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Adesso Guardaci Scopare · Cap. 2
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Capitolo 2 di 2 19 min di lettura

Scopare sotto il suo ricatto

Camilla li tiene al guinzaglio, li umilia davanti alle persone che amano e proibisce loro persino di guardarsi. Ma la prima disobbedienza di Tommaso e Marta accende una vendetta ancora più sporca.

Giovy22
2 mesi fa · 1.3k letture · 0

Fu un bacio duro, disordinato, trattenuto per un'infinità di tempo. Non c'era un briciolo di dolcezza. Le mie mani scattarono sui suoi fianchi, stringendola a me con una foga quasi violenta, mentre lei mi afferrava la maglietta, tirandomela per strapparmela di dosso. Inciampammo alla cieca, urtando contro la consolle dell'ingresso e facendo tremare le chiavi nel piattino. Marta mi morse il labbro inferiore, un morso vero, facendomi sussultare. La presi per i polsi, spingendola contro il muro, costringendola a rallentare solo per guardarla negli occhi, neri di desiderio.

«Ci sta controllando,» ansimai contro la sua bocca. «Allora smetti,» rispose lei, sfidandomi. «Non voglio.» «Nemmeno io.»

Fu la nostra prima, vera decisione comune. Una disobbedienza deliberata. In quel preciso istante, il mio telefono vibrò nella tasca dei pantaloni. E poi vibrò quello di Marta, abbandonato sul divano. Tirai fuori il mio. Lo schermo era illuminato da un messaggio di Camilla. Una foto di un orologio digitale. L'orario in primo piano. Poi un secondo messaggio:

Marta, anche tu. E subito dopo: Non fate gli stupidi.

Marta allungò il braccio, prese il mio telefono e lo girò a faccia in giù sul mobile dell'ingresso, con un rumore secco. «Dopo,» sussurrò. «E se chiama?» le chiesi, il cuore che mi martellava in gola. «Che chiami.»

Per la prima volta da quando eravamo stati scoperti, stavamo scegliendo consapevolmente il baratro. E ci stavamo buttando a capofitto. La sollevai di peso. Lei mi allacciò le gambe attorno alla vita e la portai in camera sua. La stanza era illuminata a malapena dai lampioni fuori. Sulla mensola spiccava la stessa, vecchia polaroid di noi tre; eravamo sullo stesso fottuto letto in cui, quattro anni prima, avevamo iniziato a mentire per proteggere Andrea. Ma stavolta eravamo diversi. Non c'erano più i ragazzini inesperti ed esitanti. Conoscevamo i nostri corpi alla perfezione.

Marta mi spinse sul bordo del materasso, facendomi sedere. Si inginocchiò davanti a me, i suoi occhi piantati nei miei, carichi di una malizia che sapeva di sfida. Con gesti lenti, mi sbottonò i pantaloni e li fece scivolare giù. «Vediamo quanto sei bravo a disobbedire,» sussurrò, le labbra che si piegavano in un sorriso rovente. Poi, usò la bocca. Il calore umido della sua lingua mi investì come una scossa elettrica. Marta sapeva esattamente come farmi impazzire: giocava con la saliva, scendendo e risalendo con movimenti profondi e sapienti, stuzzicando la mia virilità pulsante, accarezzando la base con tocchi leggeri prima di prendermi di nuovo completamente dentro di sé. La sensazione del suo palato, l'attrito bagnato e perfetto, mi fece rovesciare la testa all'indietro con un gemito strozzato. Le mie mani affondarono nei suoi capelli morbidi, cercando di trattenermi dal venire subito, mentre lei alzava lo sguardo verso di me, compiaciuta del suo potere, accompagnando ogni spinta con piccoli, osceni suoni di piacere.

«Vieni qui,» ringhiai, non potendone più. La tirai su per le braccia, rovesciandola sul letto. Entrai in lei con una spinta unica, spietata, dettata dalla rabbia, dalla paura e da un'urgenza devastante. Marta inarcò la schiena, accogliendomi con un gemito forte che soffocò contro la mia spalla. Era strettissima, bollente. Le pareti del suo corpo si contraevano attorno a me, stringendomi come una morsa a ogni affondo. Le mie mani scivolarono sul suo collo. La strinsi delicatamente, una morsa ferma e consensuale che la fece impazzire. Lei mi graffiò la schiena, spalancando le gambe per prendermi ancora più a fondo. Il ritmo divenne furioso, sudato, i nostri corpi che sbattevano l'uno contro l'altro nel silenzio della stanza. Il sesso era diventato un'arma, una fottuta dichiarazione di guerra contro Camilla.

Proprio in quel momento, mentre sentivo il climax montarmi nel sangue, lo schermo del mio telefono sul comodino si illuminò di nuovo. Marta girò la testa. Lesse il messaggio in anteprima.

Siete insieme, vero?

Marta non staccò gli occhi dallo schermo, ma le sue gambe si strinsero intorno ai miei fianchi con una forza disperata. Mi tirò giù per il collo, schiacciando la sua bocca sulla mia. L'orgasmo ci investì insieme, un'onda d'urto che mi svuotò i polmoni, facendomi crollare sopra di lei, la fronte premuta contro la sua clavicola lucida di sudore.

