Con atteggiamenti sempre più plateali, da oratore convincente, Nico annunciò che la disgrazia della dipartita di un amico come Carlo era stata compensata dalla notizia che il suo migliore amico, Mario, e la sua vedova, Francesca, avevano deciso di rimanere coerenti alla storia di tutti, a quella personale di ciascuno e a quella dei tre amici che avevano attraversato tanti anni in affetto ed amore; annunciò quindi che Mario e Francesca andavano a vivere insieme e lui, da novello sacerdote, sanciva la nuova unione con due anelli di diamanti che gli amici avevano deciso di regalare alla nuova coppia.
Nonostante la platealità decisamente rococò del discorso, Francesca dovette trattenere una lacrimuccia ed io ero abbastanza emozionato; istintivamente ci girammo e le nostre labbra si incontrarono in un bacio dolcissimo esaltato dall’applauso degli amici; Mirella, in prima fila, sembrava mandare dalle narici il fumo della rabbia più nera.
“Come vedi, il momento di parlare è arrivato. Cosa hai da dirmi?”
“Stavolta sei tu che non hai avvisato!”
“Da quanto tempo non ci incontriamo?”
“Non so, forse da qualche settimana.”
“Di’ pure da qualche mese; esattamente dal funerale di Carlo, quando ho rivisto, dopo anni, Francesca.”
“Vuoi dire che quando hai trovato il nuovo amore già non c’era più niente tra noi?”
“Almeno fin qui ci arrivi. Da quanto tempo non abbiamo nessun rapporto fisico?”
“Non me lo ricordo.”
“Altro segno che la nostra relazione era già morta da mesi!”
“Quindi, sono stata io che ho distrutto tutto.”
“Secondo il dossier che possiedo, l’hai fatto un anno e mezzo fa. Ora cosa farai?”
“Che intendi dire?”
“Niente; meglio che non dica niente; tu non hai mai accettato il mio punto di vista che a te suona solo come imposizione.”
“E’ vero. Ma ora sto annaspando con l’acqua alla gola e ho bisogno di attaccarmi a qualcuno o a qualcosa.”
“Francesca mi è troppo cara; non posso tradirla dedicandomi a te.”
“Francesca, scusa, so che forse dovresti odiarmi o forse anche essermi grata perché è la mia imbecillità che ti ha portato a Mario. Sono nella cacca e ho bisogno di aiuto. L’unico uomo a cui posso appoggiarmi è Mario. Puoi per qualche minuto lasciare che si occupi di me come un padre, senza dubitare dei suoi sentimenti?”
“Mirella, non condivido niente di quello che fai, ma non sarò mai io a buttare giù una persona che sta cercando di uscire dal fango. Se Mario vuole assisterti, sa che lo può fare liberamente. In quanto al suo amore, non è da queste cose che lo valuto; se dimostra bontà per l’impiegata che cerca l’abito da sposa, non vedo perché dovrebbe rinunciare ad aiutare una quasi impiegata a rischio di licenziamento.”
Mirella l’abbracciò con affetto; poi si rivolse di nuovo a me.
“Mi spieghi per favore cosa volevi dire?”
“I rapporti sono di varia natura. L’amicizia è il sentimento che fa sentire simili e avvicina le persone; l’affetto è la spinta umana che ti porta verso gli altri; l’amore è l’esaltazione di questi sentimenti e porta alla comunione di sensi, anche quelli materiali, anche il sesso; la passione è l’empito che porta all’incontro fisico. E potremmo andare avanti all’infinito analizzando la simpatia, l’empatia, e tutte le forme di partecipazione.
L’errore più grave è ridurre tutto ad uno solo dei sentimenti, quasi sempre la passione o l’amore. Io forse non ti ho amato, ma ho sempre avuto per te amicizia, affetto e grande passione; tu hai fatto in modo da demolire la passione cancellando il sesso, hai distrutto l’amicizia calpestando la lealtà e la chiarezza. Resta solo l’affetto, che non è poca cosa, è fatto anche del ricordo di quello che c’era e che non ci sarà mai più ed è molto duro da scalfire.
