Poi, qualcosa cambiò. O meglio, lei decise di cambiarmi.
Nei tre mesi successivi, Ross mi prese letteralmente sotto la sua ala, trasformandosi nella mia personal trainer non ufficiale. E non era una maestra delicata. Era fisica, invadente, tattile. Se la mia postura allo squat era sbagliata, non me lo spiegava a parole: si piazzava dietro di me, mi afferrava i fianchi con le sue mani forti e calde, e mi spingeva il bacino nella posizione corretta, i nostri corpi che si sfioravano attraverso la lycra sottile dei leggings.
«Scendi di più, pulcino. Fammelo vedere questo culo,» mi provocava, e io avvampavo, obbedendo ciecamente.
A volte, i suoi tocchi erano audaci da farmi mancare il fiato. Durante la leg press, mentre spingevo con le gambe tremanti, le sue dita scivolavano con disinvoltura lungo l'interno della mia coscia, pericolosamente vicine all'inguine. «Usa questi muscoli, Chiara, non contrarre solo le ginocchia,» sussurrava. E io stringevo i denti, non per lo sforzo, ma per il calore improvviso che mi inondava il basso ventre ogni volta che la sua pelle sfiorava la mia.
Fuori dalla sala pesi, eravamo diventate inseparabili. Messaggiavamo a tutte le ore, condividevamo spritz ghiacciati al bar all'angolo e confidenze. Ross era il mio scudo. Se un ragazzo in palestra osava fissarmi un secondo di troppo o fare un commento viscido, lei lo inceneriva con uno sguardo così feroce da farlo scappare a gambe levate.
Nello spogliatoio, però, il rapporto assumeva sfumature diverse. Ero sempre estremamente timida quando dovevo spogliarmi davanti a lei, coprendomi con la cura di una suora, ma Ross non perdeva occasione per abbattere le mie difese con la sua rozza, sfacciata fierezza.
«Chiara, copriti meno, cazzo. Hai una pelle che sembra seta, che ti nascondi a fare?» mi diceva, camminando nuda davanti al mio armadietto senza il minimo imbarazzo. Poi, con una rapidità che mi faceva sussultare, mi mollava uno schiaffo secco e sonoro sul sedere. «Guarda qui, che pesche dolci hai. Vorrei proprio vedere se continui a essere così pudica quando ti accorgerai di quanto sei sexy.» Mi faceva arrossire fino alla punta dei capelli, ma il suo tocco, per quanto brusco, era sempre intriso di un’inaspettata, grezza dolcezza che mi faceva sentire, per la prima volta, desiderabile.
Ma Ross era anche un vulcano di nervi. La sua indole irritabile esplodeva puntualmente contro Rob. Quando lui, in tutta la sua goffaggine, sbagliava a montare un peso o si intrometteva nel nostro allenamento, Ross cambiava faccia.
«Rob, ma sei un ebete? Ti ho detto di bloccare il disco, non di lasciarlo lì in bilico a rischiare di tranciarmi un piede! Ma vaffanculo, levati dai coglioni prima che ti prenda a calci io!» urlava, attirando gli sguardi di metà palestra. Rob, dal canto suo, abbassava la testa, mortificato. Era un patatone, gentile e incredibilmente premuroso con me. Spesso, mentre Ross imprecava, lui mi passava una borraccia d'acqua o mi dava una mano a spostare un attrezzo pesante. «Scusala, Chiara, sai com'è fatta quando ha le palle girate...» mi diceva sottovoce, con un sorriso bonario.
Ross, però, lo trattava come un inserviente, una sorta di schiavetto personale. «Ehi, tu! Smettila di fare il galante con Chiara e vai a portarmi l'asciugamano pulito, muoviti!» lo apostrofava con disprezzo scherzoso, ma pungente. Rob rideva, scuotendo la testa, e obbediva.
Tutto questo miscuglio di urla, schiaffi sulle natiche, confidenze sussurrate e litigate furibonde creava un’elettricità costante che non mi dava tregua.
Sotto la sua protezione, quel guscio vuoto e traumatizzato che ero diventata iniziò a creparsi. Stavo guarendo. E, cosa che mi spaventava e mi eccitava al tempo stesso, il mio corpo stava ricominciando a svegliarsi dal letargo in cui il mio ex lo aveva gettato.
L'apice arrivò un giovedì mattina. Ero alla lat machine, la schiena madida di sudore. Ross era in piedi dietro di me, le mani appoggiate saldamente sulle mie clavicole per tenermi ancorata al sedile. Sentivo il calore del suo addome contro la mia schiena, il suo respiro che mi scompigliava i capelli sfuggiti alla coda.
«Tira giù, brava. Contrai bene i dorsali,» mormorò, e mentre lo diceva, le sue mani scivolarono giù, accarezzandomi i fianchi per poi infilarsi per un attimo sotto l'orlo della mia maglietta, sfiorandomi la pelle nuda della pancia.
Trattenni un gemito. Chiusi gli occhi, perdendo quasi la presa sulla sbarra.
In quel momento, un'ombra massiccia ci coprì. Rob, il "babasone", le si era avvicinato da dietro. Si chinò verso di lei e le sussurrò qualcosa all'orecchio, sfiorandole il collo con le labbra. Ross ridacchiò, un suono basso e roco che non le avevo mai sentito fare. La pressione delle sue mani scomparve dal mio corpo, lasciandomi una sensazione di vuoto e freddo.
