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Erotika
Il ragazzino che mi ha fatto bagnare · Cap. 1
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Capitolo 1 di 3 18 min di lettura

moccioso impertinente

il primo giorno di vacanza di una giovane modella milanese.

Alessia
6 mesi fa · 2.1k letture · 5

Ma lui non molla. "Non di qui, vero? Sei di Milano, lo vedo dagli occhiali da sole." Si china, i suoi occhi vanno a posarsi sul mio seno che esce fuori dal bikini arancione, come se stesse studiando la forma precisa del mio capezzolo che si indurisce sotto lo sguardo. "Anzi no... più da Torino, forse. Hai quella aria di andarsene contro."

Ho alzato lo sguardo dal libro, lo fisso dritto negli occhi. C'è una luccicanza maliziosa nei suoi, un'insolenza che mi stordisce e mi irrita. "Non sono di Torino," ribatto, secca. "E non mi interessa avere una conversazione." Spero che il tono sia abbastanza tagliente da fargli capire di andarsene.

Invece lui sorride, un sorriso a metà tra l'innocente e il diabolico. "Ah, scusa. Non volevo disturbarti. Solo che è il primo anno che non siamo pieni di vecchi e bambini. Sei la prima ragazza vera che vedo da settimane." Il suo sguardo non si sposta un millimetro dal mio corpo. "Sei bellissima, sai? Sembri una di quelle sulle riviste, ma in carne e ossa. E... unta di olio." Si aggiusta sui pantaloncini, un gesto quasi impercettibile ma inequivocabile. "Sei la più bella cosa che abbia mai visto."

La sua ingenuità è così sfacciata, così diretta, che mi lascia senza parole. Non è un complimento, è un'affermazione. Mi sta dicendo che il suo cazzo si sta indurendo guardandomi, e non se ne fa nemmeno un problema. Un ondata di calore sale dalla schiena, ma non è il sole. È uno scioccante brivido di disagio e... qualcos'altro. Una provocazione che non mi aspettavo, che mi stordisce.

"Sei il figlio di chi?" chiedo, cercando di cambiare argomento, di riportare la situazione su un binario più normale. Ma è un errore. Gli do l'apertura che cercava.

"Io? Sono Alessandro. Mamma e papà hanno il bar laggiù," risponde, indicando con un cenno del capo la fila di case in lontananza. "Bazzico sempre in giro. Conosco ogni angolo di questa cazzo di spiaggia. Incluso questo. Incluso te." Si sposta ancora un po', la sua spalla quasi tocca la mia gamba. "So che arrivi qui alle due e mezza. So che ti spogli lenta. So come ti spalmi l'olio su tutto il corpo. Ho visto tutto."

Le sue parole sono un pugno allo stomaco. Mi sento esposta, violata. E allo stesso tempo, un brivido elettrico mi attraversa. La sua sfacciataggine non è più solo molesta, è una sfida diretta, un'aggressione sessuale velata, ma così palese da diventare quasi onesta. Il mio corpo reagisce, i capezzoli si induriscono ancora di più, spingendo contro il tessuto sottile del bikini.

"Sai, dovresti tornare da mamma e papà," dico, senza distogliere lo sguardo dalla pagina del libro, le parole che pronuncio sono ghiacciate, affilate come cocci di vetro. "Credo che al bar abbiano bisogno di aiuto."

Lui ridacchia, un suono basso e roco che mi vibra sulla pelle lucida. "Mamma e papà se la cavano benissimo. E poi, cosa dovrei fare là? A versare bibite ai vecchi che giocano a carte?" Si sposta ancora, il ginocchio nudo ora mi sfiora la coscia unta. Il contatto è come una scossa elettrica. "Mi sembra molto più interessante restare qui."

Il fiato si blocca in gola per un istante. La sua vicinanza è opprimente, il suo odore, un misto di sale, sudore e un qualcosa di maschio e selvatico, riempie le mie narici, mescolandosi al profumo dolce dell'olio di cocco. "Dove alloggi?" chiede, la sua voce ora un sussurro vicino al mio orecchio.

"Da queste parti," rispondo, sbrigativa, gli occhi incollati alle righe stampate che non sto più leggendo.

"Da queste parti," ripete lui, beffardo. "Quindi non lontano. Potrei passarti a trovare, di notte. Quando non c'è nessuno." Si china ancora, il suo viso è a pochi centimetri dal mio. Posso contare le sue ciglia, vedere le piccole gocce di sudore sulla sua fronte. "Potrei vederti mentre dormi. O mentre ti fai la doccia."