In questo senso, forse, posso darti un aiuto; ma devi essere disposta a riceverlo e a farne tesoro.”
Francesca intervenne, all’apparenza seccata, ma in realtà perché voleva che fossi più concreto.
“Adesso, per favore, smetti la predica e parla sul serio. Sono certa che Mirella ha capito e che vuole solo sapere che cosa puoi offrire.”
“Dovrei sapere di che ha bisogno; ma, come sempre, dovrò buttarmi a indovinare. La casa puoi tenerla quanto ti pare. Non ho bisogno di quell’affitto per vivere; ma dovrai imparare a pagare un affitto; nel caso, lo devolvo in beneficenza, ma tu devi imparare a guadagnarti anche il diritto alla casa, se vuoi davvero essere libera. Ti lascio il posto di lavoro, a patto che ogni giorno che Dio manda in terra, all’orario previsto, ti presenti al lavoro e rispetti tutte le regole, dal vestito ai rapporti col pubblico al comportamento con gli altri impiegati; la libertà si esprime anche con l’educazione e il rispetto.
Dovrai imparare a vivere con 1200 euro al mese, vale a dire con quello che sei abituata a spendere in meno di una settimana. Se riesci a mantenere questa linea di condotta, io sarò sempre affettuosamente accanto a te e cercherò di alleviare il tuo bisogno di una figura paterna. Se non ce la fai, sarò severo come devo essere e ti lascerò affogare nella melma in cui dici di essere.”
“Non mi va di entrare in uno schema e ripeterlo all’infinito. Preferisco vedere cosa c’è dietro l’angolo.”
“Allora, buona fortuna!”
Anche Francesca si arrese. Cominciammo il pellegrinaggio dei saluti, delle strette di mano e dei convenevoli falsi e vuoti. Finalmente montammo in macchina e scappammo via da tutto.
Erano passati due anni da quella festa. Ci eravamo sposati, io e Francesca, ed era nato Carlo che faceva i primi ruzzoloni sul tappeto. Avevo un maledetto impegno con visitatori da vari Paesi dell’Africa per esaminare alcuni lavori in via di realizzazione, in vista di interventi analoghi in Africa. Dopo le attività rituali, al momento della cena, scoprii che a tavola c’era un gruppo di ragazze di cui non sapevo niente. Guardai con occhio feroce il coordinatore che mi venne vicino e mi sussurrò.
“Architetto, mi hanno detto che è la prassi; non ho potuto farne a meno. Mi dispiace ma è così. Lei, a fine cena, vada pure via, penseremo noi alla parte più sporca del convegno. Lei è Madama Dorè, la titolare dell’agenzia a cui ci siamo rivolti.”
“Architetto, si fa così dappertutto, mi creda. Mi meraviglia che non l’abbiano coinvolta in situazioni del genere in altre occasioni.”
“Vedo che non sono affatto di primo pelo … “
“Capisco i suoi dubbi, architetto; ma spero che lei abbia almeno sentito dire qualcosa sulla dotazione dei neri. E non si può mandare a un convegno con neri ragazze di primo pelo; ci vogliono pozzi ben profondi! Ma lei come fa ad essere così sicuro che sono donne ‘vissute’, per così dire?”
“Come avete battezzato la brunetta a capotavola?”
“Denise.”
“Dica alla signorina Mirella Baldi, alias Denise, che almeno a questa tavola poteva evitare si farsi trovare, se non altro per non dimostrare quanto il suo corpo si è sfasciato ed è decaduto in due anni!!!”
“Lei conosce Mirella?”
“Troverebbe tanto strano che fosse stata la mia compagna quando meritava di esserlo e che addirittura si è finta impiegata del mio studio per farsi mantenere?”
Proprio in quel momento, Mirella si girò verso di me, mi riconobbe e la sigaretta le cadde nel bicchiere del vino.
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