Mario cambiò angolazione all'improvviso, il membro che le sfiorava quella parete interna sensibile. Gloria urlò, le unghie che strappavano il raso del letto. "Eccola... la mia troietta sta per sborrare col cazzo in culo," ringhiò lui affondando le dita nella sua figa bagnata. Il doppio stimolo fu troppo. Gloria si irrigidì con un gemito strozzato, il corpo che si arcò violentemente mentre l'orgasmo la travolgeva in onde elettriche. "Dentro... sì Mario, sborrami dentro adesso!" supplicò tra i singhiozzi, sentendolo pulsare dentro di sé.
Lui la trattiene ferma per i fianchi, i muscoli della schiena che si tendevano come corde di violino mentre raggiungeva la sua vetta. Gloria sentì quel membro enorme contrarsi dentro di sé, poi il getto caldo che la riempiva in profondità mentre lui ruggiva contro la sua schiena. "Cazzo... prendi tutto..." ansimò Mario spingendo ancora più dentro, come volesse marchiarla internamente. Gloria lo sentì ancora pulsare dentro il suo passaggio stretto mentre le onde del suo orgasmo si placavano lentamente.
Il liquido caldo che le colava dentro creava una strana intimità post-coitale. Mario rimase immobile sopra di lei per un lungo momento, il respiro affannoso contro la sua schiena sudata, prima di ritirarsi con un gemito roco. Gloria sentì immediatamente la perdita, quel vuoto improvviso seguito dal fluido che le colava lungo le cosce tremanti. Si girò a fatica, il corpo esausto ma ancora elettrico, e vide Mario in piedi accanto al letto che si puliva con un fazzoletto di seta, gli occhi scuri che la divoravano ancora.
"Sei favolosa," disse lui con voce più morbida del solito, il tono quasi sorpreso della propria ammissione. Le dita gli tremarono leggermente mentre si abbottonava la camicia, un dettaglio che Gloria notò con un piacere perverso. "Spero di rivederti presto..." aggiunse raccogliendo la giacca dal pavimento, ma lasciando la frase sospesa in un modo insolito per un uomo che fino a pochi minuti prima impartiva ordini.
Gloria rimase semisdraiata sul letto di raso nero, le gambe ancora aperte e lucide dei loro fluidi mescolati. Osservò Mario che si ricomponeva con movimenti meno sicuri del solito, la cerniera dei pantaloni che sembrava quasi un'ammissione di vulnerabilità. "Deciderai tu quando," continuò lui fissandola con uno sguardo che non aveva più nulla di predatorio, "io aspetterò un tuo cenno per essere nuovamente tuo." Le parole gli uscirono con una strana solennità, come se stesse firmando un patto diverso da quello iniziale.
L'ascensore che la riportava al suo piano le sembrò una capsula temporale. Il profumo di Mario ancora sulla sua pelle si scontrava con l'odore del sapone economico con cui si era lavata freneticamente nel bagno delle donne in ufficio. Le cosce le bruciavano ancora, il segno dei morsi sulla spalla pulsava sotto la camicetta a fiori che aveva indossato quella mattina pensando a tutt'altro. In tasca, le cambiali stracciate e la liberatoria della banca pesavano come pietre. "È finita," si disse mentre usciva nel pomeriggio afoso, "ma cos'è che è veramente finito?" Penso tutto il pomeriggio a quello che avrebbe raccontato a Maurizio.
La porta di casa si aprì prima ancora che riuscisse a inserire la chiave. Maurizio era lì, la faccia scavata dall'ansia, le mani che le afferrarono i polsi con forza quasi dolorosa. "Ti ha fatto male?" chiese subito, gli occhi che le scorrevano sul collo dove Mario le aveva lasciato il marchio più evidente. Gloria abbassò lo sguardo, un gesto che interpretò come vergogna anziché il bisogno di nascondere l'emozione che le attraversava ancora il corpo. "È andata... male," sussurrò lasciandosi cadere contro di lui, "ma abbiamo questo." Tirò fuori i documenti con mano tremante, osservando il sollievo trasformarsi in orrore sul volto del marito mentre leggeva.
