Il telefono squillò alle 7:23, un suono metallico che squarciò l'aria stagnante della camera. Giulia lo afferrò prima che potesse svegliare Marco, le dita che tremavano sul vetro freddo dello schermo. Un numero sconosciuto. "Pronto?" sussurrò, la voce ancora roca dal sonno e dal pianto soffocato nella notte.
"Buongiorno, signora Lombardi, ho ricevuto il messaggio di suo marito e sono contento che abbiate deciso di accettare la mia proposta" Era lui, il conte. Le dita le si strinsero attorno al telefono mentre un brivido le correva lungo la schiena. "Alle undici verrà una macchina a prendervi. Portate solo ciò che vi sta più a cuore. Il resto verrà fornito." La chiamata si interruppe senza un arrivederci, lasciando Giulia a fissare lo schermo nero, le labbra ancora socchiuse in una domanda mai formulata.
Giulia sveglio il marito e l'avviso della telefonata. I due si prepararono in attesa che arrivasse l'auto a prenderli. Inconsciamente Giulia indosso un intimo sexy sperando di fare una buona impressione al conte.
La macchina nera e lucida si fermò davanti al loro palazzo. Giulia contò i gradini mentre scendeva, ogni scalino un distacco dal mondo che conosceva. Marco stringeva la loro valigia come uno scudo. L'autista, un uomo alto con occhi che non sorridevano, aprì la portiera senza una parola. L'interno odorava di pelle nuova e un qualcosa di antico.
La macchina scivolò lungo i viali alberati come un coltello nel burro, le ruote che frusciavano sulla ghiaia perfetta del viale privato. Giulia fissò le proprie mani intrecciate in grembo, le nocche bianche che spiccavano contro il tessuto grezzo della gonna, l'unico indumento decente che possedeva ancora. Attraverso il finestrino, il castello si ergeva all'improvviso—un mostro di pietra grigia con torri che parevano artigli pronti a ghermirli. Marco deglutì forte accanto a lei, con un suono secco .
Il cancello si aprì con un cigolio che sembrò durare un secolo. Giulia sentì le unghie affondarsi nel palmo mentre la macchina avanzava lungo il vialetto lastricato, ogni metro che li avvicinava all'imponente portone del castello le serrava un po' più la gola. L'autista scese senza una parola, aprendo la portiera con un gesto meccanico.
Giulia fissò i torrioni del castello che svettavano contro il cielo plumbeo, e per un attimo li vide già suoi—le loro lenzuola stese ad asciugare dalle finestre, i loro mobili nella sala d'armi, i loro figli (se mai ne avessero avuti) che correvano lungo quei corridoi di marmo. Un futuro intero si dispiegò nella sua mente come un arazzo prezioso: lei seduta al posto del conte nell'alcova, Marco che firmava documenti con l'inchiostro nero degli affari conclusi. E tutto questo, pensò stringendo le mani a pugno, in cambio di qualche ora di disagio ogni settimana. Quel vecchio puzzava già di morte—bastava guardargli le unghie giallastre e il tremolio delle palpebre per capire che il suo cuore batteva a prestito.
Giulia calcolò mentalmente i battiti del vecchio mentre attraversavano il salone d'ingresso, il suo passo incerto che sembrava sincronizzarsi con il ticchettio di un orologio a muro. Se lo faccio venire due volte al giorno invece che una, pensò osservando le vene bluastre che serpeggiavano sulle mani nodose del conte, quanto ci metterà quel cuore a cedere? Le labbra le si inumidirono senza volerlo, non di desiderio ma di un calcolo crudele che le serpeggiava sotto la pelle come mercurio.
Giulia strinse le labbra mentre attraversavano l'atrio a mosaico, sentendo il peso dello sguardo del conte scivolarle lungo la schiena come un ragno. Quel pensiero—quel piccolo, velenoso calcolo—le pulsava nelle tempie più del battito accelerato. Marco camminava accanto a lei, rigido come un soldato, ma era chiaro che vedeva solo il castello, i soldi, la salvezza. Non vedeva le occhiaie violacee del conte, il modo in cui la mano gli tremava nell'appoggiarsi al bastone, il respiro corto dopo pochi scalini.
Giulia incrociò le gambe sotto la gonna, sentendo la stoffa ruvida dello sgabello pizzicare la pelle nuda delle cosce. La stanza da pranzo dove conte li attendeva odorava di cera d'api.
Il conte sorrise con un ghigno che scoprì denti gialli come avorio antico. "Nella vostra stanza, quella in fondo al corridoio accanto alla mia," disse a Giulia, il bastone d'argento puntato verso l'oscurità del vestibolo, "Ho fatto preparare dei vestiti adeguati. Alla sua misura... e al suo ruolo in questa casa. Seguitemi"
Giulia e Marco seguirono il conte lungo il corridoio, e quando la porta si aprì, il respiro le si fermò in gola. Non era la stanza tetra che si aspettava, ma un ambiente luminoso dai toni crema e oro, con grandi finestre che lasciavano entrare il sole. I mobili erano minimalisti, linee pulite e metalli lucidi, un contrasto stridente con le antiche mura del castello. "Mi piace..." mormorò senza volerlo, le dita che sfiorarono il marmo fresco del comodino.
