La vacanza in Sardegna (capitolo 4)

Lirio
a day ago

IV.

Quella sera, mentre il gruppo era impegnato in chiacchiere da dopocena seduti al tavolo fuori dal camper, io approfittai del momento doccia per tirarmi una sacrosanta sega in onore di Claudia e della nostra avventura pomeridiana.

Molto più rilassato, lessi al tavolino interno del camper mentre il via vai di donne si dava il cambio al bagno, uscendone ogni volta con un accappatoio in microfibra diverso. Quando mia madre e Antonia si cambiarono per andare a letto, dovetti spostarmi per lascargli spazio (dormivano nel matrimoniale sopra la cabina di guida) e balzai direttamente nella mia cuccetta rialzata, sdraiandomi sulla pancia a finire il capitolo del libro. "Ah sei già in branda. Non ti vedevo più!" la testa di Vittoria si affiancò al mio letto.

"Riuscirai a dormire, senza quella bella coperta rosa shocking?" mi chiese scherzando.

"Oh cielo, come farò?" recitai disperato come in un melodramma anni '40.

"Dì la verità, che ti mancherò stanotte mio caro maritino" ammiccò lei continuando la recita.

"Tu piuttosto, come dormirai senza la mia luce accesa?".

"Ah ma io m'addormento subito, in ogni condizione: non ho problemi. Pure stamattina non m'ero accorta di nulla". Ebbi un colpo al cuore.

"In- in che senso?" cercai di fare il vago.

"Stamattina quando mi sono svegliata mi dormivi praticamente appiccicato." e rise.

"Ah scusa, non volevo. Non ho fatto apposta" (ed era vero).

"Te l'ho detto, dormivo uguale" e poi aggiunse, allusiva: "Certo, così vicino, si sente tutto." e sparì subito sotto il mio letto.

Tornai a guardare il mio libro chiedendomi se volesse dire quello che io avevo capito. Probabilmente scherzava. Ma ormai non c'era modo di chiederlo e affacciarmi dalla mia cuccetta per domandarlo sarebbe parso troppo strano. Misi via il libro e spensi la lucina sopra mio letto; quando con la coda dell'occhio vidi un movimento improvviso, come un lampo dal cucinino. Sorpreso mi girai ma non vidi nulla. Ora che tutti erano coricati, il camper era avvolto dalla penombra. Il piccolo angolo cucina stava proprio davanti le nostre due cuccette a castello, ed era composta essenzialmente da un lavandino con rubinetto, un fornello a induzione, un cassetto e un piccolo forno (altro non ricordo). Stavo per sdraiarmi quando lo rividi di nuovo. Era stato come un lampeggiare di luce. Era il forno. Il forno aveva lo sportello in vetro, e col suo interno nero, rifletteva ciò che gli stava davanti. E davanti al forno c'era il letto di Vittoria, ancora illuminato dalla sua lucina notturna. Stava seduta sul letto, a piegare dei vestiti o cose simili, e ogni volta che si chinava in avanti la lampadina dietro di lei brillava riflettendosi come un lampo sul forno. Da dove stavo riuscivo a vederla benissimo. Fino alle spalle, dopodiché il forno finiva. Stetti così a osservare cosa stesse facendo: guardavo una Vittoria senza testa che ripiegava e riponeva cose. Sistemato tutto, volse il lenzuolo del letto per entrarvisi, quindi si sfilò la maglietta, proiettando così due seni tondi e luminosi nel buio di quel singolare specchio. Per quel che riuscivo a vedere, erano davvero sodi e belli, di quelli per cui un reggiseno non ha alcuna funzionalità. Subito sparirono al calare d'una vestaglietta scura (dal riflesso del forno non si potevano capire bene i colori). Ed ecco balenare due cosce bianche; le gambe sollevate come in uno spogliarello sulla sedia. E in sostanza di quello si trattava, poiché le sue mani accompagnarono una linea nera dai fianchi fino alle caviglie, scivolando subito via dalla punta dei piedi: erano le sue mutande. Si era sfilata le mutandine.

E io mi sentivo morire dentro.

