E io la uso come voglio. E mentre soffochi, scivola con la mano sotto l'elastico. Toccati pensando di avere la gola piena. Dimmi cosa trovi lì sotto.»
Lidia lesse. E sentì il corpo rispondere. Non un fremito. Una scossa. Perché quell'uomo non stava descrivendo un atto. Stava descrivendo un uso. E Lidia, quella sera, voleva essere usata. Voleva essere un buco. Voleva essere una bocca. Voleva essere niente.
Dischiuse le labbra. Lentamente. L'aria fresca della stanza entrò nella bocca asciutta. La lingua era ferma, in attesa. Perché in quel momento, nella sua testa, c'era un cazzo. E la mano di quell'uomo che le tirava indietro la testa. E che spingeva. Fino in fondo. Fino alla gola.
E poi la mano di Astrale_77 arrivò. Nella sua testa. Sulla nuca. E la prese. E la tenne. E la guidò. Il cazzo entrò nella bocca, tra i denti, contro la gola. E spinse. Come se fosse dentro una figa. Con foga. Con violenza. E Lidia non poteva respirare. Non poteva deglutire. Non poteva parlare. Poteva solo stare lì. Con la bocca aperta. E prendere. E soffocare. E sentire le lacrime che salivano. E il cazzo che le riempiva la gola. E la mano di quell'uomo che la teneva ferma. E che spingeva. E che la usava. Come un buco. Come una figa. Come niente.
E mentre la testa era altrove, la mano scivolò. Sotto l'elastico. Tra i peli. Tra la carne. E le dita affondarono. In un'umidità calda. Scivolosa. Abbondante. Perché Lidia era bagnata. Molto bagnata. E lo sapeva. E quell'uomo lo sapeva. O forse no. Ma Lidia scrisse lo stesso.
LidiaC: «Bagnata. È tutto bagnato.»
Astrale_77: «Più a fondo. Non sul clitoride, dentro. Fotti te stessa con due dita. Al ritmo della mia bocca su di te. E non fare rumore. O chi dorme nella stanza accanto si sveglia.»
Lidia lesse. E obbedì. Le due dita entrarono. Lentamente. Poi più veloci. Perché il ritmo. Il ritmo era quello. Quello che quell'uomo le aveva detto. E Lidia lo seguiva. Con la mano. Con il corpo. Con la testa. Perché il cazzo era ancora in gola. E la mano di quell'uomo. Che le tirava i capelli. Che spingeva. Che la usava. E Lidia non poteva respirare. Non poteva parlare. Poteva solo prendere. E soffocare. E sentire il sapore del ferro. Perché si morse il labbro. Per non gridare. Per non svegliare Luca. Per non tradirsi.
Le dita entravano e uscivano, dentro e fuori, al ritmo della bocca, al ritmo della gola, al ritmo del cazzo. E il piacere saliva. Dal basso ventre. Alla pancia. Al petto. Alla gola. E la gola era piena. Piena di niente. Ma piena. Perché la testa la riempiva. E il corpo rispondeva. E Lidia era lì. Sul divano. Con la bocca aperta. Con le dita dentro. Con la testa in ginocchio. Ai piedi di uno sconosciuto. Che non conosceva. Che non avrebbe mai visto. Che non avrebbe mai toccato. Ma che, in quel momento, la stava fottendo. La stava fottendo la bocca. E Lidia lo voleva. Lo voleva da morire.
Astrale_77: «Adesso ti vengo in gola. E tu ingoi. Tutto.»
Lidia lesse. E sentì il corpo tendersi. Perché quell'uomo stava venendo. Nella sua gola. E Lidia voleva. Voleva sentirlo. Voleva sentire il caldo. Voleva sentire il sapore. E mentre la testa era in ginocchio, mentre la bocca era piena di niente, mentre le dita erano dentro di lei, Lidia scrisse. Con la mano sinistra. Perché la destra era occupata. Il pollice cercò le lettere sul vetro, lento, impreciso. Poi premette invio.
LidiaC: «sì riempimi la bocca con la tua sborra calda tutta»
E mentre il messaggio partiva, il corpo rispose. Non un fremito. Un'onda. La bocca era piena. La gola era piena. Il cazzo pulsava. E Lidia venne. In silenzio. Con le dita dentro. Con la bocca aperta. Con la testa in ginocchio. E l'orgasmo la travolse. Profondo. Lungo. Interminabile. La schiena si inarcò contro i cuscini. Le cosce si serrarono attorno alla mano. E il respiro si bloccò. Perché Lidia non poteva gridare. Non poteva svegliare Luca. Non poteva tradirsi. Così soffocò l'urlo nella gola. E venne. In silenzio. Ingoiando. Sentendo il sapore. Sentendo il cazzo che le riempiva la bocca. E la sborra. La sborra calda. Che le colava giù per la gola.
Poi il silenzio. Il respiro che tornava piano. Il corpo ancora scosso da tremiti intermittenti. Le dita ancora dentro. Bagnate. Pulsanti. E la bocca. La bocca era ancora aperta. E ancora vuota. Perché aveva ingoiato. Ma la bocca. La bocca non aveva sentito niente.
Astrale_77: «Brava.»
Un attimo dopo, il cerchietto accanto al nome divenne grigio. Disconnesso.
Lidia rimase immobile sul divano, nella penombra. La chat era muta, lo schermo freddo. Aveva la mano ancora sotto l'elastico, le dita bagnate, il pigiama scostato. La figa era ancora calda, ancora bagnata, ancora piena. Piena di niente. Ma piena. E pulsava, piano, in modo costante, come un secondo cuore che batteva là sotto. Le labbra erano dischiuse. Ma la bocca era completamente asciutta. Deserta. L'ombra dell'estraneo era svanita nel nulla, lasciandole addosso non la pace, ma una fame brutale, intollerabile: il bisogno viscerale di un sapore vero, solido, carnale.
Si alzò dal divano. Non si pulì le dita. Spense il tablet con un tocco secco e scivolò a piedi nudi lungo il corridoio, verso la porta della camera matrimoniale.