Il conte estrasse dalla tasca interna della giacca una busta gialla. "Cinque mila euro, come pattuito," disse porgendo la busta a Marco, "Prenda la macchina, si faccia consegnare le chiavi e si faccia spiegare il funzionamento da Pasquale, il mio autista che oggi va in pensione. Vada in banca a saldare il suo debito, così avrà la mente libera da pensieri."
Marco afferrò la busta con le dita che tremavano leggermente, il peso del denaro più consistente di quanto si aspettasse. Il conte osservò il modo in cui le sue nocche si sbiancarono stringendo alla busta, come se stesse trattenendo non solo soldi ma la propria dignità in forma tangibile. "Torni per l'ora di il pranzo ," aggiunse il vecchio, e la frase suonò come un ordine più che un consiglio. "io intanto mostro a sua moglie il resto della casa."
"Le piace la sua stanza?" chiese il conte, le dita nodose che accarezzavano il pomello d'argento del bastone mentre osservava Giulia scrutare ogni dettaglio.
"È molto bella," rispose lei, la voce che echeggiò lieve tra le pareti imbottite di seta color avorio. Poi lo vide—il vestito disteso sul letto come una seconda pelle abbandonata. Di un rosso così profondo da sembrare tagliato nel velluto di un teatro dell'opera, con scollature che promettevano più di quanto coprissero. Le maniche lunghe terminavano in merletti neri che ricordavano catene stilizzate.
"Questo vestito lo indosserà stasera a cena," disse il conte, il bastone che indicava l'abito come una bacchetta magica pronta a trasformarla. Giulia sentì le labbra seccarsi mentre osservava quello straccio di stoffa che sembrava disegnato per essere strappato via. Le scollature laterali lasciavano intravedere cuciture sottili, studiate per cedere al primo strappo deciso. Senza reggiseno, ovviamente—lo capì dall'arco perfetto della parte superiore, modellato per seni nudi. Il rosso non era un colore, era una dichiarazione.
"Vuole vedere la mia stanza?" chiese il conte, il sorriso che gli increspò le labbre come un lenzuolo tirato su un cadavere. Giulia annuì senza fiato, sentendo il peso di quello sguardo che le scorreva addosso più penetrante di qualsiasi dito. Il vecchio si voltò con un cigolio di giunture malate, il bastone d'argento che batteva sul parquet come un metronomo segnando il tempo che le rimaneva da libera.
Il conte spalancò la porta con un gesto teatrale, rivelando una stanza tappezzata di un rosso così profondo che sembrava pulsare sotto la luce dei candelabri. Le pareti erano ricoperte di velluto, lo stesso tessuto che avvolgeva il letto a baldacchino—un monumento barocco di legno scolpito e drappi che ricadevano come sipari di un palcoscenico privato. Giulia sentì l'odore di sandalo e qualcosa di più acre, muschiato, che le ricordò le pagine ingiallite di un libro antico trovato in un baule.
"Posso darle del tu, mia cara?" chiese il conte con una galanteria che sapeva di vecchia aristocrazia decaduta, le labbra umide che si incurvarono in un sorriso mentre il bastone d'argento tracciava un cerchio nell'aria tra loro. Le dita nodose di lui si posarono sul polso di Giulia con una leggerezza che contrastava con l'avidità del suo sguardo. "Dopotutto," aggiunse, la voce un sussurro raschiante come cartapecora, "tra noi non ci sarà più bisogno di formalità presto."
"Si certo... lei è il mio padrone ormai. Può darmi del tu e ordinarmi ciò che vuole... o mi sbaglio?" Giulia sentì le parole uscire a fatica dalle labbra, mentre le mani le si stringevano attorno alle pieghe della gonna, le nocche bianche che spiccavano contro il tessuto rosso sangue. Il conte emise un suono gutturale, quasi un ringhio soddisfatto, prima di afferrare il suo mento tra pollice e indice, costringendola a guardarlo negli occhi acquosi.
"Ti dispiace essere la mia schiava?" sussurrò il conte con voce roca, le dita nodose che le sfioravano la clavicola come un ragno esplorante. Giulia trattenne il respiro mentre quelle unghie giallastre le scendevano lungo lo sterno, graffiando appena la pelle attraverso il tessuto della blusa. "Dimmi la verità, bambina. Voglio sentirti ammetterlo con quelle labbra carnose."
"No, non mi dispiace," sussurrò Giulia con voce roca, le labbra che tremavano come foglie d'autunno mentre il respiro del conte le sfiorava il collo. "Sono stanca della vita di stenti che ho condotto fino ad ora E so che lei mi regalerai una vita da signora." La frase le uscì di bocca con una dolcezza strana, come se fosse una formula magica che poteva trasformare la vergogna in potere.
"Anche se sei la mia schiava puoi darmi del tu, lo pretendo, pero quando siamo da soli mi dovrai chiamare padrone mi fa eccitare di più" Sibilò il conte, le labbra raggrinzite che si avvicinarono all'orecchio di Giulia mentre una mano le serrava la vita con possesso. "E pretendo che tu mi guardi negli occhi quando parli, come si fa tra amanti." Le dita gli tremavano leggermente, non per emozione ma per quella debolezza congenita che traspariva da ogni suo gesto, come se il corpo gli cedesse sotto il peso degli anni. Giulia obbedì, sollevando lo sguardo verso quegli occhi opachi che riflettevano la sua immagine deformata, come in uno specchio appannato.
