La vacanza in Sardegna (capitolo 5)

Lirio
a day ago

V.

La spiaggia era proprio attaccata al parcheggio, ed era troppo affollata (per i nostri gusti); così Antonia ci fece scarpinare fino ad una estremità un poco più tranquilla. Per tutto il tempo stetti il più lontano possibile da Marta, col terrore che dicesse qualcosa a qualcuno. <Ringraziamo dio che è un tipo silenzioso! E poi, cosa potrebbe mai dire?>. Nemmeno io sapevo ben inquadrare ciò che era successo. Mi convinsi (e in un certo qual modo, nonostante non abbia più diciannove anni da un bel pezzo, lo penso ancora) che fossero stati i miei ormoni a mille a deformare l'accaduto, conferendogli delle tinte ben più lascive di quel che erano. Semplicemente mi ero imbattuto in qualcuno che si stava sistemando il costume, e quel qualcuno è un tipo che non si fa molti problemi. Effettivamente, per quel che avevo potuto intuire in quei giorni, Marta doveva essere un tipo di poche parole, pratico e quasi rude. <Che fosse perché sarda?>.

Appena piantati gli ombrelloni, mi sganciai dal gruppo e andai ad esplorare la zona. Essendo zona più turistica, c'era poco da vagare, tanto che mi avventurai su per una scogliera e quasi non ci lasciai le penne. Più del giorno prima, mi portavo a casa le mie ferite di guerra: <Sta diventando una tradizione ormai! Spero solo non debba esser sempre un crescendo, sennò di questo passo l'ultimo giorno di vacanza mi toccherà perdere l'intera gamba.> ridacchiai da solo come un cretino. Giunsi così ad una piccola insenatura da cui non si vedeva più la spiaggia, e pertanto si era preclusi dagli sguardi dei bagnati di laggiù. D'attorno non c'era anima viva; solo due kayak lontani: rettangolini rossi nell'azzurro. Al suono della risacca che gorgogliava in qualche buco fra gli scogli spigolosi, sfogai la tensione accumulata con un paio di seghe. Durante la seconda, le mie fantasie virarono su quanto accaduto qualche ora prima. Era la prima volta che pensavo a Marta in quei termini, e mi resi conto che non era tanto lei (che di attrattivo aveva ben poco), quanto quella situazione e, ancor più, l'imprevedibilità di quella situazione. Mi si andava a formare nella mente una scena da matrona un po' brusca, che si prende le sue libertà su un ragazzetto (per quanto tanto ragazzetto non lo ero più). Fiottai il mio seme in basso, verso il mare, che subito venne a prenderselo con la prima onda. Non avevo l'orologio e non sapevo da quanto tempo fossi mancato.

Ritornato in zona spiaggia, per distrarmi, mi misi a guardare i culi delle regazzette che prendevano il sole o giocavano a volley. Ma di tornare ancora non avevo voglia, così invece di dirigermi subito ai nostri ombrelloni, puntai al chiosco affollato di rincorse e grida di bambini. Con delle monete che racimolai sul fondo della borsa fotografica, mi presi un Estathe ghiacciato e mi sedetti ad osservare gli avventori: signori con la pancia, bellimbusti, bambine che si trascinano dietro i fratellini, anziane dalle tette cadenti e, come non nominarle!, ninfette che stuzzicano i più bassi istinti. <Già me le immagino le litigate con sua madre, per farsi prendere un costume simile quest'anno... come minimo due anni fa indossava ancora quello con Minnie> rigiravo la mia cannuccia in quel che rimaneva di tre cubetti di ghiaccio. Il sole cominciava a tendere al rosso. Di lì a poco avrebbe lambito la linea blu del mare. Finii la mia bibita facendo più rumore possibile con la cannuccia, ringrazia la signora al banco e me ne tornai senza fretta dalla comitiva. Le trovai che mangiavano dell'anguria; tranne Vittoria, che stava prendendo l'ultimo sole. Durante la mia assenza avevano fatto amicizia con dei vicini: una coppia che aveva consigliato loro una pizzeria lì vicino. E così pizzeria fu.

Tornammo al camper stanchi e pieni come delle uova. Durante il consueto giro di docce, rimasi fuori a godermi un venticello umido e ascoltare i pini marittimi, seduto sulla seggiola pieghevole. Ognuna passava col suo bel accappatoio leggero e appendeva il costume bagnato ad una cordicella tesa fra il tronco scaglioso di un pino e il portapacchi da bici sul retro del camper. Quello spropositato di Marta di fianco allo smilzo bikini di Vittoria.

Andai a letto che Vittoria si stava lavando i denti nel minuscolo bagno, con la porta aperta. Dal mio letto potevo ancora vedere il suo, attraverso il forno: la sua piccola lampadina gialla illuminava la trousse nera dalla quale aveva estratto spazzolino e dentifricio. La trousse era poggiata sul cuscino, di fianco a una macchia scura che intuivo essere la sua immancabile vestaglietta; il resto del letto era vuoto. Sentii spegnersi la luce del bagno e i suoi talloni zampettare nudi fino a me. "Notte 'notte" cinguettò e sparì di sotto. Da quello strano specchio vedevo la sua sagoma nera piegata verso il suo letto: il culo in direzione del forno (e quindi di me) ma talmente in controluce da risultare a malapena leggibile. Ecco le mani nel gesto di sfilare gli slip. Ora quella sfera era più chiara, e appena si intuiva il taglio in mezzo alle chiappe. Quindi si sedette, accendendo così il forno con la sua figura arancio. I seni sodi, il taglio allungato dell'ombelico in ombra, le gambe serrate. Le braccia si sollevarono oltre il vetro del forno, sparendo alla mia vista; e da là calò il sipario scuro della camicetta da notte. Ora Vittoria era una silhouette scura, da cui splendevano due braccia e due gambe. E qui accadde qualcosa di magico. Lentamente le due ginocchia si allontanarono, facendo ritirare la linea scura della vestaglia. Questa indietreggiava piano, scoprendo le cosce centimetro per centimetro. La pelle rifulgeva nella penombra, affievolendosi e andando a morire verso il suo sesso, buio. Io era stregato da quella visione. Il cazzo gonfio nelle mutande. Ma quando pensavo che l'incantesimo fosse terminato: il miracolo. Di punto in bianco, con un movimento pacato ma deciso, il margine della vestaglia venne sollevato e le cosce spalancate. Quell'antro buio che era la sua fica ora era esposta e rimbalzava in quel vetro direttamente alle mie pupille. La pelle arancio degradava in un pelo leggero, certamente scurito dal riflesso del forno. Io mi presi il cazzo e inizia un lentissimo movimento, testando quanto potesse essere udibile lo sfregare della coperta. Mi chiesi cosa stesse facendo Vittoria, il perché di tale posizione La testa mi era preclusa. Mi dispiaceva, ma mi rendevo conto che altrimenti tutto ciò sarebbe stato inammissibile: se io la potevo vedere negli occhi, allora lei poteva vedere me, e addio spiata. Poi come si erano aperte, le cosce si richiusero, dandomi il tempo di salutare ogni centimetro che veniva nuovamente inghiottito dal buio. Quindi Vittoria si coricò e spense la luce. Rimasi al buio, fermo, ad aspettare che si addormentasse. Quando credetti fosse passato abbastanza tempo, mi girai sull'altro fianco, sfilai senza far rumore due fazzoletti e mi segai piano fino all'orgasmo.

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