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Il perizoma rosso abbassato: Dita bagnate e sesso crudo contro il muro · Cap. 3
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Capitolo 3 di 3 16 min di lettura

Pompini bagnati, fumo e figa rasata: Una notte di sesso sporco in mansarda

Con Vittoria fuori città, una finta serata tra amici si trasforma in una convivenza clandestina ad alto tasso di lussuria, dove i paletti morali vengono spazzati via.

SborrateClandestine
4 mesi fa · 911 letture · 1

La sua mano accelerò, il rumore umido della pelle lubrificata riempì il silenzio della terrazza. I miei occhi si chiusero da soli.

«Sei fuori di testa...» le sussurrai, buttando fuori il fumo.

Lei ridacchiò. Scivolò giù dalla sedia in un movimento fluido, mettendosi in ginocchio sul pavimento freddo proprio davanti a me. Con una mano si raccolse i capelli scuri in una coda improvvisata, con l'altra continuò a lavorarmi con un'intensità brutale, sputando di nuovo, abbondantemente, per rendere tutto fradicio.

«Passami la canna,» mi ordinò dal basso.

Gliela porsi. Fece un tiro, mi soffiò il fumo denso direttamente sull'inguine, poi aprì la bocca. Quelle sue labbra carnose, piene, si chiusero attorno alla mia punta. Il contrasto tra l'aria fredda della notte e il calore umido della sua bocca mi fece inarcare la schiena. La sua lingua giocava freneticamente, mentre mi prendeva sempre più a fondo, succhiando con un ritmo serrato che mi stava fottendo il cervello.

Ci passavamo la canna in un rituale osceno e perfetto: io facevo un tiro, gliela ripassavo, e lei, mentre teneva il fumo nei polmoni, mi segava con le mani intrise di saliva. Poi tornava giù, ingoiandomi con foga.

«Flavia... cazzo, vengo...» gemetti, stringendo i braccioli della sedia.

Lei non si fermò. Mi succhiò un'ultima volta, poi si staccò appena, tenendomi dritto verso il suo viso. Sborrai in spasmi violenti, direttamente su quelle sue labbra dischiuse.

Mi accasciai sulla sedia, il respiro corto. Ma lei, invece di pulirsi o fermarsi, si riavvicinò. Con la bocca ancora sporca del mio climax, riprese a leccarmi la punta e a scorrere la lingua sulla lunghezza. L'ipersensibilità del post-orgasmo mi colpì come una scossa elettrica.

«Fermati... ah, cazzo, fermati, fa quasi male...» mormorai, cercando di spingerla via debolmente, ma l'eccitazione che mi provocava quel gesto era una droga. Nel mentre, finì gli ultimi tiri della canna, spegnendola nel posacenere, e mi portò di nuovo a un passo dal baratro, fermandosi un secondo prima di farmi impazzire del tutto.

Si alzò in piedi e, senza preavviso, mi si sedette a cavalcioni sulle cosce. Sotto la maglietta verde non aveva nulla. Sentii immediatamente il calore della sua figa, già fradicia, strusciarsi contro la mia lunghezza sensibile e umida di saliva.

Mi prese il viso tra le mani. «Dai. Dammi un bacio.»

Girai la faccia, opponendo resistenza. «No. Sai come la penso.» La regola era chiara: i baci, quelli veri, erano solo per Vittoria.

«Non fare lo stronzo,» mi sussurrò, avvicinando le labbra a un millimetro dalle mie. Il suo bacino iniziò a muoversi, un attrito bagnato e calcolato che mi faceva vibrare i nervi. «Non è bello scopare senza baci. E io so che lo vuoi.»

Si strusciava sempre più forte, i suoi occhi scuri piantati nei miei, provocandomi. Piegò la testa e mi sfiorò il collo con le labbra, per poi risalire, soffiandomi sul naso. L'odore del fumo si mescolava a quello del nostro sesso. Il mio corpo rispondeva contro la mia volontà, tornando fottutamente duro contro di lei.

E alla fine, cedetti.

Le afferrai la nuca e schiacciai la mia bocca sulla sua. Fu un bacio rabbioso, passionale, intenso fino a far male. Le nostre lingue si intrecciarono con foga, assaporando la cenere, la saliva e il sapore di quello che avevamo appena fatto. Era un crollo su tutti i fronti.

