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Erotika
Sudore e Labbra Proibite · Cap. 2
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Capitolo 2 di 3 18 min di lettura

un cazzo per rimpiazzo

l'incontro con l'amico di rob va quasi bene, ma chiara nella testa ha solo ross

ile
7 mesi fa · 753 letture · 3

«Vedi? Ti fai prendere così...» continuò, la sua voce che vibrava contro il mio collo mentre il suo bacino non smetteva di premere, «e ti fai palpare queste belle tette pallide. Ti lasci andare e basta.»

Ero paralizzata, il cuore che mi rimbombava nel petto come un tamburo. L'eccitazione mi stava letteralmente accecando. Sentivo l'umidità espandersi nei miei slip in modo imbarazzante, una vera e propria inondazione scatenata da quel finto gioco.

Ross si allontanò di un paio di centimetri, giusto il tempo di guardarmi in faccia con un sorrisetto sfacciato, soddisfatto. «E pensa,» mi sussurrò a un soffio dalle labbra, l'alito caldo che sapeva di menta, «che io non ho manco il cazzo.»

Avvampai. Il calore mi salì dal petto fino alle guance, infiammandomi il viso. L'imbarazzo e l'eccitazione si mescolarono in un groviglio inestricabile. «S-sei una stupida rozza, Ross!» squittii, balbettando, dandole una spinta leggera e finta sul petto per allontanarla, cercando disperatamente di fare la finta offesa. «Ma che fai?! E se entra qualcuno?!»

Ross rise di gusto, allontanandosi e facendomi l'occhiolino, totalmente ignara (o forse no?) del fatto che, lì sotto, mi avesse appena ridotta a un lago di desiderio liquido. «Rimettiti le mutande della domenica, pulcino, e muoviti a vestirti. Oggi ti offro la colazione.»

La colazione al bar fu una fottuta tortura. Eravamo sedute al tavolino all'aperto, il sole che le illuminava i capelli biondi facendoli sembrare oro fuso. Ross addentava il suo cornetto alla crema parlando a macchinetta di una discussione avuta con Rob la sera prima, gesticolando e imprecando a mezza voce. Era bellissima, caotica e totalmente ignara.

Io, invece, ero un disastro. Annuii e sorrisi nei punti giusti, ma non sentii mezza parola di quello che disse. Il mio cervello era rimasto incastrato nello spogliatoio. Sentivo ancora il fantasma del suo inguine premuto contro il mio, l'attrito del suo bacino, il calore della sua mano che mi stringeva il seno. Sotto i jeans, le mie mutandine erano così bagnate che ogni minimo movimento sulla sedia mi mandava una scossa elettrica lungo la spina dorsale.

Mentre lei parlava del più e del meno, io le fissavo le labbra. Guardavo il modo in cui la lingua guizzava per raccogliere una briciola di sfoglia dall'angolo della bocca. Cazzo, pensai, stringendo la tazzina del caffè fino a farmi sbiancare le nocche. Non vedo l'ora di tornare a casa. Non vedo l'ora di chiudermi in camera e sgrillettarmi fino a perdere i sensi pensando a te.

Quando finalmente ci salutammo – con un altro dei suoi abbracci stretti e possessivi che mi lasciarono addosso il suo odore di vaniglia – coprii il tragitto fino a casa quasi correndo.

Mia madre non c'era. Aveva il turno di tutto il giorno. Chiusi a chiave la porta d'ingresso, lanciai il borsone della palestra in corridoio e mi precipitai in camera mia. Mi buttai sul letto a pancia in su, il respiro già corto. Sfilai i jeans con un'urgenza febbrile, liberandomi di quegli slip umidi che mi avevano tormentata per tutta la mattina.

Presi il cellulare con le mani che mi tremavano. Aprii la nostra chat. Ross mi mandava spesso le foto dei suoi progressi fisici: selfie allo specchio con i leggings attillati, scatti in cui si tirava su la maglietta per mostrare gli addominali tonici, o inquadrature dall'alto dove il suo seno generoso, spolverato di lentiggini, faceva capolino dal top sportivo.

Ne aprii una. Era in bagno, i capelli biondi spettinati, il telefono che le copriva a metà il viso mentre l'obiettivo inquadrava le curve perfette dei suoi fianchi e l'ombra dell'inguine sotto la stoffa.

Fissando quello schermo, portai la mano libera tra le mie gambe. Gemetti non appena i miei polpastrelli scivolarono sulla mia stessa umidità. Chiusi gli occhi per un secondo, richiamando alla mente la sua voce roca. Guarda, Chiara, è così facile... Le mie dita iniziarono a muoversi. Prima accarezzai i contorni, poi trovai il mio centro, massaggiando il clitoride con movimenti circolari e decisi.

«Ross...» ansimai nel silenzio della stanza. Feci scorrere lo schermo del telefono con il pollice, passando a un'altra foto. In questa sorrideva, mordendosi il labbro inferiore. Immaginai che non fosse il telefono a guardarmi, ma lei. Immaginai che fosse di nuovo contro di me, a spingermi contro il materasso stavolta, le sue mani forti ad aprirmi le cosce.

