ANNA BOLERANI
A LETTO CON MAMMA
"Ho freddo, mamma." Disse luca aprendo la porta della camera da letto dove la madre era in dormiveglia.
Luisa aprì gli occhi di scatto al tono di voce del figlio, così diverso dal solito. Il lampo che squarciò il cielo in quel momento illuminò per un attimo il viso pallido di Luca, le guance arrossate, i capelli appiccicati alla fronte sudata. Senza pensarci due volte, allungò una mano e gliela appoggiò sulla fronte. La pelle bruciava sotto le sue dita. "Cristo santo, Luca, hai la febbre a mille" sussurrò, già scivolando dal letto.
Il materasso scricchiolò mentre lei si affrettava verso il bagno, i piedi nudi che affondavano nel tappeto bagnato dalla pioggia che entrava dalla finestra socchiusa. Aprì l'armadietto dei medicinali con movimenti abitudinari, ma le dita le tremavano mentre cercava il blister delle tachipirine. Un tuono lontano fece vibrare i vetri della finestra, e dietro di sé sentì Luca emettere un piccolo gemito.
"Tutto ok, amore," disse voltandosi, ma nella fretta non si era accorta che il reggiseno dormiveglia le si era slacciato, lasciando intravedere il seno sinistro. Luca distolse lo sguardo con un'improvvisa tosse, ma non prima che Luisa cogliesse quel lampo di consapevolezza negli occhi del ragazzo - lo stesso sguardo furtivo che aveva notato quando ancora vivevano tutti insieme, in quelle rare occasioni in cui passava davanti alla camera da letto lasciata socchiusa.
Si sistemò il reggiseno con un movimento rapido mentre tornava verso il letto, il blister di medicinali stretto nella mano che tremava più per l'improvvisa vergogna che per la preoccupazione. "Prendi questa," disse cercando un tono normale mentre Luca si sedeva sul bordo del materasso, la schiena curva, i muscoli tesi come se stesse trattenendo qualcosa di più del semplice malessere fisico. La pioggia batteva ora con violenza contro le persiane, accompagnata da un rombo di tuono che sembrò scuotere l'intera casa.
"Fa freddo nella mia stanza," mormorò Luca fissando le proprie ginocchia. Un'altra scarica di lampi illuminò la stanza rivelando il modo in cui le sue dita si stringevano attorno al bordo del lenzuolo. Luisa annuì senza pensarci, il materasso che ondeggiava leggermente mentre si faceva spazio accanto a lui. "Dormi qui stasera," disse, tirando su le coperte per coprirgli le gambe. L'odore della sua pelle sudata si mescolava al profumo di lavanda del balsamo che usava sempre, quel dettaglio così ordinario che improvvisamente le fece venire voglia di piangere.
Il ragazzo si lasciò scivolare sotto le lenzuola con un sospiro, il corpo che affondava nel materasso troppo grande per il suo peso ridotto. Luisa rimase seduta sul bordo del letto, la mano ancora sul termometro che aveva infilato sotto l'ascella di Luca. Un altro tuono rimbombò e questa volta lui si raggomitolò istintivamente verso di lei, la fronte premuta contro il fianco. La sensazione fu così familiare e insieme stranamente nuova - erano anni che Luca non si aggrappava a lei così, non dalla prima elementare quando aveva fatto incubi sul mostro nell'armadio.
"Trentotto e due," annunciò Luisa dopo aver estratto il termometro, accendendo la piccola lampada da comodino per leggere i numeri. La luce arancione rivelò la piega preoccupata tra le sue sopracciglia mentre posava lo strumento sul legno scricchiolante. "Meglio di prima, ma ancora troppo alta." Si sistemò sotto le coperte accanto a lui, facendo attenzione a non invadere troppo spazio, ma Luca si avvicinò comunque, il braccio che casualmente sfiorava il suo mentre si girava sul fianco per guardarla. La febbre gli aveva lasciato gli occhi lucidi e dilatati, le labbra screpolate che si aprirono per parlare.
"Fra un po' mi passerà, vero?" La sua voce era più bassa del solito, quasi infantile, e Luisa sentì una fitta al petto. Gli sistemò una ciocca di capelli bagnati dietro l'orecchio con gesto automatico, le dita che indugiarono un momento sul lobo rosso e caldo. "Certo amore," mentì dolcemente, "tra poco ti scenderà la febbre e starai meglio." Un altro tuono fece tremare i vetri e Luca scivolò ancora più vicino, il ginocchio che ora premeva contro la sua coscia attraverso il tessuto sottile del pigiama.
