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Verginella Sfacciata: La Volta In Cui Ho Ceduto All’Amica Di Mia Sorella · Cap. 1
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Capitolo 1 di 3 14 min di lettura

Arrapato dalla ragazzina

quella volta che ho perso completamente la testa per Viola, l'amica formosa e sfacciata di mia sorella minore. Vi racconto come, partendo da un paio di provocazioni in chat alle due di notte, siamo finiti di nascosto nella mia macchina, facendo esplodere la tensione in un primo, disperato approccio.

SborrateClandestine
5 mesi fa · 2.4k letture · 2

Viola: "Prof di storia dell'arte insopportabile. Salvami o mi butto dalla finestra." Gio: "Studia, che sennò ti rimandano e mia sorella poi mi piange in casa tutto il giorno." Viola: "Sei utile quanto un termosifone a Ferragosto. 🙄"

Durante il giorno ci sentivamo poco, a sprazzi. Lei aveva una vita che mi faceva venire l'ansia solo a sentirla: usciva da scuola, faceva i compiti, poi aveva il corso di canto, lezioni di chitarra, e in mezzo trovava pure il tempo di disegnare. Io, alla sua età, ero un ingegnere edile di altissimo livello su Minecraft e credo di non aver mai aperto un libro prima delle otto di sera della vigilia di un'interrogazione.

E poi, ovviamente, di giorno anch'io avevo i miei "impegni". C'era l'università, la palestra, e c'era Vittoria. Rispondere a Viola mentre la mia fidanzata mi stava seduta accanto sul divano o mentre stavamo parlando al telefono o in videochiamata non mi sembrava il caso.

Ma la notte... cazzo, la notte era tutta un'altra storia. Diventava il teatro privato delle nostre chiacchiere. L'ora in cui le difese crollavano e la malizia prendeva il sopravvento.

E fu proprio in una di quelle notti che la situazione degenerò, passando dalle provocazioni a scritte ai fatti visivi. Iniziò a mandarmi delle foto. Non era mai nuda, ma vi giuro su quello che volete: quelle immagini erano cento volte più eccitanti di un nudo esplicito. Avevano quell'estetica disordinata e torbida che mi mandava il sangue direttamente al cervello.

Una volta mi mandò una foto scattata dall'alto verso il basso. Indossava uno dei suoi soliti top neri a fascia, ma stavolta era spaventosamente stretto. Il tessuto aderente le comprimeva il petto in modo assurdo, facendo strabordare la morbidezza delle sue tette, pesanti e piene. L'inquadratura si concentrava esattamente sul solco profondo del suo décolleté, con la pelle chiarissima che faceva contrasto con il nero della stoffa. Sotto, si vedeva solo l'inizio delle cosce coperte da un paio di culotte di pizzo.

Un'altra notte mi arrivò uno scatto di lei distesa a pancia in giù sul letto. Indossava solo una canottiera bianca a costine, tirata su fin quasi a metà schiena. Il focus della foto era il modo in cui il suo seno, schiacciato contro il materasso, premeva contro il tessuto sottile, lasciando intravedere l'ombra scura dei capezzoli inturgiditi. Il viso era girato verso l'obiettivo del telefono: l'eyeliner un po' sbavato, i capelli neri spettinati che le cadevano sul viso e quell'espressione apatica, fredda, di chi ti sta dicendo “so che ti stai segando guardandomi, e la cosa mi diverte”.

Io stavo letteralmente impazzendo. Guardavo quello schermo nel buio della mia stanza, col respiro corto e un'erezione dolorosa che premeva contro i boxer.

Ormai era chiaro come il sole. Le sue non erano affatto intenzioni innocue, non c'era nessun "gioco tra amici". E del fatto che io fossi fidanzato da anni con Vittoria, non le importava assolutamente nulla. Zero. Era giovane, sfacciata, inesperta ma con un istinto predatorio innato. A quell'età, il brivido dell'imprevisto vince su tutto, e il ragazzo più grande, quello "impegnato", per di più fratello della sua migliore amica... era un frutto proibito troppo succoso per non volergli dare un morso. E io, onestamente, non vedevo l'ora di farmi sbranare.

In quelle notti passate a scriverci, il gioco al rialzo era diventato la nostra routine. Io spingevo sull'acceleratore, la stuzzicavo, cercavo di farle abbassare quella guardia da ragazzina apatica e intoccabile.

Gio: "Domani mattina fai filone. Passo a prenderti, andiamo a fare un giro da qualche parte." La verità, ovviamente, era un'altra. La mattina a casa mia non c'era un'anima, e il mio "giro" prevedeva un tragitto diretto dal sedile del passeggero al materasso della mia camera. Volevo scoparmela, punto. Ma lei faceva la preziosa. Sempre. Viola: "A fare cosa? A guardarti sbadigliare al volante? E poi ho la simulazione di greco, non posso saltarla per un universitario esaurito. ✨"Gio: "Ti spiego io l'anatomia, fidati che è molto più interessante di Socrate. Casa mia è vuota fino alle due." Viola: "Sei pessimo, Gio. E troppo sicuro di te. Non ci casco."

Ma a furia di lanciare l'amo, prima o poi il pesce abbocca. E il giorno perfetto arrivò: lunedì 3 marzo 2025. Ponte di Carnevale. (Perché si festeggi facendo ponte a Carnevale non l'ho mai capito, ma benedetto sia il sistema scolastico italiano).

