Marco non le diede tempo di togliersi le scarpe. Le spinse faccia al muro con una mano mentre con l'altra le sollevava la gonna con le dita che cercavano le mutandine che non c'erano più, erano rimaste al banchiere come trofeo. "Dimmi cosa ti ha fatto," ringhiò contro la sua nuca, il cazzo che le sfregava tra le cosce ancora umide del lavaggio frettoloso in quel bagno dorato. Quando Giulia esitò, lui le affondò i denti nella spalla e la penetrò d'un colpo, facendole urlare contro lo scrostato intonaco. "Tutto. Voglio sentire ogni secondo."
Giulia raccontò tra un respiro mozzo e l'altro, la voce che si spezzava ad ogni scossa mentre lui la prendeva da dietro con la furia di un uomo che non era più un marito ma uno dei tanti che l'avrebbero scopata. Descrisse di come il banchiere l'avesse vinta alla Riffa per una cifra enorme, sedicimila euro che Giulia estrasse dalla borsetta, ancora appesa alla sua spalla e che lancio in aria in segno di vittoria.
"Fottimi marco, fottimi forte sono diventata una schiava e una puttana per te. Marco accelerò il ritmo, le palle che le sbattevano contro il clitoride, le mani che le stringevano i fianchi fino a lasciare lividi a forma di impronte digitali. "E il vecchio? Dov'era mentre ti facevi sfondare?"
"Nel salone con gli altri soci dove poteva udire i miei gemiti, come tutti gli altri," ansimò Giulia, le unghie che si conficcavano nel muro quando Marco le trovò il punto con la precisione di chi conosceva quel corpo meglio di se stesso.
"Sei diventata brava," disse Marco, il respiro sempre più corto mentre la teneva stretta contro di sé, il sudore che li univa come colla. Le labbra di Giulia si incurvarono in un sorriso stanco mentre le dita di Marco le cercavano il clitoride, sincronizzando le sue spinte con il racconto delle sedicimila euro guadagnate in un'ora. "Meriti ogni centesimo," le sussurrò all'orecchio prima di venirle dentro con un lungo gemito, i denti che le mordicchiavano il lobo mentre il corpo di lei si contraeva a sua volta nell'orgasmo.
Quando finalmente si separarono, il muro portava l'impronta umida del corpo di Giulia, come un fantasma di sudore e desiderio. Marco le passò un asciugamano senza guardarla. Giulia si pulì le cosce con movimenti meccanici, gli occhi fissi sulle proprie dita ancora tremanti poi si lasciò cadere sul letto per cadere in un sonno profondo.
Marco si svegliò prima dell'alba, la schiena incollata alle lenzuola umide. Il silenzio della stanza era rotto solo dal respiro affannoso di Giulia, ancora immersa in un sonno agitato. Scivolò dal letto, i piedi nudi che affondarono nel pavimento gelido mentre la luce grigia del mattino filtrava dalle imposte. Raccolse le banconote ancora sperse sul pavimento. ***Sedicimila euro in una notte*** ne valeva la pena.
Giulia si mosse nel letto, un gemito soffocato che le sfuggì mentre si girava sul fianco, lasciando scoperta la schiena solcata da graffi rossastri. Marco osservò i segni, le mascelle serrate. Non erano suoi. Quel pensiero gli attraversò lo stomaco come una lama calda. Il telefono vibrò sul comodino — un messaggio del Conte, le parole semplici come un ordine di servizio: "Alle 16, puntamela tu. Portala vestita di rosso."
Marco sentì il telefono vibrare di nuovo mentre infilava le banconote ne cassetto del comodino accanto al suo letto insieme alle altre. Sedicimila euro. Il peso gli scivolò giù dallo stomaco fino a posarsi nelle mutande, dove già il ricordo delle parole del Conte lo stava facendo indurire. Sedici. Puntuale. Vestita di rosso ricordo nella sua mente.
Giulia si svegliò con un sussulto quando lui aprì l'armadio, il cigolio dei cardini che tagliò il suo sonno come un coltello. "Che ore sono?" chiese, la voce ancora velata dalla stanchezza, le dita che si strofinarono sugli occhi gonfi.
