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Erotika
La puttana di mio figlio
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La puttana di mio figlio

incesto mamma figlio

Anna Bolerani
10 mesi fa · 8.298 parole · 37 min
6.7k letture

La puttana del figlio

Il lampadario di cristallo tremò leggermente, riflettendo schegge di luce sulle pareti del salone. Fuori, il fruscio degli ulivi sembrava nascondere tutti i segreti della Sicilia. Maria stringeva tra le dita le chiavi della cantina, che da tempo aveva deciso di mettere in ordine tra le dita, sentendo i bordi metallici scavarle nella pelle. Il figlio entrò avvicinandosi a lei con uno sguardo complice. Ogni volta che il figlio la guardava così, le ginocchia diventavano gelatina. Il suo profumo di sudore e limone le ricordava quando lo allattava vent'anni prima. "Non guardarmi con quegli occhi da lupo affamato, Matteo." La sua voce uscì come un filo di seta, mentre con la mano libera si aggiustava il vestito scollato. I tacchi affondavano nel tappeto persiano, creando piccole orme nella lana rossa. Lui le si avvicinò, il calore del suo corpo che le fece drizzare i peli sulle braccia. Quando le sfiorò l'anca con le nocche, il suo respiro si trasformò in un sibilo. Poi appoggiò il suo ventre alla sua coscia strofinandosi contro, in un abbraccio affettuoso, con il suo cazzo gia duro sotto i pantaloni."Lo senti, mamma? LO senti com'è duro per te." L’odore acre del suo desidero si mescolava al gelsomino che entrava dalle finestre aperte. Maria per un attimo chiuse gli occhi, sentendo le sue dita salire lungo la schiena mentre il bottone di perla alla nuca cedette con un clic sommesso. Nella pausa che seguì, udì solo il ronzio delle mosche contro i vetri e il proprio sangue che martellava nelle tempie.Poi si desto da quel momento di estasi :"Non dire queste cose... sono tua madre." Il sussurro le uscì strozzato mentre le dita di lui sganciavano l’ultimo gancio del reggiseno. Un brivido le percorse la schiena nuda, contrastato dal sudore caldo che le colava tra le scapole. L'odore di limone era ormai sopraffatto dal muschio del suo desiderio, acre e dolce come il vino marcio nelle botti sottostanti."Smettila! Riagganciami i bottoni. Non posso fare quello che mi chiedi, sono tua madre, al massimo, se vuoi... posso aiutarti in altro modo." La proposta le bruciò la lingua, ma lo vide irrigidirsi, gli occhi neri che si strizzavano come quelli di un gatto davanti a una lucertola ferita. "Un pompino?" Ridacchiò, amaro, affondando le dita nei suoi capelli sciolti. "Pensi ancora di controllarmi con le tue piccole ricompense?" La trascinò più vicino, fino a farle sentire il rigonfiamento del jeans contro il suo ventre. "Quello che voglio è sentire quanto sei stretta lì dietro... proprio come fa papa quando fate sesso. "Maria rabbrividì, non solo per l’immagine ma per l’odore di terra bagnata e muschio che emanava dalla botola della cantina alle sue spalle. "Tesoro, non puoi..." La voce le si spezzò quando lui le afferrò i polsi, premendoli contro il muro freddo. "Sono tua madre. Metterlo lì... è peccato. È contro Dio, contro tutto." Lui le prese le mani e la costrinse contro il muro. "Ma con papà lo fai, e ho visto che ti piace." Matteo sussurrò quelle parole contro il suo collo, la lingua calda che seguiva il corso di una vena mentre le mani le sollevavano la maglietta di cotone. Maria chiuse gli occhi, rivivendo l’incubo di quella sera d’agosto quando, ubriaco, il marito l’aveva inchiodata alla stessa parete. E Matteo, allora quattordicenne, aveva spiato dalla fessura della porta. "Lo so che ti eccita quando ti prende così, perché urli forte." I suoi denti le mordicchiarono l’orecchio. "Fallo con me. Sarà più dolce."L’odore di muffa dalla cantina si intensificò, mescolandosi al sudore di lui, acre come l’aceto dei vigneti. Maria sentì il freddo del muro penetrarle la schiena nuda, mentre il calore del figlio le bruciava la pelle. "No, Matteo. È diverso." La voce le tremava, le parole affogate nel suo pianto represso. "Lui è mio marito, con lui posso farlo." Provò a divincolarsi, ma le sue dita le serrarono i fianchi, imprimendole lividi che sapeva non sarebbero scomparsi per giorni."Stanotte ti sei fatta inculare due volte, ti ho sentita quando imploravi papà di romperti il culo." Il suo sussurro era rasposo, veleno distillato goccia a goccia nell'orecchio di lei. "Lo supplicavi, mamma. 