I.
Ai primi dei '90, l'anziana signora che stava nell'appartamento dirimpetto al mio lasciò questo mondo. Di vecchio stampo, terrona fino al midollo nonostante una vita qui al nord, parve voler rimarcare così il suo rifiuto ad affrontare il nuovo millennio.
Venni avvisato dell'accaduto un pomeriggio, da un vicino sceso come me all'ingresso adombrato dalla figura del postino. Mentre ritiravamo le nostre lettere mi rivelò i dettagli: un infarto; i soliti finali che tutti ci auguravamo. Scoprii che non era vecchia quanto credevo. Ripensai allora al suo viso, alla sua andatura claudicante, quelle volte che ci incrociavamo, entrambi intenti ad aprire le nostre serrature. Oltre ai 'buongiorno' e 'buonasera' di circostanza, mi resi conto di non averci mai parlato. E a quanto pare non ero il solo: quel vicino zelante si premurò d'informarmi che di tutto il palazzo una sola signora, quella del primo piano, era stata in confidenza con l'anziana scomparsa. Di figli e parenti non sapeva. Lo salutai, ringrazia il postino, e presi le scale verso il mio appartamento.Nei giorni successivi, uscendo e rientrando dal lavoro, trovavo il pianerottolo presidiato da omoni in tuta, intenti a svuotare l'abitazione della deceduta. In quei momenti fra l'ascensore e la porta di casa, mi si mostrava uno spiraglio su d'una vita d'altri tempi: vecchi mobili laccati; specchi; scatole affollate di ninnoli, lampade color ambra e squillanti centrini immacolati. Poi tutto sparì e fu come se l'anziana non fosse mai esistita. Arrivato natale, la sua porta vuota, spoglia del consueto alberello che vi trovavo regolarmente appeso ogni anno, mi intrise le ossa di amarezza. Quell'ennesima conferma che la vita non è nient'altro che una routine, che di colpo finisce senza tanti complimenti, m'appesantì il cuore. Venni preso da una forte solitudine, dal desiderio di tornare dai miei per un po', <ma che fare col lavoro?>; addirittura dalla fantasia di far dei figli, <ma con chi?>. Avevo bisogno di qualcuno. Riesumai dalla rubrica il numero di qualche vecchia amica dei tempi della scuola. Qualcuna la trovai persino in casa.
Poi, con naturalezza, quella tristezza passò; il tran tran quotidiano mi distrasse da ogni pensiero, e mi dimenticai di tutto.
Mi ricordai che quell'appartamento fosse vuoto solamente quanto ritrovai il pianerottolo nuovamente ingombro di mobili. Un signore baffuto stava indaffarato là nel mezzo, e appena mi vide s'affrettò a scusarsi per il disagio, promettendo che avrebbe fatto sparire tutto il prima possibile. Era visibilmente scocciato dalla situazione, e non vedeva l'ora di potersene lamentare con qualcuno. In un paio d'ampie falcate, scavalcando lo scavalcabile, mi raggiunse: "Quelle carogne dei traslochi m'hanno mollato tutto qui..."
"Nessun problema, si figuri. Le darei una mano ma..." e con tale premura riuscii a sganciarmi e, circumnavigata una lavatrice, m'infilai in ascensore.
L'ufficio e l'incalzare delle scadenze sotterrò quell'insolita circostanza per otto ore. Tornò alla luce non appena parcheggiai l'auto davanti casa: all'entrata del palazzo c'erano degli scatoloni abbandonati. Arrivato al portone riconobbi, poggiato ad una delle scatole, un orologio a pendolo, avvolto in una plastica da imballaggio. Stavo per infilare la chiave nella toppa, quando la serratura scattò col suo suono elettrico e vidi il maniglione allontanarsi con un movimento ampio: comparve il signore baffuto di quella mattina. "Prego prego, entri pure..." mi fece cenno con la mano, schiacciandosi di lato per farmi passare. Ma appena mi riconobbe s'animò d'un tono più squillante: "Ah ma è lei! Ha visto, siamo ancora in ballo qui!"
