Per reazione, iniziò una leccata furibonda tra figa e culo: la lingua morbida e piena mi riempiva la vulva solo per un breve tratto (penso, per non sverginarmi con la lingua) e poi affondava con più foga nel buco del culo, provocandomi sensazioni mai immaginate. Urlai forse, mentre sentivo il ventre intero scaricarsi nella sua bocca attraverso la figa; mi accasciai su di lui e trattenni il cazzo solo per la cappella tra le labbra, mentre lui mi accarezzava dolcemente le natiche e la schiena. Mi rovesciò di colpo giù dal suo corpo sul lenzuolo, si sedette sul letto e agitò un dito con aria burbera.
“Senti, ragazzina, questo è incesto, la colpa peggiore che si possa commettere …” Non lo feci proseguire. “Senti, uomo, è una vita intera che sogno questo cazzo; da quando ero infante, da quando ho cominciato a vedervi scopare, da allora ho deciso che questo cazzo, il tuo cazzo, doveva essere il primo ad aprirmi la strada al sesso; finalmente sono riuscita ad assaporarlo tra le mani; finalmente l’ho assaggiato in bocca, finalmente ho bevuto tutta la tua sborra: ora tu devi rompermi figa e culo, capisci, davanti e dietro; poi scoperò quanto mi pare e con chi mi pare; forse mi sposerò anche, e avrò dei figli. Ma il cazzo che mi svergina deve essere questo.
Se non vuoi, me lo dici e io vado a prendere il primo stronzo che incontro e mi faccio fare tutti i servizi. Se invece sei disponibile, allora inventati come devi fare, ma almeno le prime scopate, in figa e in culo, io voglio farle con te e solo con te.” Non trovò parole per rispondere e mi spedì via con uno sculaccione affettuoso; ma sapevo che il mio sogno si sarebbe avverato e che sarebbe stato il suo, il cazzo che avrebbe violato per primo le mie viscere.
Il fatto di essere arrivata finalmente a contatto diretto con il cazzo che avevo sempre sognato, di averci preso confidenza a carezzarlo con le mani, di averlo assaporato in bocca e di averne bevuto tutti gli schizzi della sborrata, anziché farmi sentire soddisfatta - come avevo ingenuamente creduto - acuì il mio desiderio di sesso, la voglia insaziabile di toccarlo, di carezzarlo, di titillarlo, di sentirlo sulle papille della bocca e di farmi sborrare addosso. Di più, la mia voglia di averlo in figa e nel culo si era fatta quasi smania.
Cominciai quindi una lenta persecuzione - assolutamente inconscia e involontaria - perduta dietro a quel cazzo; inutilmente mio padre mi invitò spesso alla prudenza, specialmente rispetto a mia madre, che non è affatto stupida e poteva cogliere alcuni segnali della situazioni.
Mi fece anche presente che maneggiare un cazzo adulto - e di uno che di scopate se ne intendeva - poteva inibirmi regolari rapporti coi miei coetanei: ed infatti le seghe che feci ad alcuni in classe, nei bagni, sui sedili delle macchine, dietro le siepi, li lasciavano sconvolti ma molto spesso li allontanarono, spaventati dalla mia dimestichezza col sesso; senza contare le invidie e le gelosie che la mia capacità di attrarre i ragazzi scatenò tra le mie compagne: ormai si sapeva bene in giro che razza di seghe e che stupendi pompini sapevo fare; ed era una gara, per i maschi, a cercare di avere almeno un incontro; e per le ragazze, invece, a farmi gli scherzi più stupidi per vendicarsi.
Ma il mio sogno continuava ad essere quello che avevo più a portata di mano, che mi girava intorno ogni giorno e che cercavo di accarezzare sfruttando tutte le occasioni. Ormai era un’abitudine starsene abbracciata a papà sul divano davanti alla tele, col plaid sulle ginocchia, quando il tempo era cattivo, e sentire continuamente la potenza di quel cazzo che sognavo anche ad occhi aperti, di quelle dita che scivolavano nel solco tra le mie natiche e andavano a titillare la figa fino a farmi sbrodolare. Era diventato quasi un rito origliare finché mia madre era scesa in cucina e mio padre era in bagno, per entrare dietro di lui, precipitarmi a baciarlo con passione, tirare il cazzo fuori dal pigiama e menarlo finché diventava duro come il marmo: nella maggior parte dei casi, lui risolveva tutto con uno scapaccione affettuoso che mi spediva fuori; ma quelle volte che riuscii a farlo cedere, mi attaccai con la bocca al suo cazzo come un vitello alla vacca e glielo succhiai con gusto da sotto al lavandino finché lo feci sborrare nella mia bocca, mentre mi sditalinavo con grande abilità e godevo insieme a lui. In un paio di occasioni, sfruttando un’assenza - anche breve - di mia madre, riuscii a trascinarlo sul divano e a farmi leccare con devozione i capezzoli e la figa; e lo ricambiai con un pompino superastrale.
Mio padre continuava ad insistere che la sua vita sessuale era pienamente soddisfatta, che era felice di sua moglie; ma si sentiva anche che la mia figa lo attirava, da come la carezzava e la solleticava e la faceva urlare di piacere, da come la leccava bevendo fino in fondo i miei umori. Mancava solo l’occasione in cui potessi obbligarlo a infilarmi la sua mazza nella mia figa ormai bollente.
Qualche volta, quando avevo qualche difficoltà nello studio, andavo a prendere lezione da un’amica dei miei genitori, che abitava dall’altro capo della città: in genere era mia madre che mi accompagnava e veniva poi a riprendermi. Quella volta però mamma proprio non poteva; l’unica soluzione sembrò che, al termine della lezione, andassi all’ufficio di mio padre - che risultava abbastanza vicino - e rientrassi a casa con lui: alla proposta, non feci salti di gioia, per non tradirmi: anzi, misi il broncio; ma, dentro di me, esultai come una pasqua: quella poteva essere l’occasione giusta; guardai con intenzione mio padre e lui abbassò gli occhi: aveva colto la mia intenzione e non cercava neppure di sottrarsi: sbuffando un poco per convenzione, accettò.
Il pomeriggio passò con una lentezza finanche esasperante, per la mia ansia; riuscii a trattenere la frenesia, ma non il prurito tra le gambe che mi tenne eccitata tutto il tempo finché riuscii, finalmente, a salutare la mia prof e mi diressi spedita all’ufficio, un piccolo appartamento in centro dove mio padre passava quasi l’intera giornata: un’anticamera per la segretaria, il suo studio ed un locale più nascosto, con bagno, divano e cucinino per le emergenze La segretaria era già andata via e mi venne ad aprire lui stesso; appena varcata la porta, gli chiesi con lo sguardo se era solo; la risposta fu un caldo abbraccio e la sua bocca che si avventava sulla mia e la penetrava con la lingua come il cazzo che volevo in figa: anche lui non aspettava che quel momento, esultai dentro di me.
Mi sollevò quasi di peso e mi trasportò nel piccolo privè che, ad occhio e croce, era già pronto per ricevere una coppia di innamorati: le luci erano velate e il divano era coperto da un telo da spiaggia che lo copriva quasi per intero. Non staccò nemmeno per un momento la sua bocca dalla mia:continuando a muovere la lingua tra le mie labbra, la mia lingua e il palato, penetrando a più riprese quasi come se mi stesse chiavando in bocca, fece cadere dietro di me la giacca e sbottonò la camicetta: non portavo reggiseno e le mie tette gli esplosero davanti in tutta la loro bellezza.
