La porta della camera era socchiusa, tagliata da una lama d'ombra obliqua. Lidia spinse il battente con due dita; il legno scivolò sui cardini senza fare rumore. Rimase sulla soglia per qualche istante, il respiro sospeso, a occhi socchiusi per abituarsi all'oscurità più densa della stanza.
Luca dormiva supino. Il lenzuolo gli saliva solo fino al bacino; il torso nudo, segnato dal tempo ma ancora solido, si alzava e si abbassava con la cadenza pesante di chi è sprofondato nel primo sonno. Un braccio era piegato dietro la nuca, l'altro abbandonato sul materasso. Dalle fessure delle persiane entrava un riflesso color piombo, abbastanza per indovinare il profilo della mascella, l'ombra della barba corta di due giorni. L'aria era tiepida, satura di quell'odore domestico e mascolino che Lidia riconosceva a occhi chiusi: trent'anni di notti condivise, di pelle contro pelle, di abitudini consumate. Ma quella sera quell'odore non era un rifugio. Era un richiamo chimico che pretendeva di essere consumato.
Fece tre passi a piedi nudi sul parquet. Il legno era freddo sotto le piante, ma il corpo le bruciava: sentiva ancora la morsa calda e viscida tra le cosce, l'umore segreto che le colava lungo l'interno della gamba, e soprattutto la gola arsa, la lingua deserta, orfana dell'invasione che aveva soltanto immaginato sul divano. Non voleva più ombre. Voleva la sostanza.
Si inginocchiò accanto al letto, affondando i gomiti nel bordo del materasso. Il materasso cedette appena, trasmettendo a Luca una vibrazione minima, sufficiente a fargli mutare il ritmo del respiro in un soffio più profondo. Lidia rimase ferma, la fronte a pochi centimetri dal suo fianco, a osservarlo. La vulnerabilità di un uomo che dorme, la fiducia cieca di quel corpo abbandonato al buio, le diede una scossa acuta allo stomaco.
Allungò la mano sinistra. Le dita, ancora fredde per l'aria del corridoio, scivolarono sul basso ventre di Luca, sfiorando la linea di peli scuri che scendeva verso l'elastico dei pantaloni. La pelle di lui ebbe un sussulto involontario, una reazione animale al tocco. Lidia infilò le dita sotto il bordo di cotone e tirò verso il basso con calma, senza strappi, liberando il sesso.
Era morbido, adagiato contro la coscia, tiepido e pesante per il riposo. Lidia lo guardò nella penombra: non c'era la postura rigida e astratta evocata dalle parole dello schermo, c'era la carne viva, l'intimità spogliata di ogni finzione. Lo prese tra le dita. La sensazione del tessuto morbido e liscio sotto il polpastrello le fece scendere un brivido fino alle caviglie. Lo soppesò con il palmo, sentendo il calore denso che emanava, poi si sporse in avanti finché il proprio fiato non gli accarezzò la pelle.
Schiuse le labbra e lo accolse.
La punta entrò umida e morbida nella cavità calda. La lingua di Lidia non perse tempo in carezze leggere: cominciò a lavorarlo con una fame metodica, stringendo le labbra attorno alla corona, tirando con una suzione decisa che richiamava il sangue. Era il contatto ruvido, vero, che la bocca cercava da un'ora. A ogni discesa sentiva il cambio di fibra sotto il palato: la carne che perdeva la mollezza del sonno, le vene che si gonfiavano, il fusto che prendeva spessore e calore, premendo con prepotenza contro le guance.
Dall'alto arrivò un grugnito rauco. Luca si scosse dal sonno, le palpebre pesanti che sbattevano nel buio. Non disse niente. Non poteva. La sensazione tra le gambe gli tolse subito la facoltà di formulare pensieri. La sua mano destra si staccò dal cuscino, esitò un secondo a mezz'aria, poi scese con decisione sulla nuca di lei.
Non fu una carezza d'affetto. Fu una presa. Le dita forti si chiusero a pugno tra i capelli di Lidia, tirando all'indietro per un istante prima di spingerla verso il basso.
Quella pressione reale sulla testa, quel comando muscolare arrivato senza preavviso, fece tremare le ginocchia di Lidia sul pavimento. Era esattamente il gesto che Astrale le aveva promesso a parole, ma qui c'era la forza di un peso vivo, il profumo d'uomo che le invadeva le narici, il sapore salato della pelle che le riempiva il palato. Lidia assecondò la spinta aprendo la gola: prese dentro centimetro dopo centimetro, incurante della sensazione di soffocamento, lasciando che la saliva scivolasse lungo l'asta per facilitare l'affondo.
