“Scusa? Che cosa sarebbe piacevole?” mi rispose lei.
“Aprire la porta di un bagno e trovarci dentro una donna affascinante come te che, beh…” dissi, osando, forse anche troppo.
“Ma non dire sciocchezze – replicò lei sorridendo – non credo che sia tanto piacevole entrare in un bagno e scoprirlo occupato”.
Capii immediatamente che il gioco era fatto.
Avrebbe tranquillamente potuto mandarmi a quel paese di fronte alla mia inelegante e malcelata provocazione e invece rimbalzò la palla a me, facendo la finta modesta.
“No, Daniela, ti assicuro che non dico sciocchezze, anzi dico esclusivamente la verità” le spiegai io.
“Fammi capire quindi: ti piacerebbe entrare in un bagno inconsapevolmente e trovarci dentro una donna che fa la pipì?” mi chiese lei.
“Sì, se capitasse non mi dispiacerebbe, poi se mi capitasse di trovarci dentro una donna bella come te, ” la stuzzicai io.
Passarono uno, forse due secondi e poi le nostre bocche si unirono. Ci baciammo con foga e trasporto. Una passione inattesa e prorompente.
“Vediamo se dici la verità, vieni con me” disse e con la mano mi trascinò dentro al bagno in cui poco prima aveva urinato.
Entrammo, chiuse la porta a chiave, si voltò, e guardandomi si tirò giù la gonna: “Mi sa che non l’avevo fatta tutta” e poco dopo sentii lo scroscio della sua pipì scendere nel wc.
Il mio uccello divenne immediatamente duro come il marmo, vederla seduta sul water con le sole autoreggenti, Lei mi guardava fisso negli occhi e pisciava di fronte a me, come una vacca vestita da signora. “E tu? Sei sicuro di averla fatta tutta prima?” mi disse iniziando a guardare sfacciatamente il mio pacco. “Forse no, hai ragione, sento l’impulso di farne ancora un poco” replicai.
“Allora che aspetti dai, liberalo e svuotalo per bene”
Mi stava provocando e io non indugiai oltre.
Aprii la patta dei miei pantaloni ed estrassi il mio cazzo duro come il marmo ad una ventina di centimetri da lei seduta ancora sul wc.
“Mmmmmh ma che bel cazzo hai, aspetta che ora mi alzo e ti aiuto io a fare la pipì” disse mangiandoselo con gli occhi.
E così fece. Si alzò, ricomponendosi e impugnò il mio arnese indirizzando la cappella verso la tazza. Era così duro che non sarei mai riuscito a urinare.
“Mi sa che ora non ce la fa” spiegai.
“Allora forse dobbiamo prima svuotare questi coglioni gonfi e poi liberare la vescica che ne pensi?” e senza attendere risposta si accovacciò sul mio cazzo infilandoselo per intero in bocca. Dalla mia, di bocca, uscii incontrollato un “mmmm” di apprezzamento mentre lei iniziò a muovere la sua testa sul mio uccello fagocitandolo tutto, dalla cappella gonfia fino al base e leccandomi addirittura i testicoli con la lingua mantenendo il mio amichetto tutto dentro alla bocca, infilato nella sua gola. Succhiava come un’idrovora e di quando in quando alzava lo sguardo cercando il mio. Io nel frattempo le misi due mani dietro alla nuca accompagnando ila suo delizioso movimento. Le piaceva succhiarlo, era evidente, e lo faceva con una maestria davvero notevole. Ad un certo punto, probabilmente stanca della posizione, abbassò, la tavoletta del wc e ci si sedette sopra continuando imperterrita a succhiarmi l’anima. Io mi limitavo ad accompagnare le sue infilzate gemendo come un maiale.
Accelerò il ritmo e con il trascorrere dei minuti, iniziai a scoparle la bocca. Le tenevo la testa ferma e con il bacino le infilavo il cazzo per intero in gola, apprezzandolo ed accogliendolo con sommo gaudio nella sua bocca. Sentii arrivare prepotente l’orgasmo e in men che non si dica venni, premendo le mie mani sulla sua nuca, il mio bacino sulla sua bocca con il mio cazzo tutto dentro alla sua bocca.
Bevve tutto, senza tirarsi indietro e solo ad orgasmo finito si staccò lentamente continuando a succhiarmelo fino a quando, perso il vigore precedente, lo lasciò uscire dalla sua bocca.
“Mi sei piaciuto, hai un gusto favoloso, sai di buono” disse leccandosi le labbra come la più consumata delle troie.
“E tu hai una bocca che è un altoforno, mi hai succhiato l’anima” risposi io.
Infilai l’arnese nei calzoni prima che potesse tornare sull’attenti di fronte alla viziosità di quella fascinosa ed eccitante donna che, nel mentre fece altrettanto ricomponendosi un poco. Si alzò e mi baciò, mulinando la lingua con la mia e facendomi sentire il sapore del mio sperma, il gusto del mio cazzo che aveva forte e acre sulle labbra, sul volto.
Si appoggiò a me, la strinsi cingendole i glutei che palpai con immutato desiderio e poi le dissi: “E ora?”.
