"Hai qualche ordine per me, padrone?" chiese Giulia, le parole che le uscivano dalle labbra come un filo di seta tirato troppo stretto. Il conte sorrise, quel sorriso che le ricordava la crepa in un muro antico—qualcosa che sembrava sempre sul punto di crollare. Il bastone d'argento scivolò lungo la sua coscia, freddo come una lama prima del taglio. "Sì, mia cara," sibilò, la voce un raschio di foglie secche. "Voglio che ti spogli davanti a me. Lentamente. Come se fossimo al teatro e il sipario stesse per aprirsi sulla scena più importante."
Le dita di Giulia tremavano mentre si portava alla prima bottone della blusa, il tessuto grezzo che scivolava tra le sue dita come carta vetrata. Ogni bottone che si apriva era un passo più vicino all'abisso, il suono secco del metallo che scattava sembrava echeggiare nella stanza ovattata. Il conte osservava dalla poltrona di velluto, le dita nodose che tamburellavano sul pomello del bastone con il ritmo di un ticchettio d'orologio. Quando la stoffa le scivolò dalle spalle, Giulia percepì l'aria fredda del castello accarezzarle la pelle nuda, facendole rizzare i peli sulle braccia come soldati in formazione.
"Sei bellissima," sussurrò il conte, la voce un filo raschiante che le scivolò lungo la schiena come un coltello smussato. Le sue dita nodose si strinsero attorno al pomello del bastone d'argento, le nocche che diventavano bianche per lo sforzo di contenere l'eccitazione. "Togliti le mutandine. Voglio vedere il tuo culo." L'ordine cadde tra loro come un sasso in uno stagno immobile, le parole che creavano increspature di vergogna e una strana, contorta aspettativa.
"Si, padrone," disse lei, le parole che le uscirono dalla bocca come una preghiera rovesciata. Le dita di Giulia scivolarono lungo l'elastico delle mutandine di cotone, il tessuto che sembrava attaccarsi alla sua pelle come una seconda epidermide. Ogni millimetro di stoffa che scendeva rivelava un pezzo in più di quella carne che non era più sua, ma del conte—e forse, in quel momento, anche di Marco, che da qualche parte della citta contava soldi mentre lei si spogliava per un vecchio. Le mutandine le caddero ai piedi con un fruscio appena percettibile, come foglie morte in autunno.
Giulia si voltò lentamente, il movimento studiato come quello di una ballerina sul palco, sentendo lo sguardo del conte bruciarle la schiena più del sole attraverso le finestre. Con un respiro che le tremava in gola, si piegò in avanti fino a formare un angolo perfetto, le mani che afferrarono le natiche con decisione per separarle. Il suo ano, ancora arrossato dalle violenze della notte precedente, si offrì alla vista del conte come un bersaglio vivo, pulsante—un fiore carnale sbocciato apposta per lui.
Il conte emise un suono che poteva essere un gemito o un rantolo, le vene delle tempie che pulsavano sotto la pelle traslucida mentre si alzava dalla poltrona con uno scatto innaturale. Il bastone d'argento cadde con un tonfo soffice sul tappeto mentre le sue dita, secche come rami d'inverno, afferrarono i fianchi di Giulia con una forza sorprendente. "Perfetta," sibilò, il fiato caldo e acre che le scivolò tra le natiche mentre una lingua ruvida le sfiorò l'ano ancora dolente. Giulia trattenne un guaito, le unghie che si conficcarono nelle proprie cosce mentre quella bocca decrepita le succhiava la carne con voracità da vampiro.
La lingua del conte raspava contro la sua carne con una precisione chirurgica, alternando colpi rapidi a lunghi sfioramenti che facevano contorcere Giulia tra disgusto e un piacere traditore. Poi sentì il suono di una cerniera che si apriva, il fruscio di stoffa che cadeva a terra, e un sibilo d'aria quando il vecchio si liberò dei pantaloni. Giulia sbirciò tra le proprie gambe e il respiro le si strozzò in gola—eretto tra le cosce magre del conte, un membro che sembrava appartenere a un uomo di trent'anni, gonfio di vene violacee e con una curvatura innaturale che prometteva dolore e piacere. La dimensione era sproporzionata rispetto al corpo decrepito, quasi un'appendice mostruosa trapiantata da un altro corpo.
"Girati," sibilò il conte con voce strozzata, le dita che si conficcarono nei fianchi di Giulia come artigli. "Voglio sentire quella bocca da puttana che mi succhia come se avessi vent'anni." Giulia obbedì con un movimento fluido, le ginocchia che affondarono nel tappeto rosso mentre le mani tremanti si posavano sulle cosce magre del vecchio.
Giulia non ebbe tempo per pensare—le dita nodose le afferrarono i capelli con forza brutale, spingendola verso quel membro che pulsava sotto le sue narici. L'odore acre le riempì le narici, un mix di sudore antico e polvere d'ambra che le ricordò gli armadi della nonna. La prima leccata fu un atto meccanico, la lingua che sfiorò la punta violacea con la cautela di chi tocca un ferro rovente. Poi il conte emise un suono gutturale e le scosse il capo come un fantino, costringendola ad ingoiare tutta la lunghezza in un solo colpo. Giulia sentì la gola straziarsi mentre la curvatura innaturale del pene le raschiava il palato, le lacrime che le rigavano il viso prima ancora di rendersene conto.
Giulia aveva sempre pensato che succhiare fosse un dovere coniugale, un atto meccanico da compiere con le palpebre abbassate e la mente altrove. Marco era piccolo, modesto, e lei aveva imparato a gestirlo con la tecnica precisa di chi maneggia un oggetto familiare. Ma quel cazzo del conte—enorme, pulsante, con vene che sembravano corde sotto la pelle—le stravolgeva ogni precedente conoscenza. La lingua le scivolava lungo la curvatura innaturale, scoprendo un piacere perverso nel sentirla vibrare contro quelle vene gonfie, mentre la gola si allargava a fatica per accogliere quell’intruso.
Il conte emise un rantolo che sembrò venire dalle profondità di una tomba, le dita che si conficcarono nei capelli di Giulia con rinnovata violenza. "Più forte,tesoro," sibilò, il bacino che iniziò a spingere in avanti con movimenti sussultori. Giulia sentì la gola chiudersi mentre il membro le sfondava l'ugola, le lacrime che le bruciavano gli occhi mentre il riflesso del vomito le serrava lo stomaco. Un sapore metallico le riempì la bocca—sangue, probabilmente dalla gola lacerata.
Il conte tirò indietro i fianchi con uno strappo violento, liberando la bocca di Giulia con un suono umido che le fece rabbrividire. Le dita le rimasero attorcigliate nei capelli mentre la costringeva a guardare in alto, verso il suo viso contratto dall'eccitazione. "In piedi," ordinò, la voce un sibilo roco. "Voglio vederti camminare fino al letto. Oscena come una troia ."
Giulia obbedì con movimenti fluidi, il corpo che sembrava muoversi da solo sotto lo sguardo divorante del conte. Si avvicinò al letto a baldacchino, le dita che affondarono nel velluto rosso del copriletto mentre si posizionava sulle ginocchia al bordo del materasso. Sentì la stoffa fresca contro le sue cosce nude, un contrasto stridente con il bruciore che ancora le pulsava tra le gambe dopo le violenze della notte precedente.
"Mettiti a quattro zampe e apri le cosce. Fammi vedere il buco del culo," ordinò il conte con voce strozzata, le dita che già si tendevano nell'aria come artigli pronti a ghermire. Giulia obbedì con un movimento fluido che nascondeva il tremore interno, le ginocchia che affondarono nel velluto del letto mentre le mani si posizionavano davanti a lei, le braccia tese a sostenere il peso del corpo. Sentì l'aria fredda della stanza accarezzarle le parti più intime mentre separava lentamente le cosce, offrendo allo sguardo del vecchio lo spettacolo completo della sua sottomissione.
La lingua del conte tornò a scivolare tra le sue cosce con una lentezza agonizzante, ogni scivolata umida che sembrava tracciare percorsi di fuoco sulla sua pelle già sensibile. Giulia sentì le dita del vecchio aprirle le natiche con una precisione chirurgica, l'aria fredda che le accarezzò l'ano ancora arrossato mentre un gemito le sfuggì dalle labbra serrate. "Dimmi che lo vuoi," sibilò il conte, la voce un filo roca che le scivolò lungo la schiena come un coltello smussato. "Dimmi che vuoi il cazzo del tuo padrone nel culo."
Il respiro di Giulia si fece affannoso mentre le dita del conte le divaricavano le natiche con una pressione quasi dolorosa. Sentiva il calore umido del suo alito sull'ano ancora irritato, quella lingua ruvida che già ne pregustava l'accesso. "Dimmi che lo vuoi," ripeté il vecchio, e questa volta la punta del bastone d'argento le sfiorò la coscia interna, fredda e minacciosa.
"Si, padrone," ansimò Giulia con voce roca, le labbra che tremavano mentre il desiderio e la vergogna si mescolavano in una strana ebbrezza. "Mettimelo nel culo... fammi tua." Le parole le uscirono come una litania, più sincere di quanto avesse immaginato. Non era solo sottomissione—era un bisogno viscerale di sentirsi posseduta, marchiata, trasformata in qualcosa di diverso dalla moglie perbene che era stata fino al giorno prima.
La punta del cazzo del conte sfiorò l'ano di Giulia con una precisione crudele, quel rigonfiamento violaceo che sembrava pulsare di vita propria contro la sua carne arrossata. Quando la pressione aumentò, Giulia affondò le dita nel velluto del copriletto, le unghie che strapparono il tessuto pregiato mentre un gemito le sfuggì dalle labbra serrate. Non era dolore, non proprio—era una sensazione lacerante di pienezza che le faceva contorcere la schiena in un arco perfetto, come se il suo corpo cercasse di accogliere quell'intruso mostruoso scivolando via da esso e attirandolo dentro allo stesso tempo.
Giulia aveva voglia di averlo tutto dentro, quella pulsione improvvisa che le faceva contrarre i muscoli intorno al membro del conte come un guanto di velluto stretto. Un bisogno primitivo, più forte della razionalità, che la spingeva ad arretrare con i fianchi mentre lui spingeva in avanti, creando un movimento a pistone che strappò a entrambi un gemito strozzato. Le dita del vecchio le affondarono nei fianchi come artigli, le unghie giallastre che le lasciarono lividi a forma di mezzaluna mentre la curvatura innaturale del suo pene raschiava un punto segreto dentro di lei, facendole vedere stelle bianche dietro le palpebre chiuse.
