Il partner resisteva meravigliosamente duro; più volte si vide che faceva sforzi per frenare l’orgasmo che il trattamento gli procurava; finalmente Marisa si spostò ma solo per sdraiasi sopra di lui, a sessantanove, e gli offrì ano e vulva da leccare; si fermò con la cappella in bocca e lasciò che lui spaziasse infinite volte dal pube all’osso sacro, infilando spesso la lingua profondamente in vagina e nell’ano, ambedue elastici abbastanza per farsi penetrare per lungo tratto.
Quando furono sazi del gioco di lingue, lui la fece disporre gattoni sul letto e la leccò ancora, vogliosamente, per tutto l’apparato, mentre le teneva i seni tra le mani e pastrugnava, accarezzava e tormentava, soprattutto i capezzoli, con enorme goduria di lei che ebbe diversi orgasmi ed arrivò a squirtargli in bocca; la rovesciò supina sul letto e si lanciò a succhiare i seni e i capezzoli che reagivano con forza; alla fine si baciarono voluttuosamente.
Si fermarono esausti e lei ne approfittò per fargli più volte il segno delle corna e minacciarlo che anche il suo ano avrebbe ricevuto il doveroso trattamento; lo chiamò cornuto più volte e incitò il suo amante a fare altrettanto; l’unica reazione di lui fu un rapido controllo del telefonino per accertarsi che tutto fosse correttamente registrato; anche quel gesto, frainteso dalla moglie, fu oggetto di scherno perché lo attribuiva al desiderio di avere una chiamata che interrompesse la tortura.
Ripresero la copula e stavolta lo stallone mise a pecora la donna e la infilò in vagina con un solo colpo che fece schioccare le natiche urtate dal ventre; lei sobbalzò e gemette per la violenta scossa che le scatenò la penetrazione; la montò per molti minuti, finché lei non segnalò un potente orgasmo; sfilò la mazza dalla vagina e spostò la punta più in alto; l’ano ricevette senza sforzo la grossa massa di carne che la penetrò forse fino all’intestino; la mano di lei si mosse verso il clitoride e si masturbò.
Gigi era nauseato dalla disinvoltura con cui quella che la legge considerava sua moglie si lasciava sfondare da una bestia e godeva anche di umiliarlo con quel comportamento; non gli riusciva di capire a che cosa fosse dovuta tanta rabbia; certamente giocava la sua realizzazione, nella società e nell’amore, che sua moglie non era neanche lontanamente stata capace di sfiorare; ma più ancora giocava forse il fallimento che lei registrava delle sue illusorie capacità di dominio e di potere.
Dopo essersi fatta violentare a lungo nel retto, finalmente lei , al terzo orgasmo, si sfilò e si stese sul letto supina; lo invitò, allargando le braccia, a montarle addosso e finalmente si fece possedere alla missionaria; il bull, che non aveva dato nessun segno di cedimento e che non aveva mai raggiunto l’orgasmo, finalmente le esplose in vagina la più lunga eiaculazione che fosse possibile immaginare.
Fu solo il primo tempo della seduta; per due ore, gli amanti non smisero di possedersi, di titillarsi, di godersi, di maciullarsi in atteggiamenti al limite, di farsi fare persino male nell’illusione di darsi quanto più piacere possibile; quando dichiararono chiusi i loro giochi e lei si apprestava ad incitare il suo amante a penetrare analmente suo marito, lui le mandò un messaggio sul telefonino, la avvertì che lo stesso sarebbe arrivato a suo padre, si alzò e andò via indisturbato.
Quando Marisa si fu ripresa dalla meraviglia per lo strano comportamento di lui, prese il telefonino, aprì l’allegato e rivide tutta la scena da quando avevano cominciato a parlare; guardò in giro e gli occhietti luminosi delle cam sembrarono deriderla; bestemmiò, urlò, imprecò in tutte le lingue e cercò immediatamente di trovare un rimedio; provò a contattare suo marito, ma si rese conto che aveva chiuso ogni comunicazione e aveva imposto il divieto di chiamata al suo numero.
