Il corridoio della villa era un tunnel di specchi antichi che moltiplicavano il verde opaco del vestito di Giulia in infinite repliche sfocate. Ogni suo passo risuonava sul parquet lucido, mentre Marco camminava mezzo metro dietro di lei, Giulia contava mentalmente le porte che superavano: la terza a sinistra era quella della biblioteca, la quinta conduceva alla sala da biliardo dove il conte teneva i suoi incontri d'affari. La loro stanza era l'ultima , un nido dorato che puzzava ancora di cera nuova e lenzuola stirate con precisione militare.
"Vado a cambioarmi" disse Giulia senza voltarsi quando Marco chiuse la porta alle loro spalle con un click troppo morbido per essere rassicurante. Quando usci dal bagno il suo riflesso nello specchio a tutta altezza sembrava un quadro vivente: il rosso del vestito che esplodeva contro le pareti color crema, le scarpe con il tacco che il conte aveva inviato quella mattina—così alte che ogni passo era una sfida all'equilibrio. "Lui vuole vedermi così." Afferrò il bordo dell'abito e lo sollevò appena sufficiente per mostrare l'assenza di mutandine sotto la stoffa sottile. "E tu vuoi che lui sappia che hai obbedito."
Marco fece scivolare la mano lungo la schiena di Giulia mentre lei si sistemava il vestito davanti allo specchio, le dita che indugiavano sulla curva dei suoi fianchi come per misurare quanto si fosse assottigliata in quelle settimane di tensione. "Ti sta bene," mentì, perché in realtà quel rosso le divorava la carnagione, rendendola pallida come una statua di cera. Ma era il colore che il Conte voleva, e questo bastava. Giulia annuì senza sorridere, le dita che tremavano leggermente mentre aggiustavano la scollatura ancora più bassa di quanto già non fosse. Marco osservò il riflesso dei suoi capezzoli che si indurivano sotto la stoffa sottile—non per eccitazione, ma per il freddo tagliente che entrava dalla finestra socchiusa.
Marco osservò il polso sottile di Giulia mentre aggiustava la collana di perle che il conte le aveva regalato quella mattina—un girocollo così stretto che sembrava un cappio di madreperla. Ogni perla luccicava come una goccia di sperma sotto la luce del lampadario, e lui trattenne un sorriso pensando a come quel vecchio decrepito avesse scelto proprio quel simbolo di castità per decorare la sua puttana personale. Giulia sollevò il mento davanti allo specchio, le dita che tremavano non di vergogna ma di anticipazione mentre sfioravano la scollatura che lasciava intravedere l'ombra tra i suoi seni. "Mi piace come mi guardi," sussurrò, catturando il riflesso degli occhi di Marco che la divoravano. "È diverso da prima. Più... affamato."
Il conte aveva ragione su una cosa—nulla eccitava Marco più di vederla desiderata da altri uomini. Ogni sguardo lascivo, ogni manata sulle sue cosce in quel ristorante elegante, ogni bisbiglio dei soci del conte mentre passava vestita di rosso, erano come benzina sul fuoco che gli bruciava le viscere. Giulia lo sapeva. Lo sentiva nelle sue mani che stringevano più forte quando qualcuno la fissava troppo a lungo, nel modo in cui la penetrava la sera con una furia che non aveva mai mostrato nei loro anni di matrimonio borghese.
Marco trattenne il respiro mentre la porta dello studio del conte si aprì con un lento cigolio, rivelando la scena già preparata: il vecchio seduto su una poltrona di pelle scura, le gambe divaricate, le dita nodose che tamburellavano sul bracciolo in attesa. Giulia entrò per prima, il vestito rosso che ondeggiava appena sopra le ginocchia, ogni passo un'esibizione calcolata. Marco la seguì, il sudore che gli imperlava la nuca non per rimorso, ma per l'eccitazione che gli serrava la gola come un cappio.
