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La sciava e il conte Parte 4
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Racconto16 min di lettura

La sciava e il conte Parte 4

GIULIA CONOSCE LA FRUSTA DEL CONTE

Anna Bolerani
8 mesi fa · 559 letture · 0

Quando il terzo colpo arrivò, più forte stavolta, Giulia lasciò sfuggire un gemito strozzato. Le piume avevano lasciato il posto a sottili strisce di cuoio, e il dolore si irradiò lungo le sue natiche come un'onda di fuoco liquido. "Ti piace?" chiese il conte, la voce un soffio putrescente contro la sua nuca mentre le unghie le affondavano nei fianchi.

Giulia contò tre respiri prima di rispondere, sentendo lo sguardo di Marco bruciarle la schiena come un faro nella notte. "Sì, padrone," sussurrò, e fu una bugia così perfetta che quasi ci credette lei stessa—perché in quel momento, tra l'odore di pelle invecchiata e legno di sandalo, tra il freddo della scrivania e il calore del dolore che le fioriva sulla pelle, c'era qualcosa che la stava effettivamente eccitando. Non il vecchio, ma il modo in cui Marco la stava guardando dall'angolo, gli occhi neri che brillavano come carbone sotto la cenere ed il cazzo duro che spingeva nei pantaloni

Il conte annuì, soddisfatto, e il frustino disegnò un quarto segno, stavolta più in basso, dove la coscia incontrava il sedere. Giulia sentì un filo di sangue scendere lungo la gamba, caldo come la cera che doveva aver colato dai candelabri. "Dov'è tuo marito?" domandò il conte, puntando il bastone verso lo specchio dove Marco si era avvicinato senza fare rumore, le mani ora nascoste nelle tasche dei pantaloni, il mento proteso in avanti come un cane che annusa la preda.

"Eccolo, padrone," rispose Giulia senza voltarsi, sapendo che Marco sarebbe stato là, immobile, a bere ogni suo sussulto, ogni piccolo spasmo che le scuoteva le spalle quando il dolore diventava troppo intenso. Il conte si schiarì la gola, tossicchiando in un fazzoletto di seta che ripiegò con cura prima di tornare a fissarla. "Vuoi che continui?"

La domanda non era per lei. Marco fece un passo avanti, le labbra serrate in una linea sottile, gli occhi che non lasciavano il corpo di Giulia neanche per un secondo. "Fate quello che vi pare," disse, la voce più bassa del solito, quasi ruvida. "È vostra."

Il frustino sibilò di nuovo nell'aria, ma questa volta non colpì Giulia. Il conte lo passò a Marco con un gesto cerimonioso, come un generale che consegna la spada al suo successore. "Mostrami come si tratta una puttana," sussurrò il vecchio, accarezzandogli la guancia con una familiarità che fece rabbrividire anche Giulia, nonostante il caldo che ora le avvolgeva il corpo.

Marco prese il frustino, le dita che si serrarono attorno all'impugnatura d'avorio con una sicurezza che non aveva mai mostrato prima. Giulia chiuse gli occhi, sentendo il peso della sua presenza dietro di sé, più minacciosa del conte, più familiare. Quando il primo colpo arrivò, non lo sentì subito—prima ci fu solo il sibilo dell'aria, poi un'esplosione di dolore così intenso che le fece perdere il fiato.

"Uno," contò Marco, la voce piatta, mentre Giulia mordeva il labbro per non urlare. Il secondo colpo fu peggio, e il terzo ancora di più, finché non perse il conto, finché il dolore non diventò una cosa sola con il battito del suo cuore, martellante, incessante.

Quando finalmente si voltò, il viso bagnato di lacrime che non ricordava di aver versato, vide Marco in piedi accanto al conte, il frustino ancora in mano, gli occhi che brillavano di una luce nuova. Il vecchio sorrise, mostrando i denti gialli. "Bravo ragazzo," disse, accarezzandogli la schiena come si fa con un cavallo appena domato.

Giulia capì allora che non erano più due contro uno. Erano tutti e tre complici della stessa cosa, legati da un filo rosso che nessuno di loro aveva il coraggio di spezzare.

Giulia scivolò in ginocchio sul tappeto persiano, il rosso dei fili intrecciati identico al colore delle labbra che si separavano per accogliere il primo cazzo. Le dita non tremavano più mentre sbottonava i pantaloni del conte—il metallo delle fibbie freddo contro le nocche—e sentiva Marco dietro di sé che già spingeva l'inguine verso la sua nuca. L'odore di porto e ammoniaca le invase le narici quando il pene del conte emerse dalla biancheria ingiallita, flaccido come la pelle del suo ventre, ma pulsante di una vita propria quando le sue labbra lo avvolsero.

IGiulia chiuse gli occhi e immaginò di leccare una lama ossidata mentre la lingua scivolava lungo il frenulo, risucchiando la punta con un movimento che aveva perfezionato in anni di matrimonio. Un gemito rauco le scosse le tonsille quando Marco le afferrò i capelli, costringendola a inclinare la testa all'indietro mentre il suo cazzo le sfiorava la guancia—duro come il legno intagliato del letto a baldacchino, già umido di pre-sperma.

"Così, prendili entrambi," sibilò il conte, le dita nodose che le serravano il cranio mentre spingeva più profondamente. Giulia aprì la bocca come un pesce agonizzante, lasciando che Marco le riempisse il cavo orale mentre il vecchio le sfregava la lingua con la punta del proprio membro. La saliva le colava lungo il mento, mescolandosi alle lacrime che non aveva realizzato di versare, mentre i due uomini cominciavano a muoversi in controfase—uno avanti quando l'altro indietreggiava—trasformando la sua gola in un fodero vivente.

Il conte ansimava come un mantice rotto, le vene delle tempie che sembravano sul punto di esplodere mentre spingeva tra le labbra di Giulia con movimenti convulsi. Marco invece era metodico—ogni affondo calcolato per farle sentire l'ugola schiacciarsi, le dita che le serravano le tempie come una morsa per tenere ferma la preda. Giulia sentì qualcosa di caldo e salato scorrere lungo la lingua—il conte era venuto e, un rivolo che le macchiava il mento di bianco puro contro la pelle arrossata dal dolore.

Marco non si fermò. Il suo ritmo divenne più frenetico, il pene che le sfregava la lingua ancora ricoperta del seme del vecchio, mischiando i sapori in un cocktail di umiliazione. Giulia chiuse gli occhi e immaginò di essere un pozzo in un villaggio di frontiera—profondo, buio, e sempre pronto a ricevere ciò che gli uomini gettavano dentro. Il gemito roco di Marco le vibrò nelle ossa quando finalmente si lasciò andare, le dita che le strapparono letteralmente i capelli mentre lo sperma le inondava la gola con la violenza di un torrente in piena.

Giulia deglutì per istinto, poi ancora, il viso contratto in una smorfia che non sapeva se fosse di disgusto o sollievo. Il conte rise, un suono raschiante che sembrava uscire da una tomba, mentre accarezzava i capelli di Marco come un padre orgoglioso. "Bravo ragazzo," sibilò, le dita tremule che sfioravano la nuca sudata del giovane. Marco non rispose—respirava a fatica, gli occhi fissi sulla moglie.

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Scritto da
Anna Bolerani

autrice racconti erotici a sfondo prevalentemente cuckold

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