"Fa caldo," dissi a un certo punto, e mi girai verso il finestrino, piegandomi quanto bastava per fargli intravvedere la scollatura aperta — il seno piccolo e sodo, il capezzolo già leggermente eretto contro il tessuto.
"Molto," disse lui, con la voce un po' roca.
Sorrisi verso il finestrino, dove lui non poteva vedermi.
Le perline intanto facevano il loro lavoro silenzioso. Ad ogni curva, ad ogni sobbalzo, sentivo quella carezza precisa e puntuale che mi teneva in uno stato di eccitazione sottile e costante, come una nota tenuta a lungo — non abbastanza da esplodere, abbastanza da non voler smettere.
Quando arrivammo al ristorante, lui scese per primo e venne ad aprirmi la portiera con quella speranza trasparente negli occhi: finalmente avrebbe visto. Ma fui brava. Misi il piede fuori con precisione chirurgica, mi alzai tenendo le ginocchia unite, e mi avviai verso l'ingresso con il mio passo ondeggiante sui tacchi alti.
Lo sentii sospirare piano dietro di me.
"Vieni?" dissi, senza voltarmi.
* * *
Il "Secondo Mancante" era piccolo, con luci soffuse color ambra, musica classica quasi impercettibile nell'aria e tavoli ben distanziati che creavano l'illusione di essere sempre un po' soli. Il menu seguiva una logica strana e deliziosa: antipasto, primo, dolce. Nessun secondo. Il nome era un gioco di parole sul concetto di attimi perduti o che si potrebbero perdere.
Quella sera mi sembrò più calzante che mai.
Ci sedemmo l'uno di fronte all'altra, e fu come se tutta la tensione delle ultime due settimane — dalla confessione in ufficio, al messaggio con la foto, al viaggio in macchina — si fosse condensata in quello spazio tra noi, in quella luce calda, in quegli occhi che mi guardavano come se stessero cercando di capire cosa fossi davvero.
Ordinammo l'antipasto. Parlammo. Ridemmo.
Io mangiavo lentamente, portando il cucchiaio alle labbra con movimenti calibrati. Ogni tanto mi piegavo leggermente in avanti, fingendo di prendere qualcosa, dando a lui la visione che sapevo stesse cercando — il seno che si rivelava un istante nella scollatura aperta, i capezzoli turgidi per l'aria condizionata e per qualcosa di molto meno innocente.
"Hai freddo?" mi chiese a un certo punto.
"No," dissi, e sorrisi. "Perché?"
Lui abbassò lo sguardo sul mio petto per un secondo — non poteva fare altrimenti — poi tornò ai miei occhi con le orecchie leggermente rosse. "Nessun motivo."
Intorno a noi, la sala era quasi piena. Avevo notato l'uomo al tavolo vicino fin dall'inizio: sulla trentina, solo, con un libro aperto davanti che non stava leggendo. Ogni tanto i suoi occhi scivolavano verso di me con quella discrezione che è meno discreta di quanto chi la pratica creda. Li sentivo su di me come una carezza tiepida — non sgradita.
Le perline mi torturavano dolcemente. Ad ogni mio movimento, lì sotto, quella pressione precisa, ritmata, inesorabile. Ero bagnata da almeno un'ora, lo sapevo senza dovermi toccare, lo sentivo ad ogni respiro.
Quando arrivò il primo, decisi di alzare leggermente il livello.
"A proposito," dissi, con una voce che aveva perso un po' della sua leggerezza, "ricordi la tua fantasia, quella che mi hai descritto in ufficio?"
"Quale fantasia?" disse lui, forse troppo velocemente.
"Quella della cena speciale. Dell'abito. Di cosa non si porta sotto."
Lui appoggiò la forchetta. "Sì."
"Ho pensato molto a quello che hai detto."
Silenzio.
"E?" disse alla fine.
Mi alzai. "Vado in bagno mentre aspettano il dessert. Torno subito."
Lo lasciai con quella frase sospesa nell'aria come un profumo.
* * *
Nel bagno c'erano altre due ragazze. Non mi importò.
Mi sfilai il perizoma con movimenti precisi, quasi clinici — fradicio, come sapevo che sarebbe stato, consumato dalla serata intera. Una delle ragazze mi guardò con gli occhi spalancati. L'altra, dopo un secondo di stupore, alzò il pollice con un sorriso.
"Il tuo ragazzo è proprio fortunato."
"Lo è," risposi.
Tornai al tavolo con il minuscolo intimo nascosto nel palmo della mano chiusa. Lui mi guardò avvicinarmi con un'espressione che cercava di essere neutrale e non ci riusciva.
"Hai fatto presto," disse.
"Guarda un po'," dissi, "deve esserti caduto questo."
E mi chinai — lentamente, deliberatamente — verso di lui, come a raccogliere qualcosa da terra. La scollatura si aprì. Il seno si rivelò nella sua interezza, i capezzoli chiari e turgidi, per un secondo lungo e perfetto. E nel gesto di fingere di posargli qualcosa sulla mano, gli lasciai il perizoma.
Lo vidi capire. Lo vidi diventare leggermente pallido, poi rosso. Lo sentii trattenere il respiro.
L'uomo al tavolo vicino aveva seguito tutta la scena. Lo sapevo. Lo sentivo. Quando mi rialzai incontrai il suo sguardo per un istante — caldo, intenso, colmo di una fantasia che non avrebbe mai vissuto — e poi tornai a sedermi.
Lui, il mio collega, il mio uomo per quella sera, mi guardava con qualcosa che non aveva più niente di professionale. Mosse le labbra senza emettere suono, ma lo lessi chiaramente nell'articolazione silenziosa delle sillabe.
"Ti scoperò fino a quando non mi implorerai di smettere."
Sentii un fremito partirmi dalle labbra e scendermi lungo la schiena.
Speravo fosse vero.
* * *
Mangiammo il dolce in fretta — una panna cotta alla vaniglia che nella mia memoria rimarrà solo come l'ultima cosa che facemmo seduti.
Pagammo. Uscimmo. Attraversammo il parcheggio quasi di corsa, in silenzio, come due persone che sanno esattamente cosa sta per succedere e non vogliono perdere altro tempo.
Appena chiuse lo sportello, mi girai verso di lui e cominciai a slacciargli i pantaloni.
"Jane..."
"Zitto e guida," dissi.
Ma non guidò. Non riuscì.
Mi chinai tra le sue gambe — benedetto il cambio automatico — e presi in mano quello che trovai: una delle erezioni più vigorose e belle che avessi mai visto, già completamente tesa, calda sotto le dita. Lo tenni un momento così, guardandolo, poi abbassai la testa e lo presi in bocca.
Non usavo le mani per queste cose. Le cose si fanno bene o non si fanno.
Lo presi tutto, lentamente all'inizio, poi con una pressione crescente, tirando fuori la lingua per guadagnare spazio nel cavo orale, portandolo in profondità fino a sfiorare con le labbra la base, fino a sentirlo in gola. Lo sentivo fremere sotto di me — le dita che mi trovavano i capelli, la nuca, che stringevano senza tirare.
Nel frattempo lui aveva infilato la mano sotto il vestito. Quando scoprì che non c'era niente sotto — assolutamente niente, solo la mia pelle calda e bagnata — fece un suono che non era nemmeno una parola.
"Sei già fradicia," disse. "Quanta voglia hai?"
"Zitto e non distrarti," risposi, rialzando la testa per un secondo, poi tornai al lavoro.
Tentò di penetrarmi con un dito, poi con due, poi con tre, aprendo con delicatezza e decisione insieme, muovendosi in me mentre io non smettevo di occuparmi di lui. Sentivo le mie contrazioni intorno alle sue dita, sentivo il calore espandersi, salire.