Rimanemmo stesi, senza fiato, aggrovigliati sulle lenzuola. Il telefono aveva finalmente smesso di vibrare. «Come fa a saperlo?» chiesi, la voce ridotta a un sussurro roco. Marta scosse la testa, accarezzandomi i capelli. «Non lo sa.» «Ha scritto che siamo insieme.» «Ci spera.»

Mi sollevai su un gomito, fissandola. Marta allungò la mano verso il comodino, prese il telefono e iniziò a scorrere i messaggi che Camilla ci aveva vomitato addosso durante tutto il giorno. Non si era limitata a dare ordini. Le sue domande erano martellanti, intrusive, malate. Ci aveva chiesto se ci fossimo toccati di nascosto, chi avesse iniziato la sera prima, quante volte l'avevamo fatto in quattro anni, se io avessi mai pensato a lei mentre stavo con altre ragazze, e perché diavolo Marta stesse rifiutando di farsi toccare da Leonardo. Domande decisamente troppo specifiche per una fidanzatina ferita che vuole solo proteggere il suo ragazzo.

«Le piace,» decretò Marta, gli occhi stretti in due fessure lucide. «Certo che le piace comandarci,» risposi, confuso. «Non soltanto quello, Tommaso.» Mi sventolò lo schermo davanti al viso. «Guardali. È disgustata, è furiosa, vuole vendicarsi... ma è ossessionata. Non riesce a smettere di pensare a quello che facciamo a letto.»

Mi sedetti, passandomi le mani sul viso. «Quindi cosa facciamo? Le spacchiamo il telefono?» «Troppo banale. Soluzione temporanea,» tagliò corto lei, la mente che già viaggiava mille miglia all'ora. Si avvolse nel lenzuolo. Il suo piano era di un'intelligenza diabolica. Avremmo continuato a obbedire. Avremmo tenuto ogni minaccia, ogni singola richiesta. L'avremmo spinta a pretenderne sempre di più, a organizzare lei stessa i nostri fottuti incontri clandestini, facendole credere che controllarci significasse poter scendere sempre più nei nostri dettagli intimi. «Vuoi farla affondare con noi,» sussurrai, comprendendo la genialità della trappola. «No,» mi corresse Marta, un sorriso letale sulle labbra. «Voglio che sia lei a scegliere quanto in profondità.»

Mentre parlavamo, lo schermo si illuminò per l'ennesima volta.

Avete cinque minuti per rispondere.

Marta prese il mio telefono, lo sbloccò con il mio codice e aprì la chat. Non negò nulla. Le dita volarono sulla tastiera.

Hai ragione. Abbiamo disobbedito.

La guardai, sgranando gli occhi. Era una resa incondizionata. L'esca perfetta. Marta aggiunse una seconda riga:

Dicci cosa dobbiamo fare.

Visualizzato all'istante. Passarono dieci, lunghissimi secondi di silenzio digitale. Poi, comparvero i tre puntini di sospensione. Camilla stava scrivendo.

Domani vi spiego le nuove regole.

Marta appoggiò il telefono sul comodino e si lasciò cadere contro i cuscini, trionfante. «E se le regole fossero peggiori di quanto pensiamo?» le chiesi, un brivido freddo lungo la schiena. Marta guardò la fotografia di noi tre sorridenti sulla mensola. «Lo saranno.» Poi piantò i suoi occhi nei miei. «Devono esserlo. Altrimenti non si comprometterà mai.»

La camera da letto era silenziosa, interrotta solo dal respiro pesante e regolare di Andrea, addormentato profondamente accanto a lei. Camilla era sdraiata sul fianco, il viso illuminato dalla luce fredda dello smartphone. Non stava guardando i messaggi di buonanotte del suo fidanzato.

Aveva riaperto il video. Di nuovo. Non le interessava guardare i primi secondi, quelli utili come prova. Lo fece scorrere fino al centro, lasciandolo andare in loop. Le dita sottili pizzicarono lo schermo, ingrandendo un dettaglio specifico: il modo in cui le mani di Marta stringevano la schiena sudacchiata di Tommaso, la disperazione nell'espressione di lui, quella naturalezza animalesca con cui i loro corpi si incastravano alla perfezione. Era un'intimità brutale, totalizzante. Un livello di fame e di connessione che Camilla, in due anni di relazione perfetta e rassicurante con Andrea, non aveva mai nemmeno sfiorato.

Una notifica in alto sullo schermo coprì per un attimo il video. Era un messaggio di Andrea, inviato un'ora prima, prima di addormentarsi.

Tutto bene, amore?

Camilla chiuse il video con un gesto secco, aprì la chat di Andrea e rispose.

Benissimo, tesoro. Dormi.

Poi, tornò nella chat di gruppo, I tre moschettieri. Rilesse l'ultimo messaggio inviato da Tommaso, ma sapeva benissimo che l'aveva scritto Marta. Dicci cosa dobbiamo fare.

Camilla sorrise nel buio. Li aveva in pugno. Li aveva spezzati, li aveva messi in ginocchio ed era pronta a giocarci finché non si fosse stancata. Non poteva sapere che, proprio in quel momento, nella stanza in cui avevano custodito quel segreto letale per anni, Tommaso e Marta avevano appena trasformato la sua morbosa curiosità nel cappio con cui l'avrebbero impiccata.

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