«Entriamo dentro,» le mormorai contro le labbra, staccandomi per un secondo. «Inizia a fare freddo qua fuori.»

«No,» ansimò lei, mordendomi il labbro inferiore. «Ora non mi muovo da qui. Sono troppo eccitata.»

Senza darmi tempo di replicare, si sollevò appena sulle ginocchia, mi afferrò e se lo infilò dentro con un colpo secco. Un gemito le sfuggì dalla gola mentre si riempiva completamente. A questo giro, i giochi li comandava lei. Iniziò a cavalcarmi sulla sedia, sotto il cielo stellato, la maglietta verde che si alzava rivelando i suoi fianchi perfetti.

Le mie mani scattarono sul suo culo, stringendole le natiche a ogni sua discesa, aiutandola a mantenere quel ritmo serrato. Mi sporsi in avanti, catturando i suoi piccoli seni sotto la stoffa, stuzzicandoli con i denti. La sua figa era una morsa bollente. Lei andava su e giù, ansimando, rubandomi baci disperati ogni volta che si chinava su di me. Il suo ritmo diventò frenetico, disordinato.

«Giorgio... oh cazzo...» urlò a mezza voce, inarcando la schiena. Venne stringendomi fortissimo, i muscoli vaginali che mi pulsavano intorno.

Ma la vera follia fu che, anche dopo essere venuta, non si fermò. Continuò a muoversi in modo irregolare, ipersensibile, gemendo a ogni singolo attrito, finché non ne ebbe abbastanza.

Si sfilò da me con un respiro spezzato, lasciandosi cadere di lato.

«Cazzo... devo andare dentro a sciacquarmi la fessa,» mi sussurrò, con il fiato corto e i capelli incollati al viso sudato.

Quella frase, quel modo di parlare così fottutamente rozzo e volgare, fu la mia condanna. Mi eccitò in un decimo di secondo.

La seguii all'interno. Si chiuse nel piccolo bagno della mansarda, sì, lo stesso identico bagno dove a Pasquetta si era fatta sbattere dal mio amico. Mentre era china sul lavandino con l'acqua aperta per lavarsi, l'istinto animale prese il totale controllo.

Le andai dietro, le afferrai i fianchi e la piegai in avanti, premendo il suo ventre contro la ceramica fredda del lavandino. Non oppose resistenza, anzi, inarcò subito la schiena. La penetrai da dietro, secco e brutale.

La scopai lì, in piedi, con l'acqua che scorreva e il rumore dei nostri corpi che sbattevano tra le pareti strette del bagno, fino a quando non esplosi dentro di lei, un climax intenso e definitivo che mi prosciugò fino all'ultima goccia di energia.

Dopo, ci calmammo. Eravamo letteralmente distrutti, sfiniti e ancora abbastanza fatti. Ci buttammo sul divano e crollammo addormentati in una frazione di secondo.

Avevamo messo la sveglia alle sette del mattino: dovevo accompagnarla a casa prima che i miei genitori si svegliassero e ci beccassero a scendere le scale esterne.

Quando il telefono squillò, eravamo due zombie. Mentre ci rivestivamo in modo meccanico, speravo in un altro round, ma non ne avevamo le forze. Ci scambiammo solo una pomiciata veloce appena svegli, con gli aliti pesanti di fumo e sonno, e le diedi una rapida succhiata di tette mentre lei lottava per infilarsi il top.

La accompagnai a casa con la luce cruda del mattino. Durante il tragitto, in macchina, tornammo a essere i soliti stronzi cinici. Tra una battuta e l'altra, le buttai lì, con la mia solita arroganza, che non mi dispiacerebbe affatto scoparle il culo prima o poi. Ha sorriso, senza dire di no. Chissà se questa richiesta verrà accolta in futuro.

Oggi è il 25 maggio, la data in cui sto mettendo nero su bianco questa storia. In questi giorni l'ho sentita un paio di volte. È assurdo a dirsi, ma Flavia è a tutti gli effetti la mia prima, vera amante con cui ho una frequentazione clandestina che va oltre la botta e via occasionale.

Adesso che Vittoria è tornata, è fottutamente difficile scriversi, e lo sarà ancora di più riuscire a vedersi. Ma l'istinto è una brutta bestia. In generale, se succederà qualcos'altro degno di nota con la ragazza dal vocabolario da scaricatore di porto, state tranquilli che vi aggiornerò.

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