Luca inarcò il bacino dal materasso, guidando il ritmo. Non chiedeva più spiegazioni. La respirazione gli si era spezzata in soffi corti, pesanti. La teneva inchiodata per i capelli, facendola scorrere su e giù con una cadenza che non lasciava spazio al fiato. A ogni spinta, Lidia sentiva la nuca premuta contro il suo pugno e il fondo della gola toccato con insistenza dura, quasi feroce. Gli occhi le lacrimarono nell'ombra, ma non si ritrasse: strinse la presa della lingua, succhiando con una disperazione cieca, decisa a non lasciare scampo a quel corpo che le apparteneva.
«Cazzo...» ansimò lui, la voce soffocata contro il cuscino, le dita che le torcevano le ciocche con una violenza improvvisa.
Lidia non rallentò. Spinse la bocca ancora più a fondo, sigillando le labbra contro la radice.
Poi ci fu lo spasmo. Il bacino di Luca si tese come una corda e il getto arrivò: violento, denso, a una temperatura che parve quasi scottarle la lingua.
Fu un'onda ininterrotta che le saturò la gola prima ancora che potesse deglutire. Il primo spruzzo colpì dritto contro il velopendolo, caldo e viscido; i successivi riempirono il cavo orale con un volume abbondante, pesante, impregnando tutto di quel sapore inconfondibile, salmastro e pungente, forte dell'odore della notte. Era una pienezza fisica, viscerale, quasi soffocante: non c'era più spazio per respirare, non c'era vuoto. La gola lavorò d'istinto, contraendosi in tre deglutizioni lente e profonde per fare spazio alla colata che continuava a pulsare a scatti ritmici, mentre Luca rilasciava l'ultimo respiro in un gemito lungo, tremante, le dita che finalmente allentavano la morsa sui capelli.
Lidia rimase ferma con la bocca serrata attorno a lui ancora per molti secondi, assorbendo le pulsazioni residue, assaporando fino all'ultima goccia quell'acre calore che le scivolava dentro come un balsamo pesante. Aveva la lingua spalmata di seme, il fondo del palato rivestito da una patina spessa che le toglieva ogni residuo di siccità.
Quando si sfilò lentamente, un filo chiaro e denso si tese tra le sue labbra e la pelle lucida di lui prima di spezzarsi.
Una parte del liquido, troppo abbondante per essere trattenuta tutta nella gola, le scivolò lungo l'angolo destro della bocca, tracciando una riga lucida e tiepida che le colò sul mento e giù verso la gola. Lidia si raddrizzò sui talloni, ansimando piano nel silenzio tornato improvviso nella stanza. Non si pulì con la manica. Si passò solo la punta della lingua sulle labbra, leccando via quello che traboccava, lasciando che il resto le rimanesse incollato alla pelle, a tirare man mano che l'aria della stanza lo raffreddava.
Sentiva la bocca pesante, sazia, carica di quel gusto metallico e vivo che aveva spazzato via ogni finzione, ogni schermo luminoso, ogni parola anonima. Il ventre continuava a pulsare, ma la fame era spenta: la carne aveva risposto alla carne.
Alzò lo sguardo. Luca era sprofondato di nuovo tra i cuscini, il torace bagnato da un velo di sudore, gli occhi a fessura che la fissavano con un misto di stupore attonito e gratitudine animale.
Lidia gli restituì uno sguardo fermo, le labbra lucide, il mento ancora sporco. Un sorriso lento le increspò gli angoli degli occhi.
«Buonanotte» mormorò, con la voce velata, densa del sapore di lui.
Luca sollevò appena la mano, le sfiorò la spalla nuda con le nocche, senza fiato per rispondere a parole. Si voltò su un fianco, tirandosi dietro un lembo di lenzuolo, e in meno di un minuto il suo respiro ridiventò il suono lento e regolare di sempre.
Lidia si alzò dal pavimento. Salì sul materasso dal proprio lato, scivolando sotto le coperte ancora calde. Si rannicchiò contro la schiena di suo marito, sentendo la guancia premere contro la lana ruvida del cuscino e la pelle del mento tirare dove la colata si era seccata. Chiuse gli occhi nel buio. L'ombra se n'era andata; la fame era finita. Rimaneva solo il sonno, denso e reale, che finalmente la tirò a fondo.
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