"Ah, finalmente," sibilò il conte, alzandosi con uno sforzo esagerato, il bastone d'argento era stato sostituito da un frustino sottile con delle piume alla punta. I suoi occhi giallastri divorarono Giulia dalla scollatura fino alle caviglie, mentre lei si fermò al centro della stanza, le braccia rilassate lungo i fianchi, le labbra appena dischiuse in un sorriso che non raggiungeva gli occhi. Marco si appoggiò allo stipite, incrociando le braccia, il polso sinistro che pulsava dove l'orologio segnava le 16:03. Tre minuti di ritardo—una colpa che avrebbe pagato dopo.
"Che peccato aver coperto quei fianchi," borbottò il conte, il frustino che scivolò sotto la gonna di Giulia sollevandola con un gesto secco. Il tessuto rosso si arricciò intorno alla vita, rivelando l'assenza di mutandine e la pelle ancora segnata dai lividi violacei della notte precedente. Giulia non si mosse, lasciando che l'aria fredda della stanza le accarezzasse la pelle nuda, i capezzoli già duri sotto la stoffa sottile. Marco deglutì, il rumore secco riempì il silenzio mentre il conte annusava l'aria come un cane da caccia.
"Preferisci che ti tolga il vestito con le mani o coi denti, puttana?" chiese il conte, il fiato che sapeva di porto e mentina falsa. Giulia inclinò la testa, fingendo di riflettere, le dita che già si posavano sull'orlo della scollatura. "Le mani, padrone," rispose con una voce che tremava apposta, sapendo che quel tremito avrebbe fatto indurire Marco ancor di più. Il conte rise, un suono raschiante, mentre le sue dita nodose si chiudevano attorno alla stoffa rossa e strappavano via il vestito con un gesto solo.
La stoffa si aprì come una ferita, lasciando Giulia nuda sotto la luce dorata dei candelabri, eccetto per le scarpe col tacco e la collana di perle. Marco osservò il modo in cui il conte la girava su se stessa, il frustino che tracciava linee immaginarie tra i suoi seni, il ventre, le cosce. Ogni volta che le piume sfioravano la pelle, Giulia tratteneva il respiro, non per vergogna, ma perché sapeva che Marco stava contando ogni suo sussulto, ogni piccolo tremore che tradisse piacere.
"Bellissima," sibilò il conte, le dita che affondavano nei fianchi di Giulia mentre la spingeva verso la scrivania di mogano. Il legno era freddo contro la sua pelle nuda, l'odore di cera e inchiostro vecchio le riempì le narici mentre il vecchio le sistemava la schiena inarcata a novanta gradi esatti. "Così, ferma." Le sue unghie giallastre le segnarono la carne mentre misurava l'angolazione, come un architetto che prepara il modello di un edificio sacro. Giulia sentì il metallo della fibbia della cintura del conte premersi contro le natiche, seguito dal sibilo dell'aria tagliata dal frustino.
Il primo colpo arrivò senza preavviso—un lampo di dolore acuto che le fece contrarre i muscoli delle cosce mentre le piume le sfioravano la pelle con una crudeltà studiata. Non era abbastanza forte da lasciare segni, ma sufficiente a farle sentire il fuoco strisciarle sotto l'epidermide. "Uno," contò il conte, la voce roca che gocciolava sadismo. Marco, dall'angolo, emise un suono gutturale, le mani che si strinsero attorno ai braccioli della poltrona come se stesse trattenendo se stesso dall'intervenire. O dal partecipare.
Il secondo colpo cadde mezzo centimetro più in basso, perfettamente parallelo al primo. Giulia afferrò il bordo della scrivania, le nocche bianche che spiccavano contro il mogano lucido. Le piume questa volta sfiorarono la pelle con una lentezza esasperante, quasi carezzevoli, prima che il frustino si ritraesse con uno schiocco secco. "Due," annunciò il conte, il respiro affannoso che tradiva la sua eccitazione. Nello specchio ovale appeso alla parete, Giulia catturò il riflesso di Marco che si sistemava i pantaloni, la bocca semiaperta in una smorfia che non riusciva a decidersi tra il disgusto e la brama.