"Eh sì, vedo..." mi guardai attorno in modo palese, per dargli ragione. Lui approfittò del mio indugio nell'entrare, effetto della sua apparizione imprevista, e attraversando la porta mi fece: "Visto che è qua, e che è sul nostro stesso piano, le dispiacerebbe portarmi su qualcosa?". Non feci a tempo a formulare una scusa che lui stava già piegato a saggiare il peso dei vari scatoloni. "Ecco qui, le do questo." e mi porse la scatola più grossa. "Non tema, è tutta scena: è la più leggera". La presi dal sotto, con una mano aggrappata ad uno degli spigoli, ed appurai che non mentiva. Probabilmente. Piegando la testa, cercai di vedere le scale oltre l'ingresso. "Le tengo io la porta, non si preoccupi. L'ascensore c'è già." Mentre salivo piano le scale, facendo attenzione a non inciampare sui gradini occultati da quel cartone, il signore mi delegò il da fare: "Quando arriva, stia attento ad uscire che c'è la lavatrice fuori dall'ascensore. Il cartone me lo lasci pure in sala: la porta è aperta, entri pure, c'è mia moglie in casa".
Incastrato nell'ascensore, cercai di scaricare il peso dello scatolone poggiandolo alla parete specchiata: non vedevo l'ora di sbarazzarmi di quel fardello e andare a casa a farmi da mangiare. Mi chiedevo: <come potrei evitare d'incontrare ancora 'sto tizio? Spero solo non mi cerchi per gli altri scatoloni!>. L'ascensore s'arrestò; arretrando, aprii con la schiena la porta e cercai di guardarmi oltre la spalla per individuare quella dannata lavatrice.Raggiunto l'uscio dirimpetto al mio, poggiai un angolo della scatola allo stipite, cercando la maniglia con la mano. La porta s'aprì ed entrai in quell'appartamento sconosciuto. Ruotando su me stesso adocchiai l'attorno oltre l'angolo del cartone: davanti a me stava una scarpiera, di traverso; contro lo stipite di quella che supponevo fosse la cucina c'era una scatola lunga e stretta, che poteva contenere un'asse da stiro; altre scatole più piccole bordavano la strada verso una stanza più ampia con delle portefinestre che davano sull'inferriata d'un balcone. Decisi fosse la sala. Raggiunto il centro di quello stanzone vuoto, appoggiai piano il carico. Rialzandomi, mi sgranchii un poco, osservando la stanza spoglia. Era evidente che fosse stata imbiancata da poco. Mi chiesi come fosse stata ai tempi dell'inquilina precedente.
D'un tratto, un grido echeggiò nel locale, facendomi trasalire. Mi voltai di colpo, ma non vidi anima viva. M'avvicinai al balcone e guardai di sotto, oltre alla grata di ferro: le auto parcheggiate, fra cui la mia; due signore che chiacchieravano; nessun segno di pericolo. Di nuovo quello strillò guizzò nell'aria, più breve e acuto questa volta. Non proveniva da fuori. Tornai verso l'ingresso e tesi l'orecchio. Non sapevo se dovevo preoccuparmi. D'improvviso ricordai che la moglie del signore doveva essere in casa. "C'è qualcuno? E' permesso?" chiesi, ma un ingiustificato timore mi vece uscire quelle parole quasi in un mormorio. La maniglia alle mie spalle squittì facendomi venire un infarto. La porta s'aprì con una spinta e riconobbi la camicia blu del signore baffuto, che indietreggiava portando uno dei suoi scatoloni. Vedendolo in difficoltà, istintivamente venni in suo aiuto: "Lasci, dia a me...". Lui cercò di girarsi, mostrando evidenti segni di cedimento: "Stia attento che questo pesa..." sbuffò. Buttandomelo in braccio, ansimò: "La ringrazio, davvero...", poi, piegandosi sulle ginocchia, alzò appena una mano facendo cenno in una direzione: "Sia gentile... lo porti di là, in camera...". Piegai un poco le ginocchia, per evitare che il tutto crollasse rovinosamente a terra, qualora mi scivolasse di mano; quindi arrancai verso la direzione indicatami. Alle mie spalle sentii la porta chiudersi, e voltandomi non vidi più nessuno. Cercando di non strusciare contro le cose abbandonate ai bordi della parete, attraversai un corridoio. Un nuovo gridolino pigolò, più vicino. "E'... è permesso?" ansimai oppresso da quel peso. Imboccai l'ingresso della prima stanza che incontrai, impaziente di mollare quel macigno: <sia quella giusta o no, io non ce la faccio più... che diavolo c'ha messo qui dentro, pietre?!