"Chi?" risposi come riflesso involontario.
"Mio marito, dov'è mio marito?"
"Ah sì scusi sta- sta portando su le cose penso credo..." mi sentii le viscere spremersi, e quella scossa mi diede l'impulso per andarmene, sgusciando oltre lo stipite e precipitandomi via lungo il corridoio. Aperta la porta, quasi andai a sbattere contro il signore coi baffi, che stava entrando: mi tirai indietro appena in tempo per non finirgli addosso. "Eccola qua! La stavo cercando. E' stato gentilissimo, davvero, e se ha la pazienza di farmi un ultimo favore le sarei grato in eterno". Io avevo la gola secca, non riuscivo a spiccicar parola. "Bene, guardi, abbiamo questo da portar dentro... ed io, insomma, da solo è impossibile, e mia moglie.... A proposito, dove sta? Aurora??!!!" allungando il collo verso l'interno della casa, chiamò la donna "Aurora???! Vieni un momento!", poi tornò a guardarmi: "E' andata a riposare. Vede, io qui a sfacchinare, e lei di là a riposare, ci crede?!", penso di avergli sorriso, o almeno così speravo. Uscendo sul pianerottolo continuò il suo monologo: "Ah, al diavolo, tanto in due ce la facciamo lo stesso... Venga, lei lo prende da di là, io lo prendo da di qua". Stava in piedi fissandomi, le braccia aperte, le mani salde ai lati d'un'enorme scatolone cubico: attendeva che lo raggiungessi. Come un robot, andai alla scatola e cercai di trovare una presa comoda. "E' pronto?... Oh issa!". Pesava parecchio. "Per di là, così... stia attento a quel- bravissimo... Là, in fondo, nella sala...". Con i talloni raggiunsi lo scatolone che avevo lasciato prima in mezzo allo stanzone. "Sì qui va bene, poi lo sistemeremo noi...", l'uomo si tirò su col viso imperlato di sudore: "La ringrazio ancora, è stato gentilissimo" si passò il dorso della mano sulla fronte "Oggi qui è tutto un casino... almeno lei..." poi ebbe un'illuminazione improvvisa e mi porse la mano: "Manco mi sono presentato, mi scusi! Mi chiamo Michele". Gli strinsi la mano e mi presentai a mia volta. Sentendomela scossa da quella presa decisa, mi rianimai dallo sgomento di poco prima. "Oh eccola qua! Questa è mia moglie Aurora". (Come non detto). Mi voltai e la donna stava all'ingresso della sala, con la vestaglia rossa stretta con un nodo al ventre. Ero un fascio di nervi. S'avvicinò porgendomi la mano: "Molto piacere". Stava fingendo non fosse accaduto nulla. La pelle liscia, le dita sottili. "Grazie che sta dando una mano a mio marito. Quelli dei traslochi hanno detto che non sono obbligati a portar su tutto-"
"Seh seh tutte balle! Appena hanno visto che nell'ascensore non ci passava nulla si sono inventati 'sta cazzata. Oh, mi scusi" mi poggiò una mano al gomito.
"Anch'io sarei parecchio seccato nella sua situazione" lo confortai, mentre pensavo ad un modo per congedarmi. Il terrore che la donna lo informasse di ciò che era accaduto mi strizzava le budella. Forse dovevo pure andare a pisciare. Uno strappo improvviso mi fece ridestare: Michele stava tirando via il nastro adesivo marrone dalla scatola, con dei vigorosi scatti del braccio. La donna andò ad appoggiarsi ad una parete, e mi fissò. Mi sentii cedere le gambe. Poi spostò lo sguardo sul lavoro del marito: "Devi aprirlo proprio adesso?". Questo non le rispose; appallottolò lo scotch, lo gettò in un angolo della stanza ed aprì le alette dello scatolone. "Guardi qua!" mi disse soddisfatto. Mi sporsi per guardarci dentro: due grossi pezzi di polistirolo incastonavano un qualcosa di plastica nera. Aveva un lato inclinato, con delle piccole fessure dritte come prese d'aria, al di sotto delle quali spiccavano delle specie di bottoncini colorati, ed un riconoscibilissimo attacco per una presa elettrica. Capii cosa fosse nello stesso momento in cui il signore esclamò: "Un televisore nuovo di zecca! Vedrà che bello!". Strattonando una delle alette cercò di rompere la scatola, non riuscendoci. Si rizzò sulla schiena e abbandonò la stanza con passo deciso: "Vado a prendere un coltello". La donna si volse a guardarlo sparire dietro lo stipite della porta, quindi tornò a fissarmi. Io non avevo una stilla di saliva. Poi, lentamente, si portò una mano al collo della vestaglia, ed allentandoselo mise in mostra la lingerie trasparente che confluiva al suo petto: "Resterebbe per il disimballaggio...?". Sorrise con fare seducente. Sentii il cazzo gonfiarmisi nei pantaloni. "Aurora!! Dove abbiamo messo le posate??!". Abbozzai un sorriso sentendomi la fronte madida: "Purtroppo devo andare... devo mangiare..." arretrai."A presto allora." pronunciò con un tono di miele.
All'ingresso venni richiamato da Michele, che usciva dalla porta della cucina. Coltello in mano, tutto elettrizzato: "Non resta per la grande rivelazione?"
"Mi spiace, ma ora devo proprio andare..."
"Giusto giusto. Scusi ancora se l'ho trattenuta tanto. E grazie di nuovo eh!"Uscii e richiusi la porta alle mie spalle. Davanti a me stava l’ingresso di casa. Dovevo stendermi sul divano. Dovevo mangiare qualcosa. Dovevo segarmi.
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