Spinsi e la porta si apri. Entrai in una sorta di hall reception molto elegante priva però di personale. Segno evidente che, considerata l’ora, gli impiegati erano ormai andati tutti via.
Una grande scala troneggiava nell’atrio altrimenti sostanzialmente spoglio.
Salii e ad ogni gradino aumentava a dismisura l’eccitazione per quella donna affascinante e autoritaria che mi aveva voluto lì.
Arrivato in cima vidi una serie di porte, verosimilmente uffici. Sembravano tutti deserti. Voltandomi scorsi una luce provenire da una porta in fondo ad un lungo corridoio.
Mi diressi all’indirizzo di quella luce, arrivai alle soglie della porta e bussai.
Silenzio. Bussai ancora senza però ottenere risposta.
Poggiai la mano sulla maniglia e aprendola lentamente la vidi: seduta su di una meravigliosa poltrona di pelle, spalle ad un’ampia finestra, aveva il telefono in mano, probabilmente intenta ad ascoltare uno sconosciuto interlocutore dall’altra parte.
Mi guardò e senza battere ciglio continuò, imperterrita nella sua silenziosa telefonata.
Entrai, chiusi la porta alle mie spalle, abbozzai un cenno di saluto, ma lei fece come se non ci fossi, senza curarsi affatto della mia presenza.
Dopo alcuni minuti, finalmente, replicò al suo ignaro interlocutore: si parlava di commesse, appalti, forniture, aveva un modo di porsi estremamente autoritario.
Io nel mentre mi accomodai in una delle due poltrone di fronte alla sua scrivania. Ad un certo punto di alzò, senza interrompere la telefonata che ormai durava da almeno una decina di minuti dacché ero entrato, e girando intorno alla scrivania arrivò di fronte a me. Rimanendo in piedi, poggiò il culo sulla stessa e continuò la telefonata come se nulla fosse.
Ora potevo ammirarne la mise: gonna grigio topo appena sopra al ginocchio, camicetta in seta bianca con ampia scollatura sul suo splendido seno, mani impeccabili con lunghe e sottili dita e uno smalto rosso da mignotta, gambe affusolate incorniciate da calze appena velate e scarpe lucide con tacco vertiginoso. Parlava e si interrompeva a poco meno di mezzo metro da me.
Aveva iniziato a guardarmi, nonostante la telefonata, come a sfidarmi.
Io la guardavo estasiato senza proferire parola.
Con nonchalance continuava a fare come se non ci fossi ma forte in me era il desiderio di lei che se ne accorse. Avvicinai la poltrona alla scrivania, cercando, ovviamente, di avvicinarmi a lei che, di fatto, non si spostò di un centimetro. Allungai le mani sui suoi fianchi e lei rimase in posizione quasi eretta, con il solo culo poggiato in parte sul bordo della grande scrivania. Le mie dita si fecero audaci e iniziarono a percorrere le dolci e seducenti sinuosità di quel meraviglioso esemplare di femmina.
Ad un certo punto si mosse: sculettò un poco quasi a sistemarsi meglio e continuando a parlare al telefono con una mano abbassò la cerniera posteriore della gonna invitandomi ad approfittare della situazione. Infilai le mani dietro al culo e le palpai con desiderio i sodi glutei sfilandole la gonna che scese immediatamente ai suoi piedi.
Non indossava l’intimo: avevo di fronte la sua figa glabra e liscia se non per un filino di peli al di sopra del clitoride. Ora la vedevo così: in camicetta, la fica all’aria, le autoreggenti e i tacchi.
Era ancora poggiata sul bordo della scrivania e telefonava.
Avvicinai il viso al suo monte di Venere e respirai a pieni polmoni.
Un afrore forte, pungente e celestiale mi riempì le nari.
Il suo sesso sapeva di femmina, di donna e leggermente di urina.
A questo punto indietreggiò un po’ e sedendosi meglio sulla scrivania spalancò le cosce mostrandomi la sua passera in tutta la sua magnificenza.
