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La schiava e il conte P. 1
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Racconto35 min di lettura

La schiava e il conte P. 1

Giulia e marco accettano contratto di schiavitù con il conte per 5000 euro al mese e il castello in eredita

Anna Bolerani
8 mesi fa · 1k letture · 0

"Spingi, padrone... fammelo sentire tutto dentro," gemette Giulia con voce strozzata, le parole che le uscivano dalle labbra come un filo di bava lucida. Le dita affondarono più profondamente nel velluto del copriletto mentre il bacino arretrava incontro alla spinta del conte, in un movimento fluido che sembrava dettato da un istinto animale. Il corpo del vecchio si piegò su di lei come un albero malato sotto il vento, le ossa che scricchiolavano mentre spingeva con una forza sorprendente, ogni centimetro che guadagnava dentro di lei segnato da un suono umido e carnale.

Il suono stridulo del cellulare squarciò l'aria carica di sudore e gemiti, un'interruzione così violenta che il conte sussultò, il membro ancora conficcato nel retto di Giulia. Lo squillo persistette, metallico e insistente. Giulia riconobbe la suoneria—Marco.

"Rispondi," sibilò il conte contro la nuca di Giulia, le dita nodose che le serrarono i fianchi con forza rinnovata mentre il telefono continuava a squillare sul comodino. "Digli cosa stai facendo in questo momento." La voce del vecchio era un filo rauco, carica di un'avidità perversa che fece rabbrividire Giulia più del membro ancora conficcato nel suo retto.

Giulia allungò il braccio tremante verso il comodino, le dita che sfiorarono il cellulare mentre l'altra mano si aggrappava al bordo del letto per non crollare sotto le spinte del conte. Il dispositivo le scivolò tra le dita come un pezzo di ghiaccio, bagnato dal sudore delle sue palme, prima che riuscisse a portarlo all'orecchio. "Amore..." sussurrò, la voce che le si spezzò in un gemito quando il conte le affondò dentro con un colpo secco, le anche nodose che le battevano contro le natiche con un ritmo crudele.

"Amore... cosa stai facendo?" Marco sussultò all'altro capo del telefono, la sua voce un misto di preoccupazione e sospetto che tagliò come un coltello attraverso il gemito strozzato di Giulia.

"Amore... sto facendo il mio... dovere di schiava," sussurrò Giulia tra un respiro affannoso e l'altro, le parole che le uscivano a scatti mentre il conte le martellava il retto con colpi precisi che facevano tremare il letto a baldacchino. "Il padrone... mi sta rompendo... il culo." La frase le bruciò in gola più della vergogna stessa, mentre sentiva il telefono scivolarle dalle dita sudaticce sul velluto rosso del copriletto.

Il corpo del conte iniziò a tremare come un albero spazzato dal vento, le vene delle tempie che pulsavano sotto la pelle traslucida mentre un lungo gemito gorgogliante gli usciva dalla gola. Giulia sentì il membro pulsare dentro di lei con ritmi sempre più frenetici, poi un getto caldo che le riempiva il retto in ondate successive, ogni spruzzo accompagnato da un rantolo senile che le faceva rabbrividire la schiena. "Eccolo, il tuo padrone ti riempie per la prima volta," sibilò il conte contro la sua nuca, le dita che le serravano i fianchi con forza quasi ossessiva mentre l'ultima stilla di seme le colava dentro.

Il conte si abbatté su di lei come un albero morente, le ossa fragili che scricchiolavano sotto lo sforzo mentre il suo seme continuava a pompare dentro il retto di Giulia in spasmi irregolari. Il telefono, ancora appoggiato sul velluto del copriletto, trasmetteva ogni singhiozzo, ogni gemito soffocato, ogni schiaffo umido di carne contro carne. Dall'altro capo della linea, Marco rimase immobile, l'orecchio premuto contro lo schermo del cellulare come se quella connessione potesse trasportarlo fisicamente nella stanza, tra quel letto a baldacchino e sua moglie che si contorceva sotto un vecchio.

Lei lo sentì pulsare dentro di sé come un secondo cuore impazzito, ogni getto che le riempiva le viscere mentre un orgasmo inaspettato la travolgeva—un’onda di piacere sporco che le fece contorcere la schiena in un arco perfetto, le unghie che strapparono il velluto del copriletto in brandelli lucidi. poi con la faccia affondata sulle lenzuola accanto al telefono "Padrone... mi sta... riempiendo tutta," gemette con voce rotta, le parole che si confusero con il rantolo senile del conte che le colava sulla nuca come cera calda.

