«Ti fa male?»
«No» disse ancora con un gemito e mi venne davvero il sospetto che le piacesse più del dovuto.
«Vuoi che ti metto altra crema o pensi che può bastare?» Per quanto ne sapeva lei le avevo già spalmato due dosi di crema, quindi, abbastanza.
«Mettine un altro po'» la sua risposta combaciò con la fuoriuscita di altro sperma.
Tolsi il dito e finsi di spremere crema, la mia intenzione era di servirmi della sborra di mio padre, ancora, invece decisi di infilarle il dito così com'era, quasi privo di lubrificazione.
Sentii la costrizione da subito. Probabilmente la dose di crema era stata subito assorbita o forse era colpa dello sperma? Non mi importava, spinsi il dito e lei si lamentò, stavolta non le chiesi se stesse soffrendo.
Spinsi ben oltre la seconda falange poi lo ritrassi, mossi la punta come se stessi spalmando la crema. La vidi mordere le lenzuola e iniziai a muoverlo dentro e fuori anche se non scivolava bene come la mattina.
Guardai il gocciolone di sborra tendersi oltre le labbra e lo raccolsi con il pollice.
«Metto altra crema, sento attrito»
«Sì, poca però.»
Le piaceva quella sensazione? Tolsi il dito ma lo bagnai solo con la sborra densa e lo spinsi di nuovo dentro.
Di nuovo gemette e, oltre alla solita sensazione di avviluppo, sentii chiaramente stringere i tessuti del buco, in modo volontario. La puttana voleva sentire per bene il mio dito?
Lo spinsi dentro tutto facendole sentire le altre dita contro il sedere. Sentii il suo interno aprirsi e poi richiudersi. Mossi dentro e fuori leggermente e lei si accomodò meglio sul letto, aprendo di più le ginocchia e sporgendo il culo.
Che troia, pensai.
«Dimmi se ti faccio male, ok?»
Di risposta fece un verso.
Era chiaro le piacesse e mi venne il dubbio volesse continuare magari fino ad avere un orgasmo? Volevo la certezza, volevo lo ammettesse ma non lo avrebbe mai fatto, non di sua iniziativa. Continuai a muovere il dito, ormai senza preoccuparmi di mascherare l'invasione con la terapia della crema, era un dentro e fuori a dito duro, veloce e lei accompagnava i miei movimenti con gemiti sommessi.
Sentivo umido dentro era come se si fosse bagnata e questa cosa non la credevo possibile. Stava godendo davvero?
In quel momento desiderai avere il cazzo, glielo avrei spinto dentro con forza, solo per farle male, per punirla.
Si era scopata mio padre meno di un'ora prima e ora aveva il mio dito nel culo e stava godendo?
«Non lo hai preso nel culo vero?»
Scosse la testa.
«Ti è mancato?»
Voltò la testa per potermi guardare e la sua espressione mi fece tenerezza anche se la situazione era inverosimile.
«Ti metto ancora un po' di crema» dissi, tolsi il dito è misi una grossa goccia sulla punta. Il mio sguardo cadde sul suo ingresso e lo vidi boccheggiare. Una scossa nacque bella mia intimità e di nuovo desiderai avere l'uccello: oh, dio... L'avrei scopata per ore, per giorni all'insaputa di tutti. Nella mia fantasia sarei rimasta con tutte le fattezze di una ragazza ma munita di cazzo per poter scopare la mia amica. Ma vedevo un sesso brutale tra noi, l'avrei scopata per farla gridare. Aveva il buco rosso e leggermente gonfio e dentro lo avevo sentito incandescente e altrettanto gonfio, e sapevo che era per colpa di mio padre. Probabilmente il piacere di provocare un po' di dolore era di famiglia, forse un tratto ereditario.
Avvicinai il medio, massaggiai l'ingresso ma al momento di spingerlo dentro, si aggiunse anche l'indice. Li spinsi dentro entrambi e lei si lamentò senza dire però nulla, gemendo alla fine. Ruotai le dita e lei si allargò le natiche con entrambe le mani.
Avrei voluto sentirle dire qualcosa, incitarmi magari come l'avevo sentita fare con mio padre, ma non disse nulla.