La domenica notte, dopo l'ennesima provocazione, aveva ceduto: "Domani mattina non faccio niente. Se vuoi, ci sono." Il problema? Mia sorella. Anche lei era a casa per il ponte. Cazzo. Vabbè, ero in ballo, e a quel punto si ballava. Alle 10:30 di mattina mi sono infilato la mia tuta grigia, felpa, borsone in spalla e ho sfoggiato la mia faccia da bronzo migliore. "Vado ad allenarmi, ci vediamo per pranzo," ho buttato lì a mia sorella, chiudendomi la porta alle spalle. Dieci minuti dopo, Viola stava salendo in macchina mia.

L'ho portata in un posto tranquillo, una strada senza uscita vicino a un parco, ma era comunque pieno giorno, e la luce cruda della mattina cambiava tutto. Senza il buio e lo schermo del telefono a proteggerla, Viola sembrava diversa. Indossava la sua solita giacca di pelle e un top aderentissimo, il trucco scuro sugli occhi c'era tutto, ma era insolitamente silenziosa. Quasi intimorita. La sua solita arroganza sembrava evaporata, lasciando spazio a un'aria quasi malinconica, un po' triste, bellissima da far male. Era chiaro che moriva dalla voglia di sperimentare, di spingersi oltre, ma la luce del sole la metteva a nudo.

Eravamo fermi, i sedili abbassati a metà, l'abitacolo che sapeva del suo profumo dolce mescolato all'odore del fumo. "Ieri sera ho provato a fumare dell'erba con una mia amica..." mi fa lei, guardando fuori dal finestrino, arrotolandosi una ciocca nera attorno al dito. "Ma non mi ha fatto niente. Secondo me era roba tagliata male." L'ho guardata, un sorrisetto bastardo sulle labbra. "Oppure sei solo tu che non sai aspirare, ragazzina. Dicono tutti così la prima volta." "Io so fare un sacco di cose, Gio," ha ribattuto, piantandomi i suoi occhi scuri addosso, cercando di recuperare la sua aura dark. "Forse mi serve solo qualcosa di più forte per sciogliermi."

"Forse," ho sussurrato, slacciandomi la cintura.

Mi sono sporto verso di lei, azzerando la distanza. Ho iniziato a sfiorarle la guancia con il naso, inspirando forte. Sapeva di vaniglia e fumo freddo. Ho premuto le labbra sul suo collo, proprio dove la giacca di pelle incontrava la pelle nuda, lasciandole dei baci lenti e umidi. L'ho sentita trattenere il fiato. Le mie mani non sono state ferme: sono scese lungo i suoi fianchi per poi risalire, sfiorandole il seno di proposito, sentendo il volume e la pesantezza di quelle curve strizzate nel top.

"Sbaglio, o la ragazzina sfacciata di stanotte adesso sta tremando?" le ho sussurrato all'orecchio.

Non ha risposto. Ha girato il viso verso di me e, guidata da un puro istinto imbranato ma affamato, ha fatto scontrare le sue labbra con le mie. L'ho baciata, all’epoca non avevo ancora questa regola del dare baci solo a vittoria. All'inizio è stato un bacio quasi esplorativo: si capiva che non era un'esperta, non aveva la malizia vissuta di Vittoria, ma compensava con una foga cruda. Ha dischiuso le labbra e le nostre lingue si sono incontrate. Sapeva di menta e sigaretta.

Il bacio si è fatto subito intenso, profondo. Ho infilato una mano sotto la sua giacca, afferrandole una tetta con decisione. Ho stretto quel tessuto aderente, massaggiando la carne morbida e piena sotto il palmo. Lei ha cacciato un gemito soffocato contro la mia bocca, inarcando la schiena, ma un secondo dopo mi ha spinto leggermente il petto.

"Gio... aspetta," ha ansimato, guardandosi intorno con gli occhi sgranati. "Non esagerare... ci vedono. È pieno giorno."

"Non ci vede nessuno," l'ho rassicurata, la voce impastata. "E comunque, è colpa tua. Guarda come mi hai ridotto."

Ho preso la sua mano, piccola e con le unghie laccate di nero, e l'ho guidata verso il basso, premendola direttamente sul cavallo della mia tuta da palestra. Il tessuto grigio non nascondeva assolutamente nulla: il mio cazzo era duro come il marmo, teso e pulsante contro le sue dita.

Ho visto le sue guance pallide infiammarsi di botto. Si è imbarazzata da morire, il suo personaggio da ragazza insensibile è andato in frantumi in un secondo, ma... non ha ritirato la mano. Anzi. Si è morsa il labbro inferiore e ha iniziato ad accarezzarmi attraverso la felpa, chiudendo le dita attorno alla mia erezione con una pressione incerta ma fottutamente eccitante.

Ho buttato la testa all'indietro sul poggiatesta, lasciandomi sfuggire un sospiro roco mentre lei continuava a toccarmi. Era un contrasto pazzesco: la sua timidezza mista a quella sfacciataggine silenziosa.

Poi, lo schermo del mio telefono sul cruscotto si è illuminato. Messaggio di Vittoria: "Amore, a che ora finisci in palestra?"

Ho imprecato a denti stretti. Il tempo era scaduto. Ho fermato la mano di Viola, intrecciando le mie dita alle sue, e le ho dato un ultimo bacio veloce e umido, guardandola negli occhi lucidi. "Per oggi ti salvi, ragazzina," le ho detto, rimettendomi al mio posto e mettendo in moto la macchina. "Ma la prossima volta non ci fermiamo qui. Te lo prometto."

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