"Trattienilo dentro, padrone... sto venendo anche io!" urlò Giulia con un grido strozzato che le strappò la gola, le dita che affondarono nel velluto del copriletto come artigli mentre l'orgasmo la travolse con la forza di un treno merci. Sentì il seme del conte stillarle dentro in pulsazioni calde e irregolari, ogni spruzzo che le dilatava il retto già martoriato mentre il suo stesso corpo si contraeva intorno a quel membro ancora pulsante.

"Giulia... Giulia... stai bene chiese....arrivo da te!" La voce di Marco esplose dal telefono abbandonato sul velluto rosso, distorta dall'eco della stanza e dalle urla strozzate di Giulia. Le parole rimbalzarono contro le pareti imbottite come pallottole, mentre il conte, ancora infilzato nel retto di Giulia, sollevò il viso grinzoso con un ghigno carnivoro.

"Sto bene, amore... sono venuta anche io," ansimò Giulia tra i singhiozzi, il viso premuto contro il velluto umido del copriletto mentre il telefono le sfiorava la guancia. "Ho goduto tanto... stai tranquillo, è tutto a posto." Le parole le uscirono come un mantra contorto, più sincere di quanto avrebbe voluto ammettere. Il corpo ancora tremava per l'orgasmo che l'aveva spezzata in due, mentre il seme del conte le colava lungo le cosce in rivoli tiepidi.

Marco spinse la pesante porta del castello con uno strattone che fece vibrare le vetrate, il fiatone che gli increspava il petto mentre saliva i gradini due alla volta. Il sole filtrato dalle alte finestre a sesto acuto disegnava strisce oblique sul tavolo da pranzo, dove il conte e Giulia lo attendevano come due statue di cera. Lei indossava un vestito di seta nera così aderente che sembrava verniciato sulla pelle, lo scollo a cuore che lasciava intravedere i lividi violacei sulle clavicole. "Bentornato, schiavo," disse il conte senza alzare lo sguardo dal piatto, sei in perfetto orario, siediti la cameriera sta servendo il primo piatto. In silenzio consumarono il pranzo. Nessun cello a quanto accaduto da parte di nessuno. Alla fine quando la cameriera porto il caffe il conte disse: "Tua moglie ha appreso bene quale sono i suoi dovere di schiava e si è meritata un premio extra che aspettavo te per darle." Prese dalla tasca un pacchetto di banconote da 50 euro e glieli porse.

"Grazie padrone" disse Giulia, spero di essermele meritate.

"Certo che te le sei meritate tesoro, tu meriti molto altro" poi si alzò " io vado a riposare mi sono stancato oggi, e si diresse in camera sua.

"Svegliatemi non prima della 17 disse"

"Certo padrone disse Giulia, vuoi che ti porti il caffe quando ti verro a svegliare?"

"Si tesoro lo gradirò" e si allontanò.

"Vuoi che ti porti il caffe quando verro a svegliarti" disse marco scimmiottando le parole di giulia. "Sei gia diventata la sua puttana."

"era quello che volevi, siamo qua per questo." poi contando i soldi che il conte le aveva messo in mano. " Settecento euro... ed ho pure goduto, che vogliamo di più."

Poi li porse a Marco "Tieni così ti calmi e ti rassegni. Ora puoi comprarti il cellulare nuovo."

"Andiamo in camera," disse Marco con voce strozzata, gli occhi che bruciavano di un possesso rancoroso mentre le dita le serravano il polso come una manetta. "Abbiamo un patto—dopo che ti scopa lui, devo scoparti anch'io. Così torni ad essere mia." Giulia lo seguì senza resistenza, un sorriso ambiguo che le incurvava le labbra mentre pregustava un altro orgasmo—meno intenso, certo, ma pur sempre un piacere.

Marco la spinse sul letto con violenza, le mani che le strapparono via il vestito di seta come carta bagnata. Giulia non oppose resistenza, il corpo ancora umido del sudore del conte e della sua stessa eccitazione. "Vuoi sapere come mi ha fatto godere, vero?" sussurrò con una voce che era metà sfida e metà invito, le dita che si insinuarono tra le cosce di Marco per sentirne l'erezione già rigida.

Marco la guardò con uno sguardo che mescolava disgusto e desiderio, le dita che le affondavano nei fianchi dove le unghie del conte avevano lasciato lividi violacei. "Dimmi tutto," sibilò, la voce un misto di rabbia ed eccitazione che gli faceva tremare le labbra. "Voglio sapere come quel vecchio bastardo ti ha fatto venire."

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Scritto da
Anna Bolerani

autrice racconti erotici a sfondo prevalentemente cuckold

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