Non era più una terapia, il secondo dito l'aveva trasformato in altro. Mi spinsi dentro per poi subito ritrarmi e poi ancora e ancora.
Il suo buco si adattò subito alla diversa invasione, mi si strinse contro morbido e viscido. La mia amica subì senza dire nulla, godendo a denti stretti. Smisi di muovere le dita solo quando la sentii arcuarsi e il suo respiro farsi pesante. Per tutto il tempo il suo buco si era avviluppato attorno alle mie dita, quasi risucchiandole. Ora lo sentivo palpitare. Le sfilai dolcemente e le massaggiai il buco per qualche secondo. Ero in cerca di parole ma l'unica voce che sentii fu quella di sua madre che mi avvertiva dell'ora.
Il tempo di voltarmi verso la porta e la mia amica si era già rivestita. Mi salutò come nulla fosse successo, mandandomi in crisi.
Per tutta la sera, a casa, fui sul punto di chiamarla, ma non era un argomento da trattare al telefono. Andai a letto nervosa e restai a rigirarmi sul materasso a lungo, finché non mi arresi, portai la mano tra le gambe e iniziai a masturbarmi, dapprima lenta poi nella mia mente figurai il culo tenuto in alto dalla mia amica e un cazzo largo che la penetrava e le mie dita divennero impetuose. Venni ricordando le sue grida, quel pomeriggio che mio padre l'aveva costretta a quel rapporto violento.
Dopo l'orgasmo potente, crollai.
Il giorno dopo, sul pullman, disse che il dolore si stava attenuando e disse che non aveva bisogno di quell'incontro in bagno. Ovviamente io lo presi come un rifiuto e ci restai male. Il pomeriggio dovevo restare a scuola mentre lei sarebbe tornata a casa.
Al mio rientro la chiamai, speranzosa bisognasse il mio aiuto almeno per la sera.
Mi rispose la madre e io attaccai subito, temendo di farle saltare la copertura.
Era buio fitto, mancava solo un'ora all'ora di cena ma uscii lo stesso.
Trovai il furgone di mio padre parcheggiato sulla via sterrata, lontano dai lampioni, in prossimità di una ditta ormai chiusa a quell'ora. Era il solo mezzo presente, non avevo modo di avvicinarmi ma restai a distanza, nascosta dietro ad un palo di cemento accanto al muro di cinta, in una zona d'ombra, sperando non arrivasse nessuno che potesse illuminarmi e svelare la mia presenza. Nel silenzio sentivo il mezzo cigolare: non li potevo vedere ma ero certa fossero nel retro a scopare. Dopo un tempo che mi sembrò infinito sentii scattare il portellone dietro, vidi mio padre, aveva i pantaloni aperti, scese accanto alla rete e urinò.
«Vedi di muoverti che devo andare a casa.»
Sentii dei rumori e poi scese lei, la mia amica. Nella penombra vidi che lo raggiunse da dietro e lo abbracciò.
«Mi sei venuto dentro anche oggi. E se resto incinta?»
«Ti scopo con il pancione»
«Seee e a mio padre cosa dici?»
«Io nulla, mica vuoi mettermi nei guai? Passi tu per puttana, lo sai»
«Mio padre mi ammazza.»
«Lo sai come la penso: o prendi la pillola o ti fai venire nel culo. Il preservativo non riesco a tenerlo fino alla fine» si lamentò lui serio.
Poi salirono sul furgone e si allontanarono dalla parte opposta.
Tornai a casa con mille pensieri e sul cancello venni illuminata dai fari di mio padre. Dissi di essere passata dalla mia amica: sapevamo entrambi non era vero ma non poteva di certo contraddirmi né chiedermi altro.
La sera, dopocena, lei mi chiamò e mi chiese se il giorno dopo potevo passare per metterle la crema.
Fu così che iniziai ad andare da lei, nel tardo pomeriggio, un paio di volte la settimana, a masturbarla nel culo.
Lei parlava della crema ma io sapevo cosa voleva. Per settimane non lo dicemmo apertamente, non parlammo minimamente di quegli orgasmi che le procuravo scopandole il culo con le dita, finché un giorno non trovai il buco rosso e gonfio e quando infilai le dita trovai una sorpresa densa e bianca
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