"Mi ha violentata dopo la firma," mentì Gloria con voce rotta, inventando dettagli che corrispondevano ai segni sul suo corpo. "Ho cercato di respingerlo ma era più forte... più grosso." La descrizione involontariamente accurata di Mario le fece contrarre le cosce. Maurizio la strinse al petto, le lacrime che le bagnavano i capelli mentre lei raccontava di essere stata costretta a fare cose che mai avrebbe voluto. Ogni bugia era una frustata che però, stranamente, la eccitava di nuovo. "Non importa ora," singhiozzò lui, "è finita."
Maurizio la guidò in bagno con premura eccessiva, preparandole la vasca con acqua troppo calda come per scottare via la colpa. "Lavati tutto," le suggerì con voce strozzata mentre lei lasciava cadere la camicetta, rivelando i segni violacei che Mario le aveva lasciato come firma sul corpo. Quando le mani tremanti di Maurizio sfiorarono quei segni, Gloria trattenne un gemito. "Fa ancora male?" chiese lui ritirando la mano come se l'avesse bruciata. "Solo un po'," mentì di nuovo, abbassandosi nell'acqua che non riusciva a lavare via la verità: che quei segni erano trofei, non ferite.
In camera da letto, mentre Maurizio frugava freneticamente nella credenza per trovarle una camicia da notte pulita, Gloria osservò i documenti sparsi sul comodino. Le cambiali stracciate sembravano una parodia della loro vita passata, mentre la liberatoria della banca luccicava sotto la lampada come un biglietto d'ingresso per il suo nuovo gioco. "Domani andrò in banca per verificare," annunciò Maurizio voltandosi con un'espressione che voleva essere rassicurante ma che tradisceva la sua incredulità. Gloria annuì, lasciandosi cadere sul letto con un sospiro studiato. "Finalmente liberi," sussurrò, mentre dentro di sé completava la frase: "Io più di te."
Quando Maurizio si distese accanto a lei, rigido come un manichino, Gloria chiuse gli occhi fingendo stanchezza. Il corpo le pulsava ancora dei morsi di Mario, ogni segno una mappa segreta che solo lei sapeva decifrare. "Domani sarà tutto diverso," promise Maurizio sfiorandole la spalla con pudore, evitando accuratamente i lividi a forma di labbra. Gloria lo sentì irrigidirsi quando il suo respiro si fece più profondo, credendola addormentata. Aprì un occhio appena per vedere le sue spalle curve che tremavano nel buio, i pugni stretti sul lenzuolo.
La mattina dopo, mentre preparava il caffè con movimenti da sonnambula, Gloria osservò Maurizio che esaminava per la decima volta i documenti della banca. "È tutto in ordine," disse lui con voce piatta, piegando i fogli con precisione maniacale come per cancellare le pieghe del piacere che quei fogli rappresentavano per lei. "Non dobbiamo più preoccuparci." Gloria annuì, versando il latte con una lentezza studiata. "E lui... Farina...?" chiese Maurizio senza alzare lo sguardo, le nocche bianche sul bordo del tavolo. "Ha ciò che voleva," rispose lei fissando la finestra, sentendosi bagnare al ricordo delle mani di Mario che le sollevavano le cosce come fossero state ali. "Non ci cercherà più." Bugie così perfette che quasi ci credette lei stessa.
Alle 12:57, Gloria aprì il cassetto della scrivania e tirò fuori il cellulare prepagato che aveva comprato il giorno prima, il sudore che le appannava le dita sullo schermo. Digitò il messaggio con deliberata volgarità, ogni parola un coltello che tagliava l'ultimo filo della sua vecchia vita: "Alle 13,30 sarò nel vicolo dietro l'officina, la tua troia ha voglia del tuo cazzo....."
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autrice racconti erotici a sfondo prevalentemente cuckold
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