Mi guardò sicura di sé e sorridendomi rispose: “E ora cosa? Non ti è bastato?”.
Come avrei mai potuto essere sazio di lei? Certo questa sconosciuta femmina mi aveva appena regalato un orgasmo forte, prolungato, soddisfacente ma volevo di più, volevo lei, e glielo dissi senza troppi indugi.
“Daniela, mi hai succhiato il cazzo, ma ancora io non ho succhiato te!”
Fingendo un improvviso stupore si rallegrò della mia confessione e rispose: “E quindi vorresti leccarmi la figa, eh? Magari anche dopo che l’hai vista fare la pipì, E dimmi ti piacerebbe leccarmela proprio dopo che ha urinato, non vorresti pulirmela con la tua lingua e saggiarne il sapore forte e pregnante magari dopo una giornata che non la lavo?”.
Il solo udire quelle lussuriose e provocanti parole ebbi l’ennesima incontrollabile erezione.
“Non potrei chiedere di meglio” le risposi.
“Non correre, Pietro, per ora hai avuto già abbastanza, più avanti vedremo il da farsi. Sono una donna molto impegnata ma come diceva mio nonno: «nella vita tutto è difficile ma niente è impossibile». Intanto perché non mi lasci il tuo numero?”.
Presi dal portafogli un biglietto da visita sul quale c’erano i recapiti oltre che la email e glielo diedi. Lo prese e mi disse: “Perfetto, ora che so come trovarti, perché non torniamo alle nostre faccende?”.
Uscimmo dalla toilette, io per primo, lei un attimo più tardi.
Tornai in sala condizionato da ciò che avevo appena vissuto. Un po’ frastornato, ancora eccitato cercai di seguirla nei suoi successivi movimenti. Uscì dai servizi poco dopo e, come se nulla fosse, tornò a chiacchierare con importanti uomini di una certa età, lasciandosi rapire dai loro discorsi pesanti e, apparentemente, stucchevoli che tuttavia fingeva di seguire con falso interesse. Non so se volutamente o meno, non mi guardò più e non riuscii più ad incrociare il suo sguardo, nemmeno quando, ad un certo punto, la vidi allontanarsi con un collega che avrebbe potuto essere il padre, un uomo all’incirca sui settanta/ottant’anni.
Trascorsi alcuni minuti lasciai anche io la sala di quell’evento e raggiunsi il bar dell’hotel sperando dentro di me di vederla ancora, così come mi scoprii allettato dall’idea di scorgerla per strada. Non la vidi più. La durata della conferenza era prevista di tre giorni ma lei non si presentò più. Di quella straordinaria esperienza, ormai, conservavo esclusivamente un vivo ricordo, ancorché estremamente forte. La sera dell’ultimo giorno ero in camera, seduto di fronte al pc a sistemare gli appunti per la relazione finale in azienda e nell’aprire la posta elettronica per controllare le mail, vidi un messaggio il cui oggetto era: “Allora, ci sei?”.
Aprii la email: era lei.
Un messaggio non troppo lungo, conciso e stringato che recitava letteralmente così:
“Se non ricordo male hai ancora qualcosa che mi appartiene, Sono in ufficio da stamani, ho fatto pipì parecchie volte, non me la sono ancora lavata e aspetto te: perché non vieni a farmi un bidet?” con l’indirizzo della sua azienda. Non c’erano numeri di cellulare, solo un indirizzo nella zona periferica, diciamo industriale della città.
C’era in programma la serata finale della conferenza con cena e poi un party ma ora non avevo assolutamente voglia di nulla se non di lei, provocandomi un forte senso di durezza al basso ventre. Andai in bagno a prepararmi. Feci la doccia con l’uccello in perenne erezione, cercavo addirittura di non toccarlo per evitare di venire. Indossai il mio completo Hugo Boss e cercai il suo perizoma che avevo lasciato nella tasca della giacca. Stavo per uscire quando ripensai alle sue parole: «Dovrai restituirmelo come si deve, aguzza l’ingegno, a me piacciono le sorprese umide». Mi fiondai in bagno, tirai giù la zip del pantalone e incomincia a masturbarmi annusando quel tessuto e poi avvolgendolo intorno alla mia asta dura. Venni quasi subito inzuppandolo della mia crema. Lo avvolsi su sé stesso e tutto umido e così intriso dei miei umori lo misi con delicatezza, quasi fosse una reliquia, nella tasca interna della giacca. Sistemai l’uccello nei boxer ma avevo ancora troppa eccitazione addosso tale da costringermi a sistemarlo in maniera da uscire senza dar troppo nell’occhio. Giù nella hall dell’albergo chiesi al portiere un taxi che arrivò immediatamente. Salito in auto dissi all’autista dove portarmi e un quarto d’ora dopo ero lì. Scesi davanti ad un classico edificio residenziale adibito ad uffici. Lo spiazzo antistante era sgombro d’auto e mi avvicinai alla grande porta a vetri. Suonai ad un citofono ma non ottenni risposta.
