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Erotika
Il ragazzino che mi ha fatto bagnare · Cap. 3
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Capitolo 3 di 3 24 min di lettura

fammi sentire al centro del mondo prima di scoparmi

finalmente Giulia trova chi la mette al centro del mondo e vuole vedere fin dove può spingerlo.

Alessia
6 mesi fa · 1k letture · 4

La porta si aprì lentamente e Alessandro scivolò dentro, chiudendosela alle spalle con la cautela di un ladro. Aveva il fiatone, i capelli neri scompigliati dal vento e indossava una maglietta pulita su un paio di jeans scuri. Appena i suoi occhi si abituarono alla luce fioca del patio, si incollarono immediatamente al mio petto. Sotto la canottiera bianca, i miei capezzoli turgidi erano due fari nel buio, e i minuscoli slip neri lasciavano ben poco all'immaginazione. Lo vidi deglutire a vuoto, le mani che gli tremavano leggermente lungo i fianchi.

"Scusa... scusa il ritardo," iniziò a balbettare, le parole che gli uscivano a raffica in un sussurro affannato. "Mio padre non voleva farmi uscire, faceva domande. Ho dovuto inventare una stronzata assurda, che andavo a dormire da Marco, il mio amico, per studiare."

Lo guardai con assoluto disinteresse. Le sue scuse da liceale erano patetiche e non facevano che confermare l'abisso che c'era tra noi. Senza dire una parola, afferrai la bottiglia ghiacciata e mi versai un altro calice di vino, riempiendolo fino all'orlo.

"Siediti sul divano," gli ordinai, senza nemmeno guardarlo in faccia.

Lui annuì, rigido, e andò a sedersi sul piccolo divanetto in vimini del salotto. Presi il mio bicchiere e lo seguii. Invece di sedermi composta, mi lasciai cadere accanto a lui, rannicchiando le gambe sotto di me. Il movimento fece salire pericolosamente l'orlo della canottiera, scoprendo la curva nuda del mio fianco e l'elastico degli slip. Sentivo il suo respiro farsi pesante, il suo sguardo famelico che cercava di divorare ogni centimetro di pelle che gli stavo concedendo.

Fu in quel momento che decisi di cambiare strategia. La rabbia era noiosa; la manipolazione psicologica, invece, era un gioco molto più eccitante.

Il mio viso si addolcì all'improvviso. Misi su un sorriso rilassato, quasi complice, e bevvi un sorso di vino.

"Rilassati, Alessandro," gli dissi, la voce ora morbida, suadente. "Sei teso come una corda di violino. Dai, respira."

Lui mi guardò, spiazzato da questo improvviso cambio di rotta. Si aspettava di essere punito, o sbranato. Invece, si trovava davanti una ragazza affabile che voleva fare conversazione.

"Allora," continuai, appoggiando il gomito sullo schienale del divano e sporgendomi leggermente verso di lui. La scollatura della canottiera si aprì, offrendogli una visuale perfetta del solco profondo tra i miei seni. "Oltre a fare il guardone in spiaggia e a intrufolarti nelle case delle turiste... com'è la tua vita? Che fai tutto il giorno con questi tuoi amici?"

"Noi... boh, niente di che," rispose lui, cercando disperatamente di guardare il mio viso e non le mie tette. "Andiamo in motorino, giochiamo alla play... cazzate."

Risi, una risata cristallina e leggera. "E a scuola? Non dirmi che pensate solo ai motorini. C'è qualche ragazza che ti piace? Qualcuna che ti fa battere il cuore?"

Lui si irrigidì, abbassando lo sguardo, improvvisamente in imbarazzo. "Sì..." ammise, la voce che si abbassava di un'ottava. "C'è una."

Entrai in piena modalità gossip. Mi avvicinai ancora di più, i nostri petti quasi si sfioravano. Potevo sentire il calore febbricitante che emanava dal suo corpo.

"Davvero? Dai, raccontami tutto!" esclamai, con un finto entusiasmo da amica del cuore. "Come si chiama? È carina?"

"Si chiama Martina," mormorò lui, guardandomi di sottecchi. "Sì, è... è molto bella. È bionda, sta nel banco davanti al mio."

"Martina... bel nome," dissi, passandomi lentamente un dito sul bordo del bicchiere. "E dimmi, ti guarda? Le hai mai parlato, o fai il timido e la spii da lontano come hai fatto con me?"

"Le parlo a volte," si difese lui, punzecchiato nell'orgoglio. "Ma... non so mai cosa dirle. Lei è una di quelle fighe, sai? Esce con quelli più grandi. Non mi calcola molto."

"Oh, Alessandro, sei un disastro," sospirai, con un sorriso tenero ma letale. Allungai la mano libera e gli accarezzai la guancia. Il contatto con la mia pelle fredda di vino e liscia come seta lo fece sussultare. "Le ragazze come Martina vogliono uomini, non ragazzini che balbettano. Devi essere sicuro di te. Devi prenderla e farle capire chi comanda."