'Più forte, spaccami'... urlavi così forte più dei cani abbaiarono nel villaggio." I suoi polpastrelli le scivolarono lungo il cavallo delle mutandine di pizzo, strappando un gemito strozzato a Maria. "Ora voglio rompertelo io. Sentirai quanto sono più grande di lui." Il ruggito del vento oltre le finestre sembrò rispondergli, scuotendo gli ulivi come ossa secche."No, non voglio, dai sii buono... ti faccio un pompino così ti calmi." La proposta le uscì tremula, disperata, le labbra che sfiorarono la fossetta alla base della sua gola. Sentì le sue dita aggrovigliarsi nei suoi capelli, spingendole il viso verso la cerniera dei jeans. Mentre la lampada oscillava sopra di loro, proiettando ombre danzanti, le sue labbra sfiorarono il tessuto ruvido, sentendo il calore pulsante sotto la stoffa."Se stai calmo ti faccio venire in bocca e la ingoio se ti fa piacere." Sussurrò la promessa, sperando di placare la tempesta nei suoi occhi, di ritrovare il bambino che le chiedeva canzoncine prima di dormire. Il ricordo di Matteo a sei anni, con la faccia sporca di cioccolato, le trafisse il petto più della paura. Le sue dita tremanti sganciarono la cerniera, liberando il calore umido, il muschio intenso del suo desiderio che le riempì la gola. Matteo si calmò. "Vedi? Sono tua madre... so come farti stare bene..." La lingua le sfiorò la punta, salata, viva, mentre le sue mani le premevano la testa con forza crescente.Matteo emise un grugnito cavernoso. "Fallo." L'ordine era un filo teso sul baratro. Maria obbedì, chiudendo gli occhi, perdendosi nel rito familiare del sesso orale - il movimento della lingua, la pressione delle labbra, il respiro ansimante di lui che si mescolava al rombo del vento. Per un attimo, il mondo si restrinse a quel calore, a quel sapore acre di precum e cotone sporco. Ma poi le dita di lui le scivolarono lungo la schiena, le sbottonarono la gonna che scivolò via e si inserirono fra la pelle e l'elastico delle mutandine, affondando brusche e possessive tra le sue natiche. Un grido le si strozzò in gola, trasformandosi in un conato mentre la sua punta le premeva contro il palato. Le dita ruvide penetrarono senza preavviso, asciutte, quasi dolorose nella loro intrusione. Maria tentò di divincolarsi, ma la presa di Matteo sui suoi capelli diventò una morsa. "Stai ferma." Lui sospirò, un suono quasi appagato, mentre il dito indice le scivolava più dentro, trovando quell'anello di muscoli tesi. Un brivido elettrico le percorse la schiena, contrastando la ripugnanza. Era un piacere sporco, traditore, che nasceva dai nervi costretti a cedere - la sensazione di essere riempita, posseduta, mentre la sua bocca era ancora impegnata ad accogliere la sua erezione pulsante. Il sale del sudore di lui si mescolò al sapore metallico del suo stesso sangue, dove i denti le avevano morso il labbro."Così... vedi che ti piace?" Matteo gemette, le dita che iniziavano un movimento a pompa, lento, calcolato. Ogni spinta in profondità le strappava un suono involontario, un rantolo soffocato che vibrava attorno al suo cazzo. Il piacere si insinuava come un serpente velenoso, strisciando dal punto d'ingresso fino a farle fremere lo stomaco. La cantina alle sue spalle sembrò emanare un alito gelido, contrastando il calore bruciante che le divampava tra le cosce. Le sue unghie graffiarono il pavimento di legno, cercando un appiglio nel mondo che stava crollando. Il ricordo del marito era un'ombra lontana; ora c'era solo la concretezza brutale di suo figlio che la sodomizzava con le dita mentre lei lo succhiava, la punizione e la ricompensa fuse in un atto perverso. "Dimmi che ti piace, mamma." La sua voce era roca, spezzata dai respiri affannati. "Dimmi quanto sei stretta lì dietro... quanto ti eccita sentirmi dentro mentre mi succhi." Maria sentì la vergogna incendiarle le guance, più bruciante del suo stesso desiderio traditore. Le sue labbra, ancora intorno a lui, formarono un gemito profondo che sembrò una preghiera rovesciata. Era un piacere contorto, fatto di dolore e resa, mentre il dito di lui trovava un ritmo che costringeva il suo corpo a rispondere. Le lacrime le solcarono la polvere sul viso, mescolandosi al sudore e alla saliva."Si... mi piace." La confessione le uscì in un sussurro roco, soffocata dalla carne in bocca. Ogni parola era un chiodo nella bara della sua dignità, ma il corpo mentiva meglio della lingua. I fianchi iniziarono a muoversi da soli, seguendo il ritmo delle sue dita penetranti, cercando più pressione, più profondità. L'odore di terra umida della cantina si mescolò all'aroma pungente del suo orgasmo incombente, un profumo animale che sapeva di resa e dannazione. "Sì... ti piace." Matteo ringhiò soddisfatto, la presa nei suoi capelli diventata quasi tenera, quasi un gesto di possessività affettuosa. Il vento ululò più forte, scuotendo il lampadario fino a far tremare le ombre sulle pareti come spettri danzanti."Vuoi che smetta?" Il dito si fermò bruscamente, lasciandola stranamente vuota, una sospensione agghiacciante. "O devo continuare a tenerlo dentro nel culo?" Le sue parole erano un coltello che la costringeva a guardare l'abisso. Maria scosse la testa, frenetica, la bocca ancora piena, il gemito che diventava una supplica. Il movimento riprese, più veloce, più profondo, e l'orgasmo la colse come un fulmine - un tremito violento che le fece mordere involontariamente la carne tra le labbra, sentendo il sapore metallico del sangue mescolarsi al sapore di lui. Le gambe cedettero, ma le sue mani la sostennero, trasformando la caduta in un inchino di sottomissione. "Continua." disse lei. Le sue dita non erano più solitarie; un secondo dito si unì al primo, allargandola con una pressione che strappò un grido. Maria

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