Si girò lentamente su un fianco, dando le spalle al figlio nella posizione che ormai le era diventata istintiva dopo trent'anni di matrimonio - la guancia sul cuscino fresco, il braccio destro sotto la testa, il sinistro disteso lungo il fianco. Il materasso si adattò al peso dei loro corpi con un gemito familiare, quel suono che per anni aveva scandito le loro notti prima che tutto crollasse. Dietro di sé sentiva il respiro affannoso di Luca, intermittente come se stesse trattenendo qualcosa oltre al dolore fisico. Le lenzuola si mossero e poi la sensazione delle sue dita che sfioravano leggermente la sua schiena, quasi per assicurarsi che fosse ancora lì.
"Prova a dormire," bisbigliò senza voltarsi, ma il suo corpo era improvvisamente iperconsapevole di ogni punto di contatto - il tallone di Luca che sfiorava il suo polpaccio, il calore che emanava anche attraverso le lenzuola, quel profumo di sudore adolescenziale mescolato alla lavanda che ancora riusciva a riconoscere tra mille. Un altro tuono fece tremare la casa e istintivamente arretrò, ma Luca seguì il movimento come un'ombra, il petto che ora premeva contro la sua schiena in un modo che non avrebbe mai potuto ignorare.
"Posso abbracciarti?" La voce di Luca era rotta, ma non dalla febbre. "Ho ancora freddo." Luisa sentì le dita del figlio aprirsi sulla sua scapola come una stella marina, tremanti. "Certo," rispose dopo un battito troppo lungo, la gola improvvisamente secca. Si girò lentamente verso di lui e il materasso ondeggiò, portandoli al centro del letto come un'onda. Le braccia di Luca le si avvitarono intorno alla vita con una forza che non si sarebbe mai aspettata da un ragazzo malato, il naso che le affondò nello spazio tra clavicola e collo con un sospiro che le fece accapponare la pelle.
"Così?" sussurrò Luisa mentre il suo corpo automaticamente si adattava alla sua forma, un ginocchio che si sollevava per accogliere la sua coscia tra le sue. Non erano così vicini da anni, non così - non con il suo respiro che le scaldava il seno attraverso la stoffa sottile, non con le sue dita che si muovevano in cerchi lenti sulla schiena come se stessero contando le vertebre. Il lampo successivo illuminò i suoi occhi socchiusi, le ciglia bagnate che battevano contro la sua pelle.
"Così," confermò Luca con voce rauca, il naso che le sfregava contro il collo mentre si sistemava meglio. La sua fronte era ancora bollente ma il sudore si era asciugato, lasciando solo un odore dolciastro di febbre e quel deodorante che comprava da solo al centro commerciale. Le sue ginocchia le premevano contro l'addome, troppo grandi per il ragazzo che ricordava, troppo adulte per il modo in cui si raggomitolava contro di lei come un bambino. Un tuono più vicino fece tremare la casa e lui si strinse, il bacino che per un istante le premette contro la coscia in un modo che nessuno dei due commentò.
Luisa trattenne il respiro quando sentì le sue dita scivolare più in basso, sfiorarle il fianco attraverso il tessuto sottile del pigiama. "Stai bene?" chiese senza voltarsi, le unghie che affondavano nel palmo delle mani. "Sì," rispose Luca con voce rotta, troppo rotta per essere solo febbre, troppo vicina all'orecchio per essere casuale. Le sue dita tremanti le sfiorarono la curva del sedere, così leggere che avrebbe potuto fingere di non averle sentite, così intenzionali che non poteva ignorarle. Il materasso scricchiolò quando si irrigidì, ma invece di allontanarsi, Luca seguì il movimento come se fossero uniti da un filo invisibile.
Un lampo illuminò la stanza per un secondo troppo lungo, rivelando l'ombra del suo corpo incastrato dietro di lei, le ginocchia piegate che seguivano la forma delle sue, il bacino che si adattava alla curva delle sue natiche con una precisione che non poteva essere casuale. La pioggia sembrò intensificarsi, i goccioloni che battevano contro la finestra come un tamburo frenetico mentre Luisa sentiva il calore di lui attraverso il tessuto, prima solo un'impressione, poi una pressione inequivocabile che le faceva contare i battiti del cuore nella gola. "Luca," sussurrò, ma non finì la frase perché lui le seppellì il viso nel collo con un gemito che poteva essere dolore, potrebbe essere altro, le labbra che le sfioravano la pelle mentre il suo corpo ardeva contro il suo.