"È ancora presto, dormi ancora un po’," disse Marco, Io vado a fare una doccia e poi quando ti alzi andiamo a fare colazione in centro. Ti porto in quel posto sotto i portici, quello che ti piace, con i cornetti caldi." Le parole gli uscivano troppo veloci, come se stesse leggendo da un copione imparato a memoria.
Giulia spezzò il cornetto con le dita, lasciando che le briciole cadessero sul piatto come residui di un rituale. Il bar sotto i portici era pieno di luce mattutina che filtrava attraverso le tende di pizzo, illuminando le vene bluastre sulle sue mani ancora tremanti. Marco ordinò un altro cappuccino senza guardarla, le dita che tamburellavano sul marmo del tavolo seguendo il ritmo di una canzone che solo lui sentiva. "Dovresti comprarti un vestito nuovo," disse all'improvviso, indicando con la tazzina verso la vetrina di una boutique dall'altro lato della strada. "Qualcosa di rosso, ovviamente. Quello che indossavi ieri si e strappato."
Giulia seguì il suo sguardo verso il manichino esposto, avvolto in una silhouette di seta che sembrava disegnata per scivolare via al primo strappo. Il prezzo pendeva dal polso della figura come un braccialetto da prigioniera.
La commessa li osservò con lo sguardo opaco di chi riconosce certi tipi di clienti. Marco sfiorò i tessuti con la sicurezza di chi ha appena scoperto che ogni cosa ha un prezzo, compresa la moglie che gli camminava accanto a mezzo passo di distanza. "Questo," disse indicando un tubino rosso, la stoffa così sottile che Giulia poté vedere l'ombra della sua stessa mano attraverso il materiale quando lo sollevò. Nel camerino, sotto le luci al neon, le cuciture le sembrarono cicatrici.
Fuori, Marco fumava e il fumo che si arricciava intorno al suo viso come una maschera. Quando Giulia uscì col vestito addosso, lui spense la sigaretta,. "Girati," ordinò. Le sue mani le sistemarono la scollatura più bassa di quanto avrebbe permesso in qualsiasi altro giorno della loro vita insieme.
Il negozio di lingerie era l'ultima tappa. Marco scelse con metodo da stratega: reggiseni senza spalline, mutandine che nella confezione sembravano fazzoletti spiegazzati. "Per comodità," spiegò alla cassiera, mentre Giulia stringeva tra le dita l'etichetta di un bodysuit di pizzo nero. La ragazza fece scivolare gli articoli nel sacchetto con le sopracciglia immobili, il beep dello scanner che segnava il prezzo di ogni pezzo come un conto alla rovescia.
Il ristorante era un posto elegante con tovaglie di lino così bianche che a Giulia sembrò di sedersi su una lastra di ghiaccio. Ordinò un'insalata Caprese, spostando i pomodori col forchetta senza appetito mentre Marco divorava un piatto di pasta all'arrabbiata, la forchetta che raschiava il piatto con un suono che le fece stringere i denti. "Mangia qualcosa," le disse lui tra un boccone e l'altro, indicando il suo piatto quasi intatto con la punta del coltello. "Avrai bisogno di energie." Il coltello luccicò sotto la luce del lampadario come un segnale di pericolo.
Alle 15:30, mentre Marco pagava il conto con una delle banconote nuove di zecca, Giulia sentì il telefono vibrare nella tasca del vestito rosso. Il messaggio del Conte diceva semplicemente "Sono già eccitato." Mostrò lo schermo a Marco, che annuì mentre riponeva il portafoglio, dicendo che dovevano affrettarsi per non fare tardi. Era ansioso di vederla all'opera.
In taxi, Giulia chiuse gli occhi fingendo di assorbire i raggi del sole che filtravano dal finestrino, ma in realtà contava mentalmente i secondi che la separavano dall'appuntamento. Le gambe le tremavano nonostante lo sforzo di tenerle ferme, e il tessuto sottile del vestito le sembrava improvvisamente ruvido contro la pelle. Marco le prese una mano senza guardarla, il pollice che le strofinò l'osso del polso con un movimento circolare che una volta sarebbe stato tenero, ora era solo un promemoria.
