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Nel bagno del cimena
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Racconto13 min di lettura

Nel bagno del cimena

Mario Perde la verginità nel bagno del cinema

Anna Bolerani
10 mesi fa · 1.1k letture · 0

Il corridoio era buio e puzzava di disinfettante rancido, ma quando spingemmo la porta del bagno degli uomini, l'odore si trasformò in qualcosa di più denso, metallico, come il sudore asciugato e ricominciato mille volte. "Qui nessuno ci disturba," sussurrò, mentre il lucchetto della cabina scattava con un click che mi fece trasalire. La luce al neon tremolava sopra di noi, rendendo i suoi lineamenti ancora più spigolosi, quasi demoniaci. "Girati," ordinò, e io obbedii, le mani che si appoggiavano al vetro sporco dello specchio mentre sentivo il suo respiro diventare affannoso dietro di me.

Abbassò i miei pantaloni con una rapidità che mi lasciò senza fiato. Il tessuto si bloccò alle ginocchia, intrappolandomi in una posizione sgraziata mentre la sua mano si posava sulle mie natiche nude e sudate. "Che bel culo," sussurrò, massaggiandomi con una lentezza che mi fece venire i brividi. Sentii il suo cazzo enorme premere contro di me, ancora più impressionante di quanto sembrasse sotto quei pantaloni larghi. "Sei mai stato preso così?" chiese, mentre le sue dita mi separavano con una delicatezza che contrastava con la voce roca. La mia risposta fu un gemito strozzato quando sentii la punta del suo lubrificante freddo tra le mie pieghe.

"No, non mentire," continuò, spingendosi dentro senza aspettare una risposta. Il dolore fu acuto, bruciante, ma già dopo pochi istanti si trasformò in qualcosa di più profondo, quasi ipnotico. Le sue mani mi afferrarono i fianchi con una forza che avrebbe lasciato lividi, guidandomi in un ritmo primitivo che sembrava sincronizzato con i gemiti amplificati della sala. "Guarda," mi ordinò, costringendomi a sollevare lo sguardo verso lo specchio appannato. Nella penombra tremolante, vidi il mio viso distorto dal piacere, la bocca aperta in un'espressione che non avevo mai visto prima. "Vedi com'è bello?" sibilò, accelerando i colpi mentre il suo ventre sudato schiacciava contro le mie natiche. "Finalmente capisci cosa ti sei perso tutti questi anni."

Il mio riflesso annuì, incapace di formulare parole mentre quel corpo massiccio mi possedeva con una ferocia che mi faceva sentire vivo per la prima volta in quarant'anni. Ogni spinta sembrava scardinare qualcosa dentro di me, ogni gemito dell'uomo alle mie spalle si fondeva con quelli provenienti dallo schermo, creando un coro perverso che risuonava nelle mie ossa. Sentii le sue unghie scavarmi nella carne, i denti affondarmi nella spalla mentre il suo respiro diventava sempre più affannoso. "Adesso vieni," ringhiò, e una mano callosa mi afferrò il cazzo, strizzandolo con una brutalità che mi fece esplodere contro lo specchio in lunghi fili bianchi.

Il mio corpo si contorse tra le sue braccia mentre le ultime contrazioni mi attraversavano come scosse elettriche, ma lui non rallentò. Al contrario, i suoi fianchi presero a sbattere con ancora più violenza contro di me, ogni colpo che mi sollevava sulla punta dei piedi, facendomi sentire quel cazzo enorme raspare in profondità. "Sì, così," ansimai senza volerlo, le dita che graffiavano il muro bagnato di sudore mentre una nuova erezione, impossibile, iniziava già a formarsi.

Il dolore iniziale si era trasformato in qualcosa di più profondo, una sensazione di pienezza che mi faceva sentire spezzato e ricomposto ad ogni spinta. Sentivo ogni singolo centimetro di lui scivolare dentro di me, la peluria ruvida del suo pube che mi sfiorava le natiche, il suo respiro affannoso che mi scaldava la nuca. "Ti piace, eh? Sentirti riempire come una puttana," ringhiò, afferrandomi i capelli e tirandomi indietro la testa fino a sentire le vertebre scricchiolare. Non potevo negarlo - ogni cellula del mio corpo urlava di sì.

Quando iniziò a muoversi con ritmo regolare, qualcosa dentro di me cedette. Un'ondata di piacere così intensa che mi fece vedere stelle, come se quel cazzo enorme avesse trovato un punto segreto che neppure sapevo di avere. Gemetti, una voce roca che non riconoscevo come mia, mentre le sue mani mi scolpivano i fianchi con una ferocia che avrebbe lasciato lividi a forma di impronte digitali. "Ecco, così," sibilò, accelerando mentre i suoi testicoli sbattevano contro di me con un rumore umido che si mischiava ai gemiti provenienti dalla sala.

