Fu in un camerino di una boutique costosa che il gioco si fece spietato. Camilla uscì indossando un abito aderente, sfilando davanti agli specchi. «Questo ad Andrea piacerebbe?» domandò innocentemente. Marta, seduta sul pouf con le braccia incrociate, le lanciò uno sguardo distaccato. «Sì. Ti sta bene.» Camilla si voltò di profilo, sistemandosi la scollatura. «Oppure dovrei chiedere a Tommaso? Sembra che lui abbia molta esperienza con le fidanzate degli altri.» Le due amiche di Camilla risero senza cogliere la reale cattiveria del riferimento. Io strinsi le mascelle. Marta dovette mordersi l'interno della guancia per non esplodere.
Alla fine, Camilla scelse un abito praticamente identico a uno che Marta indossava spesso per uscire. «Sai cosa starebbe benissimo con questo?» disse Camilla, guardandola attraverso lo specchio. «Le tue décolleté nere. Quelle verniciate. Me le presti per stasera?» Marta si irrigidì. «Preferisco di no. Mi servono.» Camilla non disse una parola. Prese il telefono, aprì la galleria e, con un movimento rapido che le amiche non notarono, girò lo schermo verso Marta per una frazione di secondo. La miniatura del video. I nostri corpi nudi e intrecciati nel buio. Marta deglutì a fatica, abbassando gli occhi. «Certo. Passa a prenderle più tardi.»
Il capolavoro di Camilla, però, arrivò nel pomeriggio. Eravamo seduti in un caffè quando il telefono di Camilla squillò. Era Andrea. Lei rispose, la voce che si addolciva in un istante, e attivò la videocamera. «Amore, ciao!» tubò. «Guarda, oggi mi hanno praticamente rapita loro.» Girò l'inquadratura verso di me e Marta. Lo schermo mostrò il viso felice e rilassato del mio migliore amico. «Lo sapevo che vi sareste capiti, alla fine,» disse Andrea, il sorriso che gli illuminava gli occhi. «Siete fantastici, ragazzi.» Io e Marta, con il cuore che sanguinava e lo stomaco in fiamme, sorridemmo alla telecamera. Quando Andrea riattaccò, il sorriso zuccheroso di Camilla svanì all'istante, sostituito da una smorfia fredda. «Bravi. Sembravate quasi sinceri.»
La sera, la tortura continuò. Camilla pretese che andassimo tutti e quattro a bere qualcosa nel nostro solito locale. Voleva testare il suo guinzaglio in pubblico. Il telefono di Marta non smetteva di vibrare: Leonardo le scriveva in continuazione, chiedendo spiegazioni per i messaggi freddi della sera prima.
Appena ci sedemmo, Camilla si appoggiò alla spalla di Andrea. «Sai, Andre,» esordì, mescolando il cocktail, «Marta mi ha chiesto scusa per come si è comportata ieri sera.» Andrea smise di bere e guardò Marta, sinceramente sorpreso. Marta, ovviamente, non aveva fatto nulla del genere. Camilla le sorrise, un sorriso velenoso e in attesa. Marta si schiarì la voce, le unghie conficcate nei palmi delle mani sotto il tavolo. «Sì. Avevo esagerato.» Andrea apparve incredibilmente sollevato. Allungò una mano e sfiorò il braccio di Marta. Abbassai lo sguardo sul mio bicchiere; sapevo quanto le stesse costando pronunciare quelle parole. Ma Camilla non aveva finito. «Digli anche perché.» Marta chiuse gli occhi per un istante. «Perché... ti ho giudicata ingiustamente. Sono stata gelosa del nostro gruppo. E possessiva.» Gelosa. Camilla aveva scelto quella parola con cura chirurgica, obbligando Marta a ingoiare una verità distorta che la feriva nel profondo.
Per tutta la serata, Camilla si assicurò di dividerci. Si sedette esattamente in mezzo a noi. Se cercavo di parlare con Marta, mi interrompeva o mi mandava al bancone a ordinare. Prese Marta sottobraccio più volte, ostentando ad Andrea quanto fossero diventate improvvisamente intime e complici. Sotto il tavolo, il mio telefono vibrò. Un messaggio sul gruppo dei "Tre moschettieri".
Non guardatevi.
Lessi la riga e, istintivamente, alzai gli occhi verso Marta, per cercare i suoi. Camilla se ne accorse immediatamente. Il mio telefono vibrò di nuovo.
Avevo detto di non guardarvi.
Sotto il testo, un'immagine. Lo screenshot della sua galleria, con il dito a un millimetro dal tasto Inoltraaccanto al nostro video. La tensione divenne fisica, asfissiante. Eravamo seduti a un metro di distanza, intrappolati nella stessa bugia, ma ci era proibito toccarci, parlarci, persino guardarci senza il permesso del nostro carnefice.
