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Verginella Sfacciata: La Volta In Cui Ho Ceduto All’Amica Di Mia Sorella · Cap. 2
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Capitolo 2 di 3 12 min di lettura

Foto zozze in topless e dita bagnate nel buio

Il gioco ci è letteralmente scappato di mano a suon di messaggi spinti e scatti espliciti che mi mandavano in corto circuito il cervello. Finché un benedetto weekend senza mia mamma a casa, mi ha servito l'occasione su un piatto d'argento. Qui vi spiego come, nel buio totale e col terrore di farci scoprire, quella finta ragazza dark sia sgattaiolata nel mio letto per farsi mettere le mani addosso per la primissima volta.

SborrateClandestine
5 mesi fa · 1.4k letture · 2

Viola: "Hai il cazzo duro per me, Gio? Pensavo fossi stato con la tua fidanzata stasera. Non ti ha stancato abbastanza? ✨"

Stronza. Maledettamente stronza. Sapeva come rigirare il coltello nella piaga e farmi salire il sangue alla testa. Gio:"Vieni giù e ti faccio vedere quanto sono stanco. Muoviti."

Bloccai il telefono, lo buttai sul comodino e mi passai le mani sul viso. Fissai la porta chiusa della mia camera, nel buio totale, tendendo le orecchie per cogliere il minimo scricchiolio proveniente dalle scale. L'attesa mi stava consumando vivo.

L'attesa fu una fottuta tortura. Un'ora, due ore... il tempo sembrava essersi congelato. Verso le tre e mezza di notte, l'adrenalina iniziale aveva lasciato il posto a una stanchezza cronica che mi appesantiva le palpebre. Stavo per cedere, convinto che si fossero addormentate tutte e tre, quando udii un rumore quasi impercettibile. Un tocco leggerissimo, un'unghia che grattava contro il legno della mia porta.

Scattai in piedi, aprendo la porta al buio.

Ed eccola lì. Mi aspettavo la femme fatale dei messaggi, e invece mi ritrovai davanti Viola avvolta in un pigiama invernale, largo e decisamente poco "dark", che la faceva sembrare ancora più piccola.

"Alla buon'ora," sussurrai, tirandola dentro per un braccio e richiudendo la porta a chiave dietro di noi.

"Non è colpa mia," sussurrò lei, la voce impastata dal sonno, strofinandosi un occhio in un gesto che quasi mi fece tenerezza. "Tua sorella e l'altra non crollavano mai. Stavo per addormentarmi anche io, ma ho resistito."

"Meno male," mormorai, guidandola verso il mio letto sfatto.

Eravamo entrambi distrutti, e la stanza era illuminata solo dalla luce fioca che filtrava dalle tapparelle. Ci lasciammo cadere sul materasso. Invece di saltarle addosso con rabbia, come avevo pianificato per settimane, la stanchezza cambiò le carte in tavola, trasformando la scena in un crescendo lento, dove si partiva adagio, assaporando ogni centimetro.

Mi stesi per metà sopra di lei, schiacciandola dolcemente contro i cuscini. Affondai il viso nel suo collo, lasciandole baci caldi e lenti sulla pelle, sentendo il suo profumo mescolato all'odore pulito del sonno. Lei iniziò a parlare a bassa voce, raccontandomi di come avesse dovuto fare finta di dormire per mezz'ora, ma io non la stavo davvero ascoltando.

Le mie mani scivolarono sotto il tessuto spesso del suo pigiama. Non portava il reggiseno.

Quando i miei palmi caldi incontrarono la pelle nuda del suo stomaco e poi salirono, riempiendosi della morbidezza assoluta e pesante dei suoi seni, Viola smise di parlare di colpo. Trattenne il fiato, inarcando appena la schiena contro le mie mani.

Iniziai a impastare quella carne piena, stringendole le tette con movimenti circolari, giocando con i pollici sui capezzoli che diventarono subito duri e reattivi sotto il mio tocco.

"Gio..." mormorò, con la voce che le tremava in gola, un gemito incerto e dolcissimo. "Cazzo..."

Senza fretta, le sfilai la maglia del pigiama facendogliela passare sopra la testa, per poi buttarla sul pavimento. Fissai il suo petto nudo nella penombra: era un contrasto perfetto di ombre e curve. Mi abbassai su di lei, prendendo un capezzolo tra le labbra. Lo feci con una lentezza esasperante, leccando l'areola prima di iniziare a succhiare con una foga cieca e misurata, tirando la punta con i denti. La stanchezza rendeva tutto più ovattato, profondo. Non c'era fretta, c'era solo il calore della mia bocca su di lei e il modo in cui il suo corpo reagiva a ogni stimolo.

Lei gemeva senza sosta, dei suoni strozzati, umidi, quasi sorpresi. Le sue mani, prima incerte, scivolarono tra i miei capelli, stringendomi la nuca per tenermi incollato al suo seno, tradendo tutta quell'inesperienza che cercava di nascondere dietro i messaggi sfacciati.

"Mi fai impazzire..." ansimò, muovendo la testa sul cuscino. "Non... non so bene cosa fare."

