Si mette a piangere in silenzio. Cerco di abbracciarla, ma mi respinge. A questo punto, Adele deve essersi destata. Mi avvicino a lei «Sei sveglia?» Lei esita, poi risponde: «Sì, ma posso restare ancora a letto, se vuoi, padrone.» Evidentemente, non vuole essere coinvolta. «Non preoccuparti, Irina si calmerà da sola.» La prendo in braccio, la deposito nella carrozzina, la porto in bagno, la metto sul water, la lavo sopra e sotto, la porto in cucina. Dò degli antalgici a lei e ad Irina, che, come previsto, si è calmata da sola. Scaldo le brioches al microonde, preparo del tè, apro una confezione di latte UHT e una di fiocchi d'avena integrali che conservo per le emergenze, tagliuzzo della frutta un po' troppo matura e preparo del porridge freddo per tutti (odio il porridge caldo). Una normale colazione, direi. Non gradisco uova, bacon o salsiccia, al mattino.
Le due ragazze rimangono a guardare la propria brioche, il tè fumante e la ciotola di porridge con la frutta. Forse non vogliono i mirtilli rossi e l'uva passa che ho aggiunto? «Non vi piacciono? Potete toglierli e metterli nella mia ciotola.» Mi riferisco ai mirtilli. Ad alcuni piace fare colazione con frutta secca oltre ai cereali, quindi mi alzo, prendo la scatola con i semi di girasole, noci e mandorle sgusciati, e la metto in tavola. «Servitevi pure. Io li mangio come spuntino a metà mattina e, se ho fame, per merenda, ma forse li preferite a colazione.»
Irina silenziosamente lascia scorrere goccioloni di lacrime lungo la guancia. Un po' di moccio le cola dal naso, ma non se ne cura. Per nulla affascinante, opino. «Hey, se vuoi pane e marmellata, basta dirlo. Non serve piangere!» cerco di sdrammatizzare. Non penso sia una questione di mirtilli o di marmellata.
Per tutta risposta, Adele si mette a singhiozzare. Piccoli singhiozzi, da bambina. Contrastano decisamente con l'aspetto adulto della ragazza. Poi i singhiozzi diventano un pianto sommesso. Porca miseria, le mie prodezze culinarie non sono MAI state accolte così male! Pensavo di farle felici, dopo anni di pappone da schiavi, invece ho sbagliato tutto. Forse dovevo preparare un frullato di porridge, brioche, semi di girasole, pane e marmellata e farglielo mangiare in ciotole da cani inginocchiate sul pavimento. Magari con qualche frustata sul culo come condimento. Mmm. L'idea mi affascina e mi eccita. Il mio migliore amico, accasciato dallo sfogo di Irina, prende vita. In effetti, le due ragazze, vestite solo di una t-shirt oversize, sono uno spettacolo. Peccato che piangano entrambe. E comunque, non ho ciotole da cani. Dovrò visitare il sito delle aste al più presto.
Non riesco a mangiare, con quella 'via dolorosa' di fronte a me. Devo fare qualcosa. Il tè si sta freddando troppo. A mali estremi, estremi rimedi! Prendo dal freezer due coni gelato al cioccolato. Chi resiste al cioccolato? Forse Gandhi. Li metto davanti al naso delle piagnucolose: «Mangiateli alla svelta, altrimenti si sciolgono e sporcate la cucina che ho appena pulito.» Sembra che non sappiano cosa sia un cono gelato. Per la verità, non sono un patito dei gelati, li ho comprati per le emergenze e perché erano in offerta. Okay, al gelato posso resistere, ma alle superofferte no!
Finalmente, Adele prende il cono. Ma anziché scartarlo, lo tiene fra le mani giunte, davanti a sé. E ci piange sopra. Letteralmente. Lo bagna con le lacrime. Irina continua a piangere contemplando il tavolo. Aspetto trenta secondi d'orologio, poi considero fallito il tentativo. Rimetto i gelati nel freezer. Le ragazze cominciano a darmi sui nervi. Ora capisco quelli che le tengono legate, imbavagliate e le nutrono col sondino!