Verso l'una, Camilla decretò la fine della serata. Mi ordinò di accompagnarla a casa, imponendo a Marta di tornare da sola con la sua auto. Arrivati davanti al suo portone, spensi il motore. Camilla si slacciò la cintura, prese la borsa e si chinò verso di me. Il suo profumo mi diede la nausea. «Mandami una foto quando sei a casa,» sussurrò. «Da solo.» Aprì lo sportello, ma prima di scendere si voltò di nuovo. «E non pensare di raggiungerla. Lo saprei.» «Come?» chiesi, stringendo il volante. Lei fece un mezzo sorriso. «Perché non siete bravi a stare lontani. È il motivo per cui vi ho scoperti.»
Scese e chiuse la portiera. Aspettai che il portone si chiudesse dietro di lei. Presi il telefono, aprii la galleria e cercai una vecchia foto scattata in camera mia settimane prima. L'angolazione mostrava il letto vuoto. Gliela mandai. Poi, misi in moto e guidai verso casa di Marta.
Non le mandai nessun messaggio. Accostai nel suo quartiere e la vidi subito. Era in piedi davanti al portone, la borsa a terra, il telefono premuto contro l'orecchio. Stava litigando con Leonardo, la voce bassa ma carica di esasperazione. Quando chiuse la chiamata stropicciandosi gli occhi, si voltò e mi vide parcheggiare. Non sembrava sollevata. Sembrava sul punto di esplodere.
«Che ci fai qui?» mi aggredì, camminando a passi pesanti verso di me non appena scesi. «La stessa cosa che fai tu.» «Io vivo qui, Tommaso.» «Non intendevo questo.» Marta si bloccò. Sostenne il mio sguardo, il respiro affannoso. Capì esattamente cosa intendevo. Non stavamo solo fuggendo da Camilla. Stavamo correndo l'uno verso l'altra, come sempre. Raccolse la borsa senza dire una parola. Inserì la chiave nella toppa e mi fece cenno di entrare.
L'appartamento era buio, illuminato solo dai lampioni della strada. Non facemmo in tempo ad arrivare in salotto che la tensione scoppiò come una corda troppo tesa.
«Sei un impulsivo del cazzo!» sbottò Marta, gettando la borsa sul divano e voltandosi verso di me. «L'hai trascinata in camera con la forza, Tommaso! Le hai rivelato che andava avanti da quattro anni in due secondi netti!» «Che cazzo dovevo fare?» urlai di rimando. «Mentre io cercavo di fermarla, tu sei rimasta immobile sul letto a farti registrare!» «Cosa pretendi? Che risolva sempre tutto io?» «No, ma tu hai persino risposto a Leonardo mentre lei ci teneva in pugno!» Feci un passo verso di lei, la rabbia che mi bruciava le vene. «Mi incolpi di non avere un piano? Sei stata tu, quattro fottuti anni fa, a stabilire che Andrea non avrebbe mai dovuto sapere nulla! Adesso stiamo pagando il tuo fottuto patto!»
Marta mi puntò un dito contro il petto. Aveva gli occhi lucidi e il respiro corto. «Non scaricare la colpa su di me. Se non fossi tornata da me ogni volta, non avrebbe avuto niente da scoprire!» Afferrai il suo polso, bloccandole la mano contro il mio petto. Il contatto fu come una scossa. «Se tu mi avessi fermato davvero, almeno una volta, non sarei tornata,» ringhiai a un millimetro dalla sua faccia. Marta cercò di tirare indietro il braccio, ma non ci mise forza reale. Alzò il mento, sfidandomi. «Non volevi essere fermato.» «E tu non volevi che smettessi.»
Silenzio. Le parole rimasero sospese nell'aria densa della stanza. L'eco della nostra rabbia svanì, divorata dalla verità assoluta, brutale e innegabile che avevamo appena sputato fuori. Eravamo soli. Pieni di rabbia, carichi di adrenalina, e stanchi di mentire a noi stessi. I nostri petti si alzavano e si abbassavano all'unisono. Il suo profumo, il calore della sua pelle contro la mia mano, l'oscurità del salotto: la discussione era finita, ma la tensione si era appena trasformata in qualcos'altro, qualcosa di molto più profondo e affamato.
Le mie parole rimasero sospese a mezz'aria, cariche di una verità troppo pesante. Marta mi guardò, il respiro che le sollevava il petto a scatti. Poi, con uno scatto improvviso, mi spinse per le spalle, costringendomi a indietreggiare verso il corridoio, verso la porta d'ingresso. Era la copia esatta del modo in cui io avevo bloccato Camilla poche ore prima.
«Dovevi restare a casa,» sibilò, la schiena contro il legno. La guardai dall'alto in basso, immobile. «Mandami via, allora.» Marta allungò una mano dietro di sé. La serratura scattò. Mi aprì la porta, lasciando entrare lo spiffero freddo delle scale del palazzo. Rimasi piantato sul pavimento. Non feci un solo passo. Poteva lasciarmi uscire. Bastava una spinta. Invece, i suoi occhi castani si accesero di una rabbia scura, affamata. Sbatté la porta, chiudendola con forza. E mi baciò.