"Non devi fare niente, Viola," le risposi, la voce roca, baciandole lo sterno per poi passare all'altro seno. "Lasciati fare. Ci penso io."

Con una mano continuavo a torturarle un seno, mentre con l'altra scesi verso l'elastico dei suoi pantaloni. Li sfilai lungo le gambe, lasciandola solo con un paio di slip neri. Nello stesso movimento fluido, mi sbarazzai dei miei boxer.

Mi posizionai esattamente tra le sue cosce. Non la penetrai, ma premetti la punta del mio cazzo, duro e pulsante, direttamente contro la seta scura delle sue mutandine, proprio in corrispondenza del suo centro, che sentivo già caldo e fradicio.

Viola sgranò gli occhi nel buio, aggrappandosi alle mie spalle. Quell'attrito improvviso, la sensazione del mio sesso teso premuto contro la sua intimità la fece sussultare violentemente.

"Hai visto, ragazzina?" sussurrai, strusciando lentamente il bacino contro il suo, assecondando la sua inesperienza con movimenti calcolati per farle perdere la testa. "Hai fatto bene a non addormentarti."

Mi spostai verso il basso, scivolando lungo il suo corpo. Con una lentezza calcolata, agganciai i pollici all'elastico degli slip neri e li tirai giù, sfilandoglieli lungo le gambe con delicatezza prima di buttarli da qualche parte sul pavimento.

La vista di lei, completamente esposta nella penombra, era un fottuto capolavoro. Aveva solo qualche pelo, poco più di una ricrescita morbida e per niente folta, che la faceva sembrare ancora più indifesa e vera. E, soprattutto, era bagnata fradicia. Lucida e profumata di desiderio.

Iniziai ad accarezzarla piano, tracciando cerchi lenti sul clitoride. Viola sussultò immediatamente, inarcando i fianchi contro il materasso. La sua figa era strettissima, bollente, incredibilmente reattiva a ogni minimo sfioramento. Feci scivolare un dito dentro di lei, aprendola con dolcezza, e sentendo quanto fosse stretta aggiunsi piano anche il secondo.

La sentivo stringersi attorno alle mie dita come una morsa, mentre dal suo petto uscivano dei versi stranissimi: dei piccoli lamenti soffocati, gemiti spezzati che cercava disperatamente di ricacciare in gola mordendosi il labbro o stringendo i pugni nelle lenzuola. Era la reazione pura e incerta di una verginella che stava provando quelle cose per la prima volta e andava in tilt.

"Viola, guardami," le sussurrai, accarezzandole l'interno coscia. "Non devi trattenerti. Più cerchi di fare silenzio, più fai versi strani."

Lei scosse la testa, gli occhi lucidi e il viso in fiamme nel buio. "Ti sentono..."

"Non ci sente nessuno," la rassicurai, sfoderando un tono calmo e scherzoso, pur continuando a muovere le dita dentro di lei con un ritmo costante e ipnotico. "La mansarda è lontana e quelle due sono crollate da un pezzo. Lasciati andare. Voglio sentirti gemere quanto ti pare."

A quella concessione, la sua barriera cadde del tutto. Al primo affondo più deciso delle mie dita, buttò la testa all'indietro e lasciò uscire un gemito lungo, vibrante, stupendo. Tremava letteralmente sotto il mio tocco, la pelle d'oca le copriva le braccia. E vederla così vulnerabile, così sopraffatta da quello che le stavo facendo, mi fece scattare una voglia viscerale. Decisi di fare di peggio. Di portarla alla totale apoteosi dei sensi.

Sfilai le dita, mi abbassai e premetti la bocca direttamente su di lei.

Appena la mia lingua calda e umida sfiorò il suo clitoride, Viola cacciò un urlo strozzato, sollevandosi dal letto come se avesse preso una scossa elettrica. Iniziai a leccarla con avidità, assaporando il suo sapore dolce, per poi prendere quel piccolo punto sensibilissimo tra le labbra e iniziare a succhiarlo con foga.

La sua reazione fu esagerata, totale. Per una ragazza alle prime armi, quell'esplosione di terminazioni nervose era letteralmente la cosa più intensa del mondo. "Oddio, Gio... cazzo, no... cioè sì..." balbettava, perdendo completamente la cognizione dello spazio e del tempo, arrossendo furiosamente anche al buio.

Le sue mani scesero a stringermi i capelli con una forza disperata, cercando di spingermi ancora più a fondo contro di sé. I suoi fianchi scattavano contro il mio viso in spasmi incontrollabili. La stavo portando al limite in un crescendo perfetto, assecondando la fame del suo corpo.

Ansimava a pieni polmoni, il petto nudo che si alzava e si abbassava freneticamente, attraversata da scosse continue che le facevano tremare le cosce contro le mie orecchie.

Finché non ce la fece più.

"Maro'..." sussurrò all'improvviso, con una voce roca, intrisa di urgenza e di tutto il suo inconfondibile accento. "Gio... ti prego. Voglio scopare. Voglio scopare."

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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