«Chiara, finisci le tue serie da sola, okay?» mi disse, la voce improvvisamente un'ottava più bassa. «Io devo... sbrigare una cosa. Ci vediamo di là.»
Senza aggiungere altro, sparì verso gli spogliatoi, seguita da lui. Finii l'esercizio in modo meccanico, la mente in subbuglio. Quando entrai nello spogliatoio femminile dieci minuti dopo, c'era solo il rumore dell'acqua scrosciante. Di solito, facevamo la doccia nei cubicoli di fronte, chiudendo le tende e urlandoci le nostre chiacchiere per sovrastare il rumore dell'acqua.
Andai verso la nostra zona, stringendo l'asciugamano. «Ross? Ci sei?» chiamai.
Non ci fu risposta, solo un tonfo sordo, come di carne contro le piastrelle, e un gemito strozzato. Mi bloccai. Buttai l'occhio oltre l'angolo. La tenda dell'ultima doccia era spalancata.
Il vapore era denso, ma la scena era inequivocabile. Ross era sollevata contro le piastrelle fredde. Le sue gambe toniche, quelle che ammiravo ogni giorno, stringevano i fianchi di Rob, mentre lui le entrava dentro con spinte brutali e disordinate. L'acqua scrosciava sui loro corpi mescolandosi al sudore.
Ma io non guardavo lui. Io guardavo lei. Ross aveva la testa rovesciata all'indietro, i capelli biondi e bagnati appiccicati al viso. Le sue mani graffiavano la schiena larga del fidanzato con una foga animalesca. La sua bocca, quella bocca carnosa e ironica, era aperta in un gemito forte, inarticolato, perso in quel rumore d'acqua. Era sottomessa fisicamente, ma dominava la scena con la sua fame inesauribile.
Sentii una vampata di calore investirimi come uno schiaffo. Un brivido violently mi percorse la schiena, concentrandosi tutto al centro delle mie gambe. Il mio respiro divenne corto, affannoso. Mi ritrassi, terrorizzata di essere vista, ma completamente ipnotizzata.
Cazzo.
Dovevo farmi la doccia, ma era impossibile restare lì. Quel qualcosa di sopito in me si era appena risvegliato con la violenza di un terremoto. Girai sui tacchi. Mi rivestii in tempo record, le mani che tremavano così tanto da faticare ad allacciare le scarpe. Uscii dalla palestra correndo, l'aria fresca del mattino che non serviva a spegnere l'incendio che avevo addosso.
Abitavo a due isolati di distanza. Infilai le chiavi nella serratura, spinsi la porta ed entrai come una furia. «Chiara, sei tu?» chiamò mia madre dalla cucina. Non le risposi. Mi precipitai in bagno e chiusi a chiave.
Mi spogliai strappandomi letteralmente i vestiti di dosso. Aprii l'acqua della doccia, caldissima, ed entrai senza aspettare che la cabina si scaldasse. L'acqua mi colpì il viso, il petto, e fu come accendere una miccia.
Chiusi gli occhi. Ma invece del buio, c'era lei. C'erano i suoi seni perfetti schiacciati contro un petto maschile, le sue lentiggini bagnate, la sua voce rotta dal piacere. Mi portai una mano al seno, stringendolo con una forza che mi sorprese. Erano mesi, forse un anno intero, che non mi toccavo senza provare un senso di ansia o di repulsione. Ma ora... ora non c'era spazio per il mio ex. C'era solo Ross.
Lasciai scivolare la mano libera sul mio stomaco, giù, fino a trovare il mio centro. Ero fradicia e pulsante. Al primo tocco delle mie stesse dita, gemetti ad alta voce. Immaginai che non fossero le mie mani. Immaginai quelle di Ross, forti e decise, come quando mi correggeva la postura. Mi accarezzai, prima piano, poi sempre più veloce, seguendo il ritmo impresso nella mia memoria delle spinte che avevo appena visto.
«Ross...» ansimai contro il getto d'acqua, mordendomi il labbro fino a sentire il sapore del sangue.
L'orgasmo mi travolse con una prepotenza inaudita. Un'onda di calore liquido che mi fece tremare le gambe, costringendomi ad appoggiarmi alle pareti della doccia per non cadere. Rimasi lì, ansante, l'acqua che lavava via il sudore e le lacrime di frustrazione, ma non il desiderio.
Ero viva. E volevo lei.
Il mio corpo, che per un anno intero era stato una prigione di traumi e repressione, si era risvegliato con una fame che mi faceva quasi paura. Per tutto il fine settimana, non feci altro che assecondarla. Mi sentivo letteralmente rinata. La notte di venerdì, rannicchiata sotto le lenzuola del mio letto, le mie dita avevano trovato di nuovo la strada tra le mie cosce. Nel buio della mia stanza, non c'era traccia del mio ex, né delle sue mani rudi. C'era solo l'immagine di Ross. Rivedevo la sua schiena inarcata, l'acqua che le scivolava sui seni pieni e punteggiati di lentiggini, e sentivo l'eco di quel suo gemito rauco e inarticolato. Mi portai al limite stringendo il cuscino tra i denti, venendo con spasmi così violenti da lasciarmi senza fiato, le gambe tremanti aggrovigliate nelle coperte.