Ormai ho finito la mia colazione. Sparecchio le stoviglie che ho usato e le lavo nell'acquaio. Le due frignone stanno ancora lì. Per loro fortuna, non ho una frusta, altrimenti forse la userei. Mi prendo un appunto mentale: chiedere al padrone dove compra le sue. Sono davvero di qualità, spero che non costino troppo. Credo che le fruste siano troppo importanti nella vita di un uomo (e di una donna) per lasciare l'acquisto al caso. Spinto dall'esasperazione, opto per un'azione estrema. Sono riluttante. Mi ero ripromesso di trattarle con durezza ma gentilmente. Pugno di ferro in guanto di velluto, come si dice. Contravvenire ai miei principi già al primo giorno mi ripugna, ma quel che è troppo, è troppo. Se lo sono meritato. Io ho fatto il possibile, e così mi auto assolvo per i miei peccati.
Sono sedute abbastanza vicine, posso afferrarle entrambe contemporaneamente. Mi metto silenziosamente alle loro spalle e mi accoscio. Con la mano destra mi dirigo verso l'ascella destra della ragazza a destra, con la sinistra vado verso l'ascella sinistra dell'altra. Non sospettano di nulla. Non sanno che la loro crisi di pianto sta per finire, le fanciulline! Beh, fanciulline non proprio, sono due pezzi di stangone, se fossero più in carne le definirei giunoniche.
Scatto senza esitazione. La vendetta è mia!
Ho le mani nel cavo delle ascelle delle lagnose. Senza indugio, comincio ad accarezzarle. Entrambe fanno uno zompo, e sicuramente si fanno male battendo il piede a terra. Ignoro gli strilli e continuo. Data la mia posizione, riesco a trattenerle in un abbraccio mortale. Irina è la prima a singultare. Cerca invano di liberarsi della mia mano, poi fa dei versi che sembrano quelli di una chioccia. Adele deve avere il piede in fiamme e ulula, si divincola, si agita, cerca di alzarsi sulla gamba sana, ma è inutile. È presa dai singhiozzi, sento il torace contrarsi, alza le ginocchia e sbatte sotto il tavolo, non ce la fa più, ed è la prima a cedere. Emette versi strani e disarticolati, poi una specie di risata convulsa che contagia l'altra. Entrambe strillano e guaiscono, e alla fine ridono. Non riescono a trattenersi. Smettono di cercare di togliere la mia mano dall'ascella. Si contorcono come capitoni presi all'amo. Si appoggiano al tavolo e lo fanno tremare. Irina è la prima a gridare «Pietà!», poi è un coro di «Basta! Padrone! Pietà!» Ma io non ho pietà delle due sgnàcchere. Mi hanno fatto arrabbiare.
Le sento respirare a fatica, e le lascio andare. Si afflosciano continuando a ghignare. «Ora mangiate il cibo che vi ho preparato, o sarà peggio per voi!» intimo alle due, ma Irina ribatte: «Ma padrone, non possiamo! Questo cibo è troppo buono per noi. Noi possiamo mangiare solo cibo da schiavi.» Adele annuisce vigorosamente. Almeno non sono più catatoniche. «Fate un po' quello che volete, ma se il cibo non lo mangiate voi, andrà buttato, e voi rimarrete digiune. Non ho pappone e non intendo comprarne. E credo ci sia la regola di prendere tutto quello che il padrone vi dà, che lo vogliate o no. Regolatevi, non siete stupide. Non del tutto, almeno.»
Esco prima di prenderle a pàcchere. Controllo Clio, che sonnecchia, per fortuna. Svuoto l'urina, controllo il drenaggio. Ha ancora metà flebo. Le cambierò medicazione prima di uscire. Raccolgo coperte e lenzuola, quindi piego le brande e le metto in un angolo. Voglio lavorare un po' e ho bisogno dei miei cassetti e della scrivania. Accendo il PC, faccio delle telefonate. Poi sento dei rumori. La casa è chiusa e sigillata, le due non possono uscire. Ma mi chiedo cosa stiano combinando. Vado in cucina e le vedo. Hanno messo via il latte e il resto, lavato le loro stoviglie e le stanno riponendo nello scolapiatti. Irina ci arriva senza difficoltà, ma, per sapere dove riporre le cose, devono avermi tenuto d'occhio mentre piangevano. A dire il vero, mi sembrava che piangessero sul serio, ma chi piange per una colazione troppo lussuosa? Io no. Comincio ad avere dei dubbi. Donne!
Ora capisco quelli che le tengono legate, imbavagliate e le nutrono col sondino!
[…]
Terzo capitolo del primo volume, pubblicato su Amazon
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