Cercò di spostarsi per accedere meglio ai capezzoli; ma lo trattenni contro di me e spinsi quasi con furore il pube contro il suo per sentire meglio la mazza di carne che gli era cresciuta nei vestiti e che facevo strusciare sulla mia figa, muovendo il bacino in tondo. Mi aprì la cerniera della gonna e la fece scivolare sul pavimento; infilò le mani nei collant e negli slip e cominciò uno di quei suoi ditalini che mi mandavano in paradiso: il palmo della mano si distese nella fessura tra le natiche e le forzò facendomi sentire già aperta; un dito si piegò verso l’ano, lo percorse rapidamente e scese a separare le grandi labbra per sfiorare appena la vulva; cominciai a gemere come una cagna in calore ed ebbi il primo orgasmo.
Ne approfittò per staccarsi dall’abbraccio e cominciare a spogliarsi; mi sembrò una faccenda eterna, dalla cravatta ai calzini; io mi liberai dei slip, calze e scarpe con la velocità di un razzo e mi andai a sdraiare supina sul divano accarezzandomi lascivamente la figa. Avevo visto fin troppe volte mio padre completamente nudo; ma in quell’ambiente così strano, così “arredato”, con la coscienza che tra poco il suo adorato cazzo mi sarebbe entrato dentro, provai un’emozione indicibile, mi eccitai quasi da sola, martoriai un poco il clitoride ed esplosi in un orgasmo così violento che lui si fermò per un attimo, interdetto. Poi venne ai miei piedi e cominciò ad accarezzarmi dalle caviglie: a mano a mano che le sue mani scivolavano sulla mia pelle e avanzavano su verso il bacino, sentivo il ventre agitarsi e spremere umori che mi scorrevano fuori dalla figa tra le cosce; quando giunse ad accarezzarne l’interno, appoggiò la bocca e mi leccò devotamente dal ginocchio in su, assaporando golosamente gli umori che andava raccogliendo.
Quando la sua lingua si aprì un varco tra i peli del pube, lanciai quasi un urlo di piacere: mi fece cenno di abbassare il tono e indicò in giro la situazione di casa abitata; mi rilassai, sorrisi e mi gustai la leccata, divaricando le cosce per agevolargli l’ingresso. La lingua entrò decisa nella vulva, raggiunse il clitoride e lo portò verso le labbra che lo strinsero intorno per succhiarlo: chiusi gli occhi, mi morsi un labbro e mi lasciai andare a un orgasmo stratosferico. Quando riaprii gli occhi, incontrai davanti a me il suo cazzo rigido, eretto in alto, prepotente e possente a pochi centimetri dalla mia bocca: lo ingoiai subito, resistendo ai conati che la penetrazione improvvisa mi aveva procurato; cominciai a leccarlo e a succhiarlo come sempre; poi mi fermai: lo volevo in figa e non gli avrei permesso di desistere, se per caso mi fosse venuto in bocca. Spostandolo per un fianco, gli feci capire che lo volevo addosso, che lo volevo “dentro”; si spostò e venne a inginocchiarsi tra le mie cosce spalancate, mi afferrò le tette e le accarezzò a lungo; feci cenno di no con la testa: ero già tutta un lago di piacere, lo volevo in figa e solo là. Percorse con il palmo delle mani tutto il corpo fino a farle convergere sul triangolo del pube, insinuò un dito tra i peli e lo strofinò un poco, dall’alto in basso
“ti prego …” implorai con gli occhi, senza parlare: non ce la facevo più; impugnò il cazzo che a me parve immenso, sublime; lo fece scorrere sui peli, lo accostò alle grandi labbra ed io caddi in un languore infinito; sentii la cappella che sfiorava l’esterno della vulva, che forzava delicatamente le labbra, che si insinuava sfiorando il clitoride. Allungai le mani sui suoi fianchi, lo tirai a me e sentii spalancarsi l’inferno … o il paradiso. Un dolore lieve, bruciante mentre il cazzo rompeva l’imene; poi il deliquio del piacere infinto dei tessuti teneri della figa che accoglievano finalmente qual cazzo meraviglioso; si adagiò su di me, mi baciò sulla bocca e stette immobile, col ventre premuto sul mio; sollevai istintivamente le gambe, per aderire meglio a lui, e gli circondai la vita. Cominciò a muoversi dentro di me con delicatezza: ogni centimetro dell’asta che si muoveva, in avanti o indietro, mi provocava stimolazioni elettriche mai provate; sborravo in continuazione, gemevo dolcemente, arrivai a dirgli
“ti amo” mentre mi penetrava.
Probabilmente, si trattenne a lungo, perché assaporassi fino in fondo quella prima volta; e mi inondò di carezze, di sussurri, di dolci leccate dappertutto. Lo tenevo stretto perché non volevo che uscisse, desideravo morire in un estremo impeto di piacere con quel cazzo ormai “mio” tra le “mie” cosce, nella “mia” figa. Non poteva durare al’infinito: ero quasi spossata, tante erano le volte che avevo sborrato; e lui non poteva spingere più avanti il limite; sentii che si irrigidiva, stava per venire e cercò di ritrarsi per non sborrare in figa. Ma le mie gambe lo imprigionavano, avevo perfino incrociato i piedi, per tenermelo dentro; e sborravo senza fine, come una fontana rotta.
Non riuscì ad evitarlo: esplose nella mia figa come un fiume in piena; ogni schizzo che mi sbatteva sul’utero mi mandava in estasi, ogni goccia che ricevevo mi faceva sborrare di nuovo: e ne ricevetti tanta. Poi si abbatté su di me, quasi svuotato, col cazzo ancora duro piantato nel mio corpo; sciolsi le gambe dall’abbraccio, lo accarezzai con dolcezza su tutta le schiena, lo baciai con amore e mi rilassai felice sotto di lui: una volta tanto, mi sentivo piccola e tenera di fronte a lui. Quando si staccò da me e si alzò, la prima cosa che notai fu il sangue sul pube; guardai il mio ventre e lo trovai altrettanto macchiato così come il telo (di cui finalmente capii il previdente significato) su cui, inoltre, stava scorrendo largamente la sborra che si riversava fuori dalla mia figa.
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