Il piacere iniziò a montare, caldo e prepotente. Aumentai il ritmo, affondando due dita dentro di me mentre il pollice continuava a torturare quel piccolo punto sensibile. Inarcai la schiena contro le lenzuola, il respiro che si trasformava in una serie di gemiti spezzati. «Cazzo... sì...» sussurrai, sentendo la tensione accumularsi nel basso ventre. Fissai l'immagine del suo décolleté sullo schermo, la mente annebbiata dal desiderio puro, finché l'orgasmo non mi investì come un treno in corsa. Venni stringendo le cosce attorno alla mia stessa mano, tremando, mentre ondate di calore mi svuotavano la testa, lasciandomi a boccheggiare sul cuscino.

Fu un orgasmo meraviglioso. Intenso. Ma durò troppo poco.

Quando il battito del mio cuore rallentò, abbassai il telefono. Il silenzio della mia stanza mi piombò addosso, pesante e vuoto. Le mie dita erano bagnate, il mio corpo soddisfatto, ma il vuoto nel petto era una voragine. Non mi bastava più l'immaginazione. Non mi bastava uno schermo freddo.

Voglio Ross, pensai, una consapevolezza cruda e violenta che mi fece quasi male fisicamente. Voglio leccarle la figa. Voglio assaggiarla, voglio sentirla gemere contro la mia bocca, non voglio più far finta.

Ma non potevo averla. Era fidanzata con Rob, e per lei io ero solo il "pulcino" da svezzare. Una ragazzina con cui fare battute spinte.

Mi misi a sedere sul bordo del letto, nuda dalla vita in giù, frustrata fino alle lacrime. Avevo bisogno di uno sfogo reale. Avevo bisogno di pelle contro pelle per scacciare questa ossessione, o almeno per stordirmi abbastanza da non pensarci per qualche ora. Ross mi aveva detto di lasciarmi andare. Mi aveva dato un compito.

Afferrai di nuovo il cellulare. Uscii dalla nostra chat e aprii quella con Marco. C'era ancora il suo ultimo messaggio di lunedì sera, a cui non avevo risposto. Senza darmi il tempo di pensare, di razionalizzare, le mie dita volarono sulla tastiera.

Scusa per l'altra sera. Oggi mia madre non c'è. Alle 18 qua da me, ti va?

Inviai la posizione. Meno di un minuto dopo, lo schermo si illuminò. Marco: Ci vediamo alle 18, Chiara.

Mi lasciai cadere all'indietro sul materasso, fissando il soffitto. Il dado era tratto.

Alle cinque del pomeriggio, l'ansia mi stava divorando viva. Avevo bisogno di una spinta. O forse, semplicemente, avevo bisogno di vederla un'ultima volta per caricare le mie fantasie prima di dover affrontare la realtà.

Mi sedetti sul letto, ancora in intimo, e feci partire la videochiamata. Ross rispose quasi subito. Lo schermo sfarfallò per un secondo, prima di rivelare una visione che mi fece mancare il respiro.

«Cristo, pulcino, fa un caldo infernale oggi, vero?» esordì lei, sospirando rumorosamente.

Era spaparanzata sul divano di casa sua. Praticamente non era vestita. Indossava solo un paio di slip di cotone grigio sgambati e una canottiera bianca a coste, talmente sottile e usurata che non lasciava assolutamente nulla all'immaginazione. Sotto la stoffa leggera non c'era traccia del reggiseno. I suoi seni pieni e pesanti, punteggiati di lentiggini, sembravano sul punto di strabordare a ogni suo minimo movimento. E lei si muoveva in continuazione: si sistemava i capelli biondi raccolti in un nido disordinato, si sporgeva in avanti per prendere il bicchiere d'acqua dal tavolino, facendo ballonzolare le sue curve in un modo così ipnotico e sfacciato che dovetti deglutire a vuoto.

«S-sì, fa molto caldo,» balbettai, cercando di mantenere gli occhi fissi sul suo viso angelico e non sulla scollatura abissale. «Ross, io... ti devo dire una cosa.»

Lei si accorse del mio tono. Si raddrizzò, incrociando le gambe sul divano. «Dimmi tutto, occhi blu. Che faccia che hai.»

«Ho scritto a Marco,» sputai fuori, tutto d'un fiato. «Mia madre ha il turno di notte. Lui... sta venendo qua. E ho intenzione di... beh, di chiavare.»

Ross sgranò gli occhi grigio-verdi. Per un secondo rimase in silenzio, poi il suo viso si aprì in un sorriso a trentadue denti, radioso e selvaggio. «Sì! Cazzo, sì, Chiara!» urlò, battendo le mani con un entusiasmo tale che la telecamera tremò, e con lei le sue tette morbide contro la canottiera. Sembrava in totale estasi, fiera come una maestra che vede la sua alunna preferita superare l'esame finale. «Era ora! Sapevo che stamattina ti avevo sbloccata. Sono così fiera di te, pulcino.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Cap. 3

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