>. Lasciai il pacco, che cadde con un tonfo proprio nell'istante in cui squillò un ennesimo urletto. Era meno acuto degli altri. Veniva certamente dalla camera a fianco. Restando all'ascolto, mi parve di sentire anche un leggero scricchiolio, lieve e continuo. Ripresi fiato, deciso d'andare a investigare appena fossi riuscito a reggermi in piedi decentemente. Quindi m'affacciai sul corridoio, sporgendomi verso la porta accanto: semiaperta, mostrava la testiera d'un letto smontata, poggiata contro una cassettiera ancora imballata. Più in là, un pezzo d'un materasso matrimoniale, issato in verticale, finiva a nascondersi dietro il legno della porta. La sospinsi piano, appena, ed ecco il materasso completarsi, quindi al suo fianco un movimento di stoffa leggera, come tulle. Con uno scricchiolio secco comparvero dei capelli castani, lunghi. Piegando un poco la testa, mi si rivelò una figura umana: una signora in negligé semitrasparente stava riversa su d'una poltrona di vimini, con gli occhi chiusi e una mano fra le cosce aperte. Rimasi pietrificato. Con un urletto, la donna si piegò in avanti: la bocca serrata in una smorfia, gli occhi strizzati. Non sapevo che fare. Non riuscivo a distogliere lo sguardo da quella scena. Con un singulto, la signora sollevò le ginocchia tendendosi sulle punte dei piedi: uno era puntellato al pavimento, l'altro infilato in uno zoccoletto bianco. Le unghie smaltate rosso. D'un tratto distese le gambe, allungandole verso il centro della stanza, e sprofondò mollemente nella seduta, facendo gemere quell'intreccio di fascine. Sentii il suo respiro riversarsi giù dal suo petto, lungo quelle cosce e quelle caviglie stirate, fino alla porta dove stavo; fino a toccarmi i piedi, come un'onda, un flutto a lambirmi. Stavo per indietreggiare e prendere il corridoio che lei balzò sù con un urletto di spavento: "Tu chi sei?!!". L'adrenalina mi travolse col suo freddo bollente. "Mi scusi mi scusi non volevo sto dando una mano a suo marito con gli scatoloni non volevo davvero" ero nel panico più totale. Lei intanto aveva afferrato un panno rosso e s'era coperta il busto premendoselo addosso. M'accorsi che mi stavo coprendo gli occhi con le dita, e mi tornò in mente quando mio fratello voleva farmi vedere i film dell'orrore. Mi sentii proprio un bambino. Capivo che dovevo andarmene, ma le gambe non rispondevano. Aspettavo di sentire la voce di quella donna, che mi dicesse qualcosa, che mi insultasse persino. Ma attorno sentivo silenzio. Poi l'allentarsi dei vimini. Capii che s'era alzata dalla sedia. Come un bimbo che spia durante la conta al nascondino, intravidi fra le fessure delle dita la signora: indossava ora una vestaglia rossa, che compresi essere il panno con la quale si era coperta un attimo prima; in piedi, in una cascata di ciocche castane, guardava in basso, alla ricerca di qualcosa. Poi allungò una gamba, che apparve bianca nello spacco della vestaglia, e col piede nudo pescò lo zoccoletto mancante; quindi con un batter di tacco se lo sistemò sotto il calcagno. Con un tono secco mi chiese: "Dov'è Michele?"
