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Il Secondo Mancante
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Racconto15 min di lettura

Il Secondo Mancante

"Il Secondo Mancante" è il racconto di una serata costruita con cura da Jane, donna consapevole del proprio fascino, che trasforma una cena con un collega in un gioco di seduzione progressiva — dall'abito scelto nei minimi dettagli, all'attesa fatta aspettare, agli sguardi calibrati a tavola, fino al momento in cui consegna il perizoma nella sua mano. La notte si conclude sul cofano dell'auto, in una strada di campagna. Il mattino dopo, Jane è già alla finestra — senza tende, senza rimpianti.

Erika Mellone
7 mesi fa · 428 letture · 0

Poi lui si infilò in un sentierino di campagna e frenò di scatto.

Il contraccolpo della frenata mi spinse in avanti — e lui entrò in gola più in profondità di quanto avesse mai fatto nessuno. Sentii le sue dita stringermi la nuca, un gemito basso e lungo, e poi un'esplosione di calore nel cavo orale.

Bevvi avidamente, fino all'ultimo.

Quando mi rialzai, vidi il suo sguardo — estasiato, incredulo, ancora mezzo svenuto.

"Io sono una brava bambina," dissi, pulendomi le labbra con un gesto elegante. "E le brave bambine non sputano mai, lo sai. Forse le prossime volte dovresti usare un po' più di forza. Non sempre — ogni tanto. Hai visto fino dove posso arrivare?"

Lui non riuscì nemmeno a rispondere.

Restammo in silenzio per qualche secondo. Poi sentii la mia voce, bassa e chiara: "Non abbiamo ancora finito."

* * *

Non ce la fece a trattenersi.

Si lanciò verso di me, le mani già sotto il vestito, già alle cosce, già più su — con quella frenesia di chi ha aspettato troppo. Mi abbassò il vestito dalle spalle.

"Non qua," dissi.

Si ritrasse di scatto, confuso, quasi in colpa. Mi guardò con gli occhi di un uomo che non capisce.

Lo guardai con uno sguardo che era pieno di promesse e nient'altro. "Non vorrai mica sporcare la macchina nuova?"

Aprii lo sportello e scesi.

Mi feci il giro del cofano lentamente, con la stessa calma con cui avevo fatto tutto il resto quella sera. Il vestito ormai era poco più di una cintura attorno ai fianchi — non facevo nessuno sforzo per sistemarlo. Mi misi davanti alla ruota sinistra anteriore, appoggiai le mani sul cofano caldo del motore, e inarcai la schiena.

Sentii l'aria della notte sulle cosce, sui glutei scoperti, sulla pelle. Sentii il profumo dei boschi — resina e terra e buio. Mi voltai verso di lui da sopra la spalla destra, con uno sguardo che non lasciava spazio a interpretazioni.

"Ma dalla strada..." cominciò lui, guardandosi intorno.

"Scopami ora," dissi. "Come mi hai promesso."

Ero così. Carina, dolce, affettuosa. Ma il sesso mi faceva perdere la testa in un modo che non riuscivo — e non volevo — controllare.

Lui obbedì.

Entrò in me in un unico movimento — forte, preciso, inarrestabile — arrivando in profondità in un istante solo, tirandomi i capelli come una briglia con la sinistra, usando le dita della destra per trovarmi il capezzolo, stringerlo, tirarlo con la giusta fermezza.

Un sussulto. Un gemito che non riuscii a trattenere.

Poi cominciò a muoversi, e ogni volta che entrava sentivo il suono sordo del suo pube contro le mie natiche — uno schiocco che si mescolava ai miei gemiti, al fruscio dei rami, al silenzio complice della notte.

"Più forte," dissi. "Più veloce. Più a fondo."

E lui aumentava, ad ogni ordine, ad ogni richiesta, come se stesse costruendo qualcosa insieme a me.

Sentii l'orgasmo accumularsi in onde sempre più brevi e intense — nei polsi che stringevano il cofano, nelle gambe che si tendevano sui tacchi, nelle contrazioni che cominciavano lente e si facevano sempre più urgenti.

Quando arrivai, gridai. Non mi importava chi potesse sentire.