Ogni spinta mi faceva oscillare contro lo specchio appannato, il vetro freddo che si mescolava al sudore caldo del mio petto. Ad un tratto, sentii le sue dita stringermi la gola con giusta pressione - abbastanza da farmi vedere lampi bianchi ai margini della vista, non abbastanza da soffocarmi davvero. Fu quella combinazione di controllo e crudeltà che mi fece esplodere una seconda volta, senza nemmeno toccarmi, uno schizzo di sperma che macchiò la parete davanti a me come un graffio bianco nell'oscurità.

Lui reagì come se quel tremore del mio corpo fosse stato un segnale. Le sue braccia si irrigidirono intorno a me come cerchi di ferro, i muscoli della schiena che si contraevano in rilievi duri sotto le mie dita artigliate. Un suono gutturale gli uscì dalla gola, qualcosa tra un ringhio e una preghiera, mentre il suo cazzo pulsava dentro di me come un secondo cuore. Lo sentii gonfiarsi ancora di più nell'attimo prima dell'orgasmo, quell'istante di perfetta consapevolezza in cui percepii ogni vena, ogni lieve asperità della sua pelle contro le mie pareti interne.

Poi esplose. Fiumi di sborra calda che mi inondavano con una pressione che sembrava non finire mai, ogni scossa del suo bacino che spingeva il fluido più in profondità. "Dentro... tutto dentro..." ansimava contro la mia nuca, i denti affondati nella mia spalla mentre il suo corpo continuava a scaricare ondate di seme come se volesse svuotarsi completamente. Lo sentivo scorrere, caldo e denso, lungo le mie cosce, una sensazione così visceralmente umida che mi fece tremare a mia volta.

Il suo respiro si fece roco, quasi animale, mentre le ultime gocce sgorgavano lentamente. Rimase immobile per un eterno istante, ancora infilzato in me fino all'ultimo centimetro, il ventre che pulsava contro le mie naticche. Poi, con un sospiro che sembrava venire dal profondo del petto, si ritrasse con una lentezza quasi cerimoniale, facendomi sentire ogni anello muscolare che si richiudeva a fatica dietro di lui. Una stilla di sperma mi colò lungo la coscia, tiepida e compromettente.

"Pulisciti," disse poi, fissandomi nello specchio con occhi che ormai conoscevano ogni mia vergogna. La sua voce non ammetteva repliche. Le sue dita, ancora appiccicose, mi porsero un fazzoletto di carta sgualcito, macchiato di rosso labbra da chissà quale precedente incontro. Lo presi con mani che tremavano più del necessario, le ginocchia che ancora faticavano a reggermi. Il gesto fu meticoloso, quasi rituale: ogni striscia bianca cancellata dalla pelle, ogni traccia fisica eliminata. Eppure sapevo già che certe macchie non si lavano via con un tovagliolo di fortuna.

Aprii la porta del bagno con la cautela di un ladro, il cigolio delle cerniere che sembrava un urlo nel silenzio improvviso. Fuori, il corridoio era deserto, illuminato solo dalla luce intermittente di un neon morente. I gemiti del film ormai si erano trasformati in sussurri indistinti, la colonna sonora che ondeggiava tra il jazz e il respiro affannoso di qualcuno che non ero più io. Feci un passo, poi un altro, le suole delle scarpe che si attaccavano al pavimento unto come se il mondo non volesse lasciarmi andare.

Mi pulii lentamente con il fazzoletto rosso di labbra, le dita che inseguivano rivoli di sudore e altro lungo l’interno coscia. Ogni passata era un tentativo di cancellare non solo il suo seme, ma anche l’impronta delle sue dita, il ricordo della sua voce roca che diceva "guarda come ti sei sporcato". Il tessuto si strappò tra le mie dita, lasciando dietro di sé brandelli di carta macchiati come prove di un crimine mai commesso davvero.

Aprii la porta del bagno con un colpo di spalla, troppo debole per farlo con eleganza. Il corridoio era una gola nera, inghiottita dal silenzio. Qualche metro più in là, la luce intermittente della sala proiettava ombre danzanti di persone che non esistevano più—o forse non erano mai esistite. Feci un passo, poi un altro, il mio riflesso nello specchio appannato che si dissolveva come nebbia al sole.

Fuori, la città aveva cambiato pelle. Milano era diventata un set cinematografico abbandonato, le strade vuote e le vetrine animate solo dal tremolio dei neon. Camminavo avvolto in una cappa di umidità che sembrava seguirmi, attaccarsi alla pelle come la patina di sudore asciugato male. Ogni passo risuonava troppo forte, l'eco che rimbalzava tra i muri sordi dei palazzi, come se fossi l'ultimo uomo rimasto in un mondo che aveva dimenticato di spegnere le luci.

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Scritto da
Anna Bolerani

autrice racconti erotici a sfondo prevalentemente cuckold

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