Era un chiaro ed esplicito invito.
Sapevo bene ciò che voleva.
Non mi feci pregare e in un battibaleno affondai il muso nelle sue carni. Ma mi bloccò la testa e con la mano libera e indicò la sua figa e coprendo il microfono del telefono sussurrando mi disse: “Hai qualcosa per me o no?”. Tirai fuori il suo perizoma ancora umido e pregno della mia sborra e glielo infilai tirandolo su dalle gambe. Lo sistemai per bene sulla figa e diedi anche qualche colpetto sul quel tassello umido. Lei sospirò forte tirando in alto la testa e chiudendo gli occhi.
Alchè tra pollice e indice strinsi il tessuto e lo sollevai per farglielo entrare tra le labbra e strofinarlo sul clitoride. Tiravo a destra e a sinistra e il tessuto si infilava sempre di più tra le sue labbra, Lei emise un gridolino sommesso di piacere,
Spostai da un lato il perizoma ormai fradicio anche dei suoi umori e vi affondai la bocca. Pizzicava, il sapore acre della sua fica mi pizzicava la lingua, ma io come un morto di fame annusavo, leccavo, succhiavo, divoravo quel sesso magnifico che avevo sul volto, dentro alle mie fauci. E lei come se nulla fosse continuava ad ascoltare il suo interlocutore che parlava di commesse, forniture etc etc. La situazione mi stava eccitando all’inverosimile.
Guardai a lungo la sua figa: aveva due piccole labbra grandi quanto i petali di un’orchidea che, scure e grinzose si aprivano quasi a concedermi il piacere di gustarne aroma e sapore. In cima ai grandi petali di quella meravigliosa fica si ergeva un grosso bottone eretto anch’esso circondato dai radi peli di un bosco incantato nel quale mi ero perso, quasi stregato.
La leccai a lungo, senza che lei fece nulla se non concedermi il privilegio di approvvigionarmi alla sua fonte. Le succhiai le labbra, una ad una, insieme, le titillai il clitoride, prendendolo tra le mie labbra e succhiandolo come se fosse un piccolo cazzo cui riservare una fellatio. Scesi sul perineo, le leccai con profonde lappate il culo raggrinzito e liscio e leggermente umido di piacere. Spaziavo su tutti i suoi pertugi con insistenza e dedizione: la penetrai con la lingua, con le dita e la mangiai fino a che non mi sborrò in faccia una notevole quantità di cremina calda e saporita. Venne, trattenendo a stento i gemiti dell’orgasmo senza però mai interrompere la telefonata.
Continuai a leccare fino a quando con la mano libera mi prese con forza dalla nuca allontanandomi da sé. Mi baciò con un intreccio di lingue come se avesse bisogno per respirare,
Si staccò da me e mi indicò la porta con un gesto della mano.
La guardai quasi inebetito.
Ma lei con il palmo della mano rivolto all’uscio mi fece chiaramente capire di uscire. Non senza un poco di rabbia, confuso e stranito, presi l’uscita e me ne andai. Prima di uscire dal suo ufficio mi voltai a guardarla un’ultima volta. Era ancora senza gonna, con il suo magnifico culo all’aria e camminando nel suo enorme ufficio ragionava su numeri e provvigioni.
Percorsi all’inverso la strada fatta un’ora prima e me ne andai.
In auto, con il volto zeppo dei suoi umori e la bocca impastata dei suoi sapori, mi domandai a quale gioco stesse giocando quella femmina perversa.
Arrivai in albergo, i testicoli doloranti lamentavano attenzioni non avute.
Mi masturbai a lungo, come un adolescente, pensando e ripensando a quanto appena vissuto, Arrivato in albergo, ancora scosso, ricevetti un messaggio su Whatsapp. Era lei, «Tra due settimane c’è un convegno a Firenze, ho già prenotato una stanza per noi due. Ricorda che mi piacciono le sorprese».
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