Le contrazioni erano così forti che lo spinsero fuori mentre anche lui eruttava — un getto caldo che mi riempì e che continuò a lungo, come se avesse trattenuto tutto per settimane.

Si accasciò su di me. Eravamo entrambi senza fiato.

Dopo qualche secondo dissi: "Amore, pesi un pochino. Non potresti fare qualche passo indietro?"

Si scostò, quasi inciampando nei pantaloni calati, con l'aria di uno che non sa ancora bene dove si trova. Poi mi vide inginocchiarmi davanti a lui, prendere in mano la sua erezione ancora semipresente, e cominciare a farla rinvenire con la lingua — lentamente, metodicamente, con la stessa cura di chi sa esattamente quello che sta facendo.

"Ma... come..." cominciò.

Mi alzai, mi piegai di nuovo sul cofano. Questa volta di pieno, le palme piatte sul metallo caldo, le gambe dritte e divaricate. Mi tenni le natiche aperte con le mani e lo guardai da sopra la spalla.

"Antipasto, primo," dissi. "Ora il dolce, tesoro. Manca un buchino. E poi... non sei ancora riuscito a farmi implorare di smettere."

Non se lo fece ripetere.

Per tutta la seconda volta non smisi mai di tenere un occhio verso la strada — un'ombra, un rumore, anche solo l'idea che qualcuno potesse passare di lì e vederci mi eccitava in modo insostenibile. Ma non passò nessuno. O forse sì, e se ne andò in silenzio, portando con sé uno spettacolo che non aveva cercato e che non avrebbe mai dimenticato.

Non lo saprò mai con certezza.

E anche questo, in fondo, mi piace.

* * *

Tornammo a casa tardi, stanchi in un modo dolce e pieno. Ci mettemmo nudi nel letto, tra le lenzuola fresche, e ci addormentammo lentamente, avvolti in quell'intimità silenziosa che viene solo dopo certe serate.

La mattina mi alzai per prima. Feci colazione con indosso solo il grembiule da cucina, sentendo l'aria della mattina sulla pelle, già sveglia e curiosa come sempre.

Fu lui a notarla prima.

"Cara," disse dalla porta, con la voce ancora impastata di sonno, "ma quello alla finestra, nel palazzo di fronte... non è il tizio che ieri sera era seduto al tavolo vicino al nostro?"

Mi avvicinai alla finestra. Guardai.

L'uomo era nella sua sala-palestra — una grande finestra aperta sul vuoto, pesi, un tappeto — e faceva esercizi con la concentrazione di chi non sta pensando solo a quello.

"Non mi pare," dissi.

Poi mi voltai verso di lui — le gambe dritte e toniche, il grembiule che scopriva tutto dietro — e mi piegai lentamente, mimando di raccogliere qualcosa da terra.

Sentii i suoi occhi. E, dall'altra parte della strada, quelli dell'altro.

Mi rialzai, sistemai il grembiule, e tornai alla cucina.

"Oops," dissi. "Dev'essere caduto qualcosa."

Quel giorno facemmo circa l'equivalente di altre due cene, con tutta la calma e la creatività che la mattina di sabato consente. Ma non implorai mai il mio uomo di smettere.

Perché il bello stava esattamente in questo.

Fu una giornata stupenda.

Tuttavia, Jane non rimise mai le tende in camera sua. Né smise di prendere il sole nuda sul terrazzo.

Ma questa è un'altra storia.

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Scritto da
Erika Mellone

Amo i libri e tutto ciò che riguarda l'arte. È forse per questo che mi sono avvicinata al mondo della letteratura, creando racconti che non sono solo erotici, ma che rappresentano anche la sensualità e la passione dei personaggi. Il mio obiettivo è far sì che chi legge possa immedesimarsi nel racconto, raggiungendo lo stesso grado di eccitazione che spero di trasmettere. I miei racconti, sebbene brevi, catturano quella voglia e quel desiderio innati in tutti noi, spesso repressi per la convinzione che parlarne sia giusto o sbagliato. Questo tabù non dovrebbe influenzare la nostra libertà di espressione. Per me, il sesso è la cosa più naturale del mondo e dovrebbe esserlo per tutti.

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