"Non so come si fa," confessò lui, la sua inesperienza nuda e cruda messa sul tavolo. Il suo sguardo era un misto di disperazione e di un desiderio talmente forte da fare quasi male.

Avevo ottenuto esattamente quello che volevo. L'avevo messo a suo agio, l'avevo fatto aprire, l'avevo spogliato delle sue difese da "duro di periferia", riducendolo a un adolescente insicuro che aveva un disperato bisogno di una guida. Il mio giocattolo era pronto per essere plasmato.

Posai il bicchiere di vino sul tavolino. Il silenzio si fece di colpo denso, carico di un'elettricità palpabile.

"Lo so che non sai come si fa," sussurrai. La mia voce non era più quella di un'amica, ma quella di un predatore che aveva appena chiuso la gabbia. "Oggi in acqua me lo hai dimostrato ampiamente."

Lui deglutì di nuovo, capendo che il gioco stava cambiando.

"Ma sei fortunato," continuai. Mi spostai, mettendomi in ginocchio sul divano, esattamente di fronte a lui. Le mie cosce sfioravano le sue ginocchia. Gli presi le mani, grandi ma ancora acerbe, e me le portai sui fianchi. "Perché io sono molto meglio di Martina. E ho deciso che stasera ti darò una lezione."

Lo guardai dritto negli occhi, lasciando che tutta la mia eccitazione, tutta la mia superiorità fluisse in quello sguardo.

"Facciamo un gioco, Alessandro," sussurrai, guidando lentamente le sue mani tremanti lungo i fianchi, facendogli sentire il tessuto sottile degli slip. "Facciamo finta che io sia lei. Voglio vedere come proveresti a spogliarmi. Ma se sbagli una sola mossa... se sei irruento, se sei goffo, se fai qualcosa che non mi fa impazzire di piacere..."

Mi fermai, le mie labbra a un millimetro dalle sue. Sentivo il suo fiato caldo, il suo cuore che martellava contro le costole.

"...il gioco finisce. E tu torni a sognartela guardando il soffitto."

"...il gioco finisce. E tu torni a sognartela guardando il soffitto."

Aggiunsi una pausa, lasciando che la minaccia gli scivolasse fin dentro le ossa. I suoi occhi scuri erano spalancati, persi nella profondità della mia scollatura.

"Ma," sussurrai, inumidendomi le labbra, "ogni volta che farai una mossa che mi piace... ti ricompenserò. Ti lascerò prendere un pezzetto di me. Se invece fai una cazzata, se ti comporti come il solito adolescente arrapato che non sa dove mettere le mani... la punizione ti farà sudare freddo. Chiaro?"

Alessandro annuì freneticamente, la gola che si contraeva in un deglutire rumoroso. "Sì. Chiaro."

"Bene. Siamo a scuola. La tua Martina è davanti a te. Approcciala."

Lui si mosse sul divano. Era rigido, teso come una molla caricata a dismisura. L'inesperienza gli trasudava da ogni poro. Invece di avvicinarsi con calma, si buttò letteralmente in avanti. Le sue mani, sudate e tremanti, cercarono subito di afferrare i miei fianchi, scivolando goffamente verso l'alto per cercare di stringermi il seno attraverso la canottiera, mentre il suo viso si avvicinava al mio a scatti, le labbra protese in un tentativo di bacio disperato e frettoloso.

PAMM.

La mia mano scattò, tirandogli uno schiaffo secco sul dorso della mano, facendolo sobbalzare e indietreggiare.

"Fermo!" sibilai, fredda e spietata. "Che cazzo fai? Pensi di essere in un film porno di bassa lega? Sei andato dritto alle tette senza nemmeno guardarmi negli occhi. Sei goffo, sei irruento e sei avido."

"Io... scusa, credevo..." balbettò, il viso in fiamme per l'umiliazione.

"Credevi male. Questa è una penalità. Scendi dal divano."

Lui mi guardò confuso. "Cosa?"

"Ho detto scendi. Mettiti in ginocchio sul pavimento. Subito."

Alessandro obbedì, scivolando sulle ginocchia davanti a me. Era più in basso, costretto a guardarmi dal basso verso l'alto. La sua erezione premeva visibilmente contro la cerniera dei jeans, una tenda dura e dolorosa.

"Mani dietro la testa. Intreccia le dita," ordinai. Quando lo fece, aprendo il torace, mi sporsi in avanti. Mi sedetti sul bordo del divano e allargai leggermente le cosce, in modo che le mie ginocchia sfiorassero i suoi fianchi. Lo spazio tra noi era minimo. Potevo vedere le sue narici dilatarsi mentre il mio profumo, mescolato all'odore intimo del mio desiderio, lo investiva in pieno.

"Questa è la tua punizione," sussurrai, guardandolo dall'alto in basso. "Sei a un palmo dalla mia fica. La senti? Ma non puoi usare le mani. Non puoi muoverti. Puoi solo respirare e soffrire."

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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