È troppo. La sua audacia è un confine che sta superando, una violenza così pura e diretta da farmi tremare. Mi girano le ginocchia. O dovrei dire: la fica inizia a pulsare, un battito caldo e insistente che risuona in tutto il corpo. Sento le mie labbra vaginali gonfiarsi, bagnarsi, tradirmi nel modo più vergognoso. Il mio corpo, il mio corpo di modella, educato a controllare ogni singolo muscolo, ogni singola espressione, si sta ribellando.

Cazzo, penso. La parola mi rimbomba nel cranio, un tuono secco e volgare che squarcia la nebbia del piacere in cui stavo sprofondando. Cazzo. Sono così disperata da eccitarmi per le minacce di un moccioso? Un brivido freddo mi percorre la schiena, l'adrenalina combatte con il caldo che mi arde tra le gambe, e vince.

Mi metto seduta di scatto, il movimento così brusco che il lettino di legno cigola minacciosamente sotto di me. L'olio sulla pelle mi fa scivolare, e per un attimo sento il seno ondeggiare pesante, quasi uscito dal triangolino di stoffa. Mi ricompongo, mi sistemo il costume, e lo fisso. Con un'aria di calma forzata, un sorriso finto e tagliente incollato sulle labbra.

"Senti, Alessandro," comincio, la voce dolce come il veleno. "Sei un moccioso. Un ragazzino che gioca a fare l'uomo, ma non hai nemmeno la barba. Non dovresti dire certe cose. Non a me, non a nessuna."

Il suo sorriso svanisce. Il suo sguardo si indurisce.

"E poi," continuo, alzando il tono, facendo uscire tutta la mia frustrazione, tutta la mia superiorità da milanese annoiata, "non sai chi sono io. Non hai idea. Quindi, ti conviene girare a largo. Sono in vacanza. Voglio rilassarmi. E non ho assolutamente bisogno delle tue avances patetiche e della tua presenza molesta."

Lui si alza in piedi, impalando il suo corpo magro e teso sulla sabbia. Per un istante, vedo una fiamma di orgoglio ferito nei suoi occhi scuri. Poi si spegne, sostituita da un'ombra più fredda, più pericolosa. Non dice niente. Si limita a girarsi e ad allontanarsi, a testa alta, ma la sua andatura è rigida.

Sul momento, lo caccio dalla mia testa. Neppure più una scia oleosa su una superficie d'acqua. Scompare, il suo nome, i suoi occhi da predatore, le sue parole volgari che mi avevano fatto fremere. Tutto svanisce, e io mi sento di nuovo pulita, vuota, pronta a essere riempita solo dal sole.

Mi rialzo sul lettino, il libro ormai dimenticato accanto a me. Il pomeriggio scivola via lento, denso come il miele. Mi rigiro sulla pancia, lasciando che il sole mi bruci la schiena, i glutei tesi e rotondi quasi scoperti dal filo del perizoma. Le mie mani, di nuovo unte, scivolano lungo la mia colonna vertebrale, massaggiando i muscoli tesi della schiena, scendendo fino al solco profondo del mio sedere, dove le mie dita si fermano un istante, premendo leggermente, prima di risalire. La sensazione è pura, auto-erotica, un piacere solitario e sicuro.

Più tardi, quando il sole comincia a calare, dipingendo il cielo di arancioni e violacci violenti, ho bisogno dell'acqua. Mi alzo, il mio corpo un'unica superficie lucida e sudata, e cammino verso il rinfrescante abbraccio del mare. L'acqua mi avvolge, gelida all'impatto, poi tiepida come un bacio. Nuoto lentamente, a bracciate lunghe e potenti, sentendo i muscoli lavorare, la tensione lasciarmi. L'acqua scivola sulla mia pelle, mi accarezza, mi penetra ovunque, bagnandomi le labbra, entrando leggermente nel mio buco del culo quando mi lascio galleggiare a pancia in su, le gambe aperte, offerta al tramonto. Un brivido mi attraversa, diverso da quello di prima. È di piacere, un piacere puro e innocente.

Al calar del sole, raccolgo le mie cose e torno verso la casetta. È a due minuti a piedi, uno di quei mini-complessi di villette a schiera in muratura, dipinte di un bianco sbiadito, con piccoli terrazzini privati pieni di gerani. La mia è la penultima. Apro la porta di legno e sento subito il profumo del legno di pino del mobilio e il fresco della casa, un sollievo meraviglioso dopo il caldo torrido della spiaggia. Chiudo a chiave dietro di me, un gesto istintivo, e lascio cadere l'asciugamano e il libro su una sedia.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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