Chiamò sua madre, la mise al corrente della follia commessa e la pregò di attivarsi per evitare che suo padre, messo al corrente di quel che aveva fatto, ne decretasse la morte o una fine pietosa; la poveretta non sapeva che piangere osservando che l’aveva pure avvisata che stava distruggendosi con le sue mani; cosa poteva proporre al marito umiliato, bistrattato, offeso, trattato da pezza da piedi?
“Mamma, per pietà, fagli capire che sta giocando con la mia vita; farò tutto quello che vuole; firmo l’istanza di separazione e concedo il divorzio senza fare obiezioni, scompaio dalla sua vita e non lo disturbo più, mi inginocchio a chiedere perdono; ma quel video non deve arrivare a papà e, se può, lo deve distruggere; ho un paura terribile; non voglio rischiare di dovermi guardare in giro perché potrebbero ammazzarmi in qualsiasi momento; cerca di farglielo capire.”
“Marisa, io gli parlerò e sono convinta che saprà essere ragionevole; vorrei solo ricordarti che ero alla reception quando, il giorno delle nozze, lo cacciasti dalla camera da letto per stare col tuo amante; io ho visto il dolore che gli hai dato; dopo quello che mi hai detto, so che lo hai accoltellato ancora spietatamente; gli parlerò perché sei mia figlia e non voglio perderti, perché sarebbe mio marito a dare l‘ordine e non voglio perdervi tutti e due in un solo colpo.
Ma mi fai ribrezzo; anche aiutarti mi ripugna e mi sento ribollire all’idea di rendermi complice delle tue malefatte; sappi che è l’ultima volta che cedo al tuo ricatto morale; se ricadi nell’errore, sappi che sarò io stessa a dare l’ordine al killer di ammazzarti con le più terribili sofferenze per farti pagare in una sola volta i capricci di una vita.”
Riattaccò e lei rimase col suo terrore, con la vergogna per quello che addirittura sua madre le aveva detto; cacciò l’amante in malo modo, si ficcò sotto la doccia per cercare di ripulirsi dal male fatto, ma riuscì solo a nascondere con l’acqua corrente le lacrime che le scorrevano a rivoli; uscita dal box doccia, indossò un accappatoio e, ancora umida, si gettò sul letto dove sino a poco prima sadicamente godeva di umiliare suo marito; le furono necessarie molte compresse di ansiolitici per dormire.
Gigi era ancora per strada e cercava di sbollire la sua rabbia, quando lo raggiunse la telefonata della ‘suocera’; era stata informata di tutto, dalla figlia, ed era profondamente addolorata; non aveva neanche bisogno di dirlo, perché lui lo sentiva da ogni singola parola, dalla flessione della voce sul punto di essere rotta dal pianto, dall’accoratezza con cui lo pregava di risparmiarle il doppio dolore per la perdita di figlia e marito, che non avrebbe esitato a condannarla per quel che aveva fatto.
Si rendeva perfettamente conto delle conseguenze, a cui neppure aveva badato sua figlia; voleva solo definitivamente rompere un legame falso e ipocrita che gli aveva dato dolore e umiliazioni; spiegassero come volevano al marito la rottura tra gli sposi; lui avrebbe consentito a tutto quello che avessero detto; ma esigeva la firma immediata sulla domanda di separazione e di divorzio; Marisa si doveva impegnare a scomparire dal suo orizzonte e dimenticare che si erano sposati per burla.
Se il patto fosse stato rispettato, avrebbe distrutto il video incriminato e avrebbe vissuto in pace con la sua compagna e col figlio avuto da lei; la suocera accettò e promise di farsi garante che la sua lurida figlia andasse a fare le sue porcate altrove; solo, lo pregava di non far arrivare notizie al marito, dei motivi della separazione e del divorzio; se avesse avuto in qualsiasi modo bisogno di loro, lo considerava ancora una persona cara, vittima dei capricci stupidi di una bambina cresciuta male.
Non poteva nascondersi che gran parte della colpa era anche nel lassismo con cui avevano educato la ragazza e ne aveva favorito le devianze; ma, poiché non è possibile portare indietro le lancette del tempo, non poteva che sperare in un ravvedimento di Marisa ed augurarsi che trovasse la strada per crescere e diventare autonoma e razionale.
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