Il mattino seguente mi svegliai sballottolato di qua e di là. Il camper era in moto e stava percorrendo una strada di campagna piena di buche. Sentivo a qualche metro mia madre e Vittoria spettegolare, probabilmente su colleghi di lavoro. Mi stiracchiai, travolto da tutto quell'improvviso caldo e da tanta luce. Lo so: ero un dormiglione. Reputai che per la mia incolumità mi conveniva scendere dalla cuccetta prima che qualche sbandamento improvviso mi facesse cadere di sotto; ma avevo ancora in testa l'immagine tagliata di Vittoria che si sfilava le mutandine, e sulla punta delle dita, se chiudevo gli occhi e mi concentravo, mi sembrava di sentire ancora il caldo bagnato della sua fica. Visti i pochi casi di privacy in quella coabitazione forzata, lo ritenni un buon momento per una sega. Vuoi l'estremo erotismo di quella prima notte alla casa, vuoi l'erezione mattutina, vuoi i miei diciannove anni, ma ce l'avevo di marmo. Tendendo l'orecchio, prima una poi l'altra, intercettai le voci di ognuna delle cinque le donne (Marta fu l'ultima che riuscii a captare): stavano bene o male tutte nella parte anteriore del camper; io ero l'unico sul dietro. Questo mi convinse del mio proposito, e inizia a masturbarmi senza fretta, godendomi ogni dettaglio che riuscivo a ripescare dalla memoria, condito con qualche fantasia sul 'e se...'. <E se piano piano, mi fossi avvicinato col bacino e le avessi poggiato il cazzo? E se si fosse messa a mugolare mentre le passavo la cappella turgida lungo quelle sue labbra scivolose...?> Fantasticando su ciò (ma vigilando che ogni voce nel camper restasse là davanti) venni dentro un fazzoletto di carta. Lo inzuppai proprio.

Dopo essermi ripreso, mi affacciai dalla cuccetta, aggrappandomi come potevo in previsione di possibili scossoni: al tavolino stava mia madre con Vittoria e Antonia, a parlottare; mentre la taciturna Marta stava alla guida, intenta ad evitare le voragini della strada, con Claudia che tintinnava al suo fianco, col braccio alla maniglia della portiera e il gomito ciondolante. Cercando di prevedere un momento in cui la strada fosse meno accidentata, mi calai dal letto e subito mi infilai nel bagno per gettare il kleenex e darmi una sciacquata. Mi presentai quindi all'equipaggio, in ritardissimo sull'appello. "Ah eccolo qui il nostro ometto!" mi accolse la voce squillante di Antonia.

"Hai visto, ti abbiam lasciato dormire anche oggi" commentò con una nota di rimprovero mia madre.

"Grazie" riuscii a dire io, con la voce ancora impastata. In quel momento incrociai lo sguardo di Claudia, che si era girata dal posto passeggero a guardare. Le lentiggini sparpagliate sotto gli occhi, un cappellino da baseball color nocciola. <Non ti preoccupare, la prossima la dedico a te> pensai fra me e me. Ero contento che ci fosse Marta alla guida (e scoprii che sarebbe stato quasi sempre così): volevo evitarla il più possibile. A ripensare alla mia figuraccia a cazzo duro mi vergognavo come un cane.

Il viaggio proseguì chiacchierando del più e del meno. A un certo punto le scapestrate misero qualche cd, cantando a squarciagola col volume al massimo. Io mi godevo lo sculettare di Vittoria e le risate di Claudia che batteva il tempo sulla portiera. Mangiammo in una trattoria e andammo in spiaggia. Diverso parcheggio, solita scena. Ora tutte costumate, era il momento della crema.

"Dai, dammi una mano, tu che hai già le mani sporche" mi fece mia madre, offrendomi la schiena. Io, che me l'ero messa mentre loro si stavano cambiando nel camper, cominciai a spalmare la morbida pelle di mia madre, fino a raggiungere il suo costume verde, infilando un poco la mano sotto il bordo di questo, per coprire tutto bene. Saltellando ci raggiunse Claudia. "Da bravo, fa' il favore anche a me!" fece una mezza giravolta, mostrando la schiena e spostandosi la coda sul davanti. Sbuffai simulando svogliatezza e controvoglia, ma non me lo feci ripetere due volte. Passai i palmi su quella schiena nuda e calda, sgusciando sotto la cordicella elastica del costume. Mi arrischiai accennando una sorta di massaggio alle spalle, impastandole i trapezi. Sentii il suo collo sollevarsi appena, e immaginai che avesse chiuso gli occhi godendosi il trattamento. Ma furono pochi attimi (attimi meravigliosi!) perché le scaricarono in mano una delle borse da portare in spiaggia. "Tu sei pronto? mi interpellò mia madre "Devi andare in bagno?". Colsi la palla al balzo: "Faccio in un attimo!" e con un salto scavalcai i gradini del camper fiondandomi dentro. Per poco non andai a sbattere contro Marta, che uscendo dal bagno si stava sistemando i seni nel costume. Rimasi per un attimo congelato, sporto indietro nella mia frenata improvvisa. Con una mano si stava reggendo un seno, come a soppesarlo. Immediatamente distolsi lo sguardo, alzando la testa: la vidi così alzare gli occhi da quel suo lavoro, guardarmi in faccia, e senza batter ciglio continuare ad aggiustarsi le tette. Quella manipolazione ora era solo un vago movimento ai margini del mio campo visivo, poiché i miei occhi erano fissi sul suo viso, in un panico immobile. Finito il ravanare, mi sorrise, e passandomi a fianco a fatica (vista la sua mole e lo stretto corridoio) sospirò un "Biada Gioventudi...". Io restai lì come un cretino, indeciso se uscire anch'io o